L’ultimo Fenoglio, che racconta la “grande pioggia”

L’ultimo inedito dello scrittore

Scrittore e partigiano, Beppe Fenoglio ha saputo raccontare la Resistenza in libri come I ventitre giorni della città di Alba e Una questione privata. Questo racconto, La grande pioggia, è stato l’ultimo racconto scritto da Beppe Fenoglio prima della sua morte, il 18 febbraio 1963. Dopo pochi giorni avrebbe compiuto 41 anni.

Scriveva La Repubblica nel settembre 2002: «La grande pioggia è l’ ultimo racconto (inedito) di Beppe Fenoglio, scritto pochi giorni prima di morire dal letto dell’ ospedale delle Molinette di Torino, dove era ricoverato per un tumore ai polmoni che lo avrebbe stroncato all’ inizio del 1963». Il racconto fu pubblicato come parte di un dossier «nel numero 7/8 del Caffè illustrato, il bimestrale diretto da Walter Pedullà. Il dossier, curato da Luca Bufano, contiene anche una serie di traduzioni inedite dai Racconti di Canterbury di Chaucer (autore che Fenoglio amava molto), fotografie mai uscite prima dagli archivi della famiglia e saggi di Luca Bufano, Gabriele Pedullà e Mark Pietralunga».

                  Beppe Fenoglio, La grande pioggia

Nel viale di circonvallazione l’acqua ruscellava. Tre giorni e tre notti di pioggia, e ancora nessun segno d’esaurimento. Alla destra si profilò un ciclista, pedalava nel diluvio senza affanno, protetto da un incerato enorme. Quando lo sorpassò, il professore procedeva ai dieci all’ora, ciononostante sventagliò un’ ondata che s’ infranse alla vita del ciclista. Con la coda dell’occhio vide il pugno chiuso scattar fuori dall’ incerato e agitarsi a lungo, benché mitragliato dalla pioggia. 

«Caro mio», disse il professore, «avrai notato che procedevo ai dieci all’ ora. Se ti ho spruzzato ai dieci all’ ora, vuol dire che era proprio inevitabile». Aveva accelerato insensibilmente e nemmeno sfiorato con lo sguardo lo specchietto retrovisivo. Sul viale di circonvallazione l’ utilitaria “sciava” come un motoscafo d’ alto mare. Tre giorni e tre notti di pioggia battente. Forse aveva raggiunto il suo massimo quella notte stessa. Il professore, che abitava al terzo piano di un palazzo di cinque, l’aveva udita a lungo (inesplicabilmente aveva voluto ritardare a prendere il Quanil), scrosciare sugli altissimi tetti con un fragore così fitto e sistematico da parere il rumore di un grosso opificio poco distante e con tutte le sue molte macchine in piena attività.

Come fu davanti alla casa di Charlie, accostò al massimo in modo che la moglie di Charlie avesse a bagnarsi il meno possibile e batté sul clackson i tre colpi convenuti. Al secondo eccola già fuori, come se fosse all’ agguato dietro la porta. Aveva un completo di nappa grigia metallizzata e, non portando cappello, si riparò la testa con la bellissima borsetta. Eccola seduta al suo fianco, con le ginocchia scoperte, così morbide e potenti, sulle quali la calza tesa sino al punto di lacerazione mostrava la sua più intima trama, d’ oro, oro vero.

Il professore prese a far le manovre con una lenta precisione, quasi didattica; desiderava che la moglie di Charlie si rendesse conto del suo senso di responsabilità, per avere a bordo la moglie di Charlie. «Io capisco,» le disse, «che lei brucia dalla voglia di rivedere Charlie, ma mi perdona se anche stavolta io non derogherò dalla mia massima: chi va piano» «Si figuri, professore. Sono sempre stata anch’io dell’ idea. Piuttosto mi spiace d’ averla disturbata. Potevo benissimo prendere la littorina» «Non dica, signora, così lei mi mortifica», rispose, con maggior enfasi di quanto desiderasse.

Attraversavano la città diretti al ponte. Il professore guidava ultrapiano, anche perché i passanti, letteralmente accecati dalla pioggia, avevano scatti e sbandamenti inconsulti. Sotto quella pioggia le stesse presuntuose insegne al neon pendevano non meno slavate e mosce di ramoscelli. Sotto l’ultima arcata dei portici un bambino si svincolò da sua madre e venne a filo dell’ asfalto. Prima che sua madre lo rimprigionasse, aveva levato le mani alla pioggia, per sgridarla o per applaudirla. Il professore procedeva così piano che la moglie di Charlie aveva tutto il tempo di cogliere scenette come questa per l’ intero loro svolgimento. «E come va Charlie?» domandò il professore con leggerezza, quasi scontando la risposta favorevole. «Bene. Molto bene. L’ ultima lastra è stata incoraggiante. Molto incoraggiante». Poi indicò la pioggia, non quella che tempestava il parabrezza, ma la più lontana, quella che oscurava l’ orizzonte. «La grande pioggia», disse. «L’ha visto?» «Sì. Con Lana Turner e Richard Burton. Ma io preferisco la prima edizione. Con Myrna Loy e Tyrone Power». La moglie di Charlie non aveva visto il primo film. Era giovane la moglie di Charlie.

