Prima settimana di Giro, nell’Italia affollata di auto

A Roma le bici stanno tornando in strada. Il problema è che le macchine non diminuiscono

Il Giro si lascia alle spalle la sua prima settimana di corsa, saluta il centro-sud, e inizia ad alzare il naso all’insù, a rimirar le Alpi. Ma da martedì. Domenica arrivo a Firenze, lunedì riposo. Due salite abbastanza dure a centro tappa, poi Vetta Tre Croci, corta ma tosta, infine scalata sino a Fiesole e picchiata nel capoluogo toscano, giusto per pubblicizzare un po’ il mondiale di ottobre che si correrà su queste strade. Lo sport d’altra parte è marketing e un po’ di visibilità non può fare altro che bene.

Arrivati a Firenze i corridori avranno percorso 1545,7 km in bici e 807 km in macchina. Non male per la maggior corsa ciclistica italiana. Una cosa assurda per atleti che a fine tappa dovrebbero avere il diritto di riposare muscoli e cervello. Un problema anche per i tecnici, per la gente che lavora al montaggio e allo smontaggio di teloni, transenne, palchi e via dicendo costretti ad un vero tour de force per permettere al Giro di andare avanti e farlo arrivare in totale sicurezza sotto il traguardo. Non ci fossero loro si assisterebbe alle scene di arrivi pionieristici nei quali la gente scendeva nella sede stradale per favorire il proprio beniamino, scene d’altri tempi, di quando le biciclette erano in ferro, il cambio non c’era e il Diavolo rosso scorrazzava per le strade d’Italia con la sua Gerbi.

Miti del ciclismo, ciclismo d’altri tempi, quando era solo e unicamente bicicletta. Ed era fatica immane, di polvere, strade sterrate, buche, forature e autoriparazioni. E quando si bucava gli avversari mica aspettavano, ti attaccavano, proprio in quel momento, e, proprio quando già si malediva la sfortuna, si iniziava a bestemmiare contro gli avversari e quella vita grama di inseguimenti e fughe per la gloria di un’impresa.

Ora i tempi sono cambiati, ma il ciclismo di oggi si è quasi dimenticato di essere soprattutto bicicletta. Un sentimento diffuso e radicato tra tutti quei cliclomatori e cicloappassionati che ho potuto incontrare durante il mio risalire per le strade d’Italia. Perché con l’arrivo nel Lazio di Girodiruota, l’interesse per la bicicletta si è risvegliato dal torpore campano e ha ripreso forza e vigore. Le strade, specilmente le provinciali, le piccole arterie che collegano i piccoli paesi dell’entroterra, quelle lontane dal caos delle grandi città, diventano lo scenario per scorrazzate in bicicletta, di uomini e donne che scelgono questo mezzo per passeggiate, più o meno veloci, lungo i saliscendi che caratterizzano le zone che ho percorso.

Bicicletta che però è ancora più che altro mezzo di divertimento, di fatica per smaltire i chili i troppo, per tenersi in forma, più che vero e proprio mezzo di spostamento. Amore che è scelta di ore, più che scelta di vita. Ma le cose sembrerebbero piano piano cambiando. A Viterbo le bici sono aumentate. Me lo dicono in tanti, lo vedo con i miei occhi, non l’aumento, ovvio, ma «le macchine a pedali».

Giuliano, ad esempio, l’auto l’ha abbandonata cinque anni fa. «Mi ero rotto le scatole di perdere mesi della mia vita in coda, mi ero rotto le scatole di dipendere da una scatola di metallo. Ho fatto la scelta migliore, ho ripreso la bici, mi sono meso a pedalare e ora posso dire di aver fatto la scelta migliore». Sorride e accarezza la sua bicicletta. «Avevo problemi al cuore, la notte mi prendeva la tachicardia, l’ansia, ora sono rinato, sto benissimo, tanto che il mio medico non capiva come potesse essere successo. La bici gli dico. Lui era scettico, non ci credeva. Ora anche lui si muove in bicicletta. E anche lui sta meglio, è più sereno, è sceso sotto il quintale e non deve più spendere 100 euro al mese di massaggi alla schiena».

Anche a Roma le bici stanno tornando in strada. Il problema è che le macchine non diminuiscono. Roma è un delirio ogni giorno: strade a pezzi, auto aggressive, impazzite, minacciose. Da tutte le parti. I sette colli sono un balla di chi non vuole cambiare le proprie abitudini, di chi si lamenta e poi non prova a mutare le cose. Uno dei veri problemi è il servizio di mobilità pubblica, non un modo per spostarsi ma un’azienda per dare un posto sicuro e dirigenziale ad amici, parenti, donatori di voti eccetera eccetera eccetera. La gestione delle municipalizzate a Roma è essenzialmente questo e Parentopoli non è servita a cambiare le cose, le ha fatte vedere, le ha rese palesi, ma la politica non è cambiata, non ha neppure provato a cercare di sistemare qualcosa, almeno in superficie.

I movimenti continuano adavanzare proposte, qualche giornalista illuminato continua a denunciare, continua nella propria campagna di sensibilizzazione, continua a fare il suo. Sempre più gente capisce, si interroga, decide che l’unico modo per cambiare le cose è abbandonare l’auto, ma i più sembrano ancora sordi e si ostinano in coda, ad aspettare che il rosso si faccia verde per sgasare morte e cavalli sulle strade. Incuranti di tutto, incuranti di tutti.

*Giovanni Battistuzzi, 28 anni, è un giornalista freelance di Conegliano Veneto (Treviso). Dal 4 al 26 maggio sarà in sella alla sua bicicletta per raccontare il Giro d’Italia, da Napoli a Brescia