Imboccarono il ponte. Malgrado il diluvio le ringhiere erano gremite di gente che s’ era fatta non meno d’un chilometro per ammirare lo spettacolo del fiume in piena. Tra un interstizio e l’altro videro le acque color cioccolato avventarsi in onde lunghissime, perforate qua e là da grandi vortici. E c’era un rombo, ma simile, e per ciò innocuo del tutto, a quello di una ferrovia sotterranea. Malgrado tutto ciò, non fecero commenti. Arrivarono all’altra città per le due esatte. 

Ora il professore pilotava secondo le indicazioni della moglie di Charlie. Le indicazioni della moglie di Charlie erano confusionarie e tardive, lo obbligavano a manovre brusche, la signora si scusava con la pioggia tanto fitta e violenta da confondere topografia e paesaggio. Infine arrivarono alla clinica, tutta illuminata, alle due del pomeriggio. La pensilina era ingombra di vetture e il professore dovette parcheggiare alla pioggia battente.

Si avventarono al marciapiede e al riparo del cornicione moderarono il passo. «Charlie non ha mai potuto soffrire questa città e ha dovuto finirci ammalato», disse la moglie di Charlie, con gli occhi d’ un tratto nuziali. «Non so perché, ma nemmeno io ho mai potuto soffrirla. Però, la clinica è bella, molto bella». Anche all’ interno, mentre salivano al secondo piano, il professore non cessava di lodar quella clinica. «La nostra città è in pieno boom, e questa è in regresso, ma la bella clinica ce l’ha la città in regresso. Non è strano, signora Mimma, non è un tantino scandaloso?».

Lei non rispose perché già stava premendo sul pulsante della porta di Charlie. Charlie era in vestaglia rosso blu, bella seppure un po’ abbondante. Il professore avrebbe giurato che Charlie non stava bene in vestaglia, e invece ci stava benissimo. Charlie si era appena sbarbato e poi aveva un po’ esagerato nello spruzzarsi il viso di colonia. Naturalmente si erano abbracciati e baciati, Mimma con slancio e Charlie in souplesse. Il professore, scapolo, già affondato in poltrona, era colpito dal dominio, completo eppur così leggero, che Charlie aveva sul corpo di sua moglie; ne guidava, ne accentuava o smorzava i movimenti con una sicurezza e destrezza come se comandasse ai suoi propri muscoli e riflessi. Ma il professore vide anche che la mano di Charlie sul dorso della moglie, era floscia e stanca, vecchia e snervata, con un’ultima e grande voglia di cadere. «Davvero, Charlie, l’ultima lastra è stata così incoraggiante?» «Come ti ho telefonato. Ma te lo dirà lo stesso professore. Desidero, anzi voglio che tu lo chieda allo stesso professore». «Non uscirò di qui senza averlo fatto», rispose lei con un tono di sfida perentoria, ma sorrideva. «Scusaci, prof.» disse poi Charlie. Charlie era stato, a giudizio unanime, il miglior liceale della generazione, ma poi non s’ era laureato, e così chiamava, sempre, i suoi amici, anche i più intimi, col loro titolo accademico, con serietà, con puntiglio. «Scusaci prof. E, Mimma, come stiamo a soldi?» «Al ritmo attuale ne avremo ancora per tre mesi». «Ah. Così debbo guarire per Natale». «Sì, Charlie, ma non per i soldi. Per quelli in qualche modo faremo». «Per quelli in qualche modo farete», echoed il professore, in tono ironico di apocalisse. «Posso fumare, Charlie?» «Fumo io stesso». «Ah, Charlie», disse sua moglie. «Ma poco. La suora mi conta i mozziconi». «E io son certa che tu la truffi». «Naturalmente. Mezze le cicche finiscono nello scarico del lavandino. Puoi controllare, cara. L’ acqua fa già un po’ di rigurgito». «Ah, Charlie», disse lei, ma con le labbra gli baciò l’ angolo della bocca. Poi il professore domandò a Charlie se l’ aveva depresso, se lo deprimeva quella grande lunga pioggia. Ma Charlie fece lo stranito: «Voi dite che ha piovuto e che piove?» Il professore capì che non si doveva insistere sull’ argomento tempo e disse: «Bella camera t’ hanno dato, bellissima». «Non fosse per la luce al neon», rispose Charlie. «Che mi risulti, prof, tu non sei mai stato ammalato. Seriamente, voglio dire. Ebbene sappi che l’ ammalato è sempre davanti allo specchio, per vedersi i progressi in faccia. Ma la maledetta luce al neon ti fa smunto e cinereo~ Vero che non sono smunto né cinereo? Dimmelo tu, prof.» «Hai un’ ottima cera», disse il professore. «A vederti da fuori~» «Questo mi fa ricordare la lastra», lo interruppe Charlie. «Su, Mimma, scendi dal professore. E’ il primo box dopo l’ atrio. Voglio che ti confermi da te stessa. Sù, vai. E’ inutile che ti dai di torno, non troverai proprio niente da rimediare. Qui il servizio è perfetto. E non dire che ci mancherebbe, con la retta che si paga. Va’ ».

Uscita la moglie, tacquero a lungo. Lui e il professore erano il tipo di amici che possono stare insieme in indeterminato silenzio per ore intere, solo attentissimi ai gesti, anche a quelli peristaltici.

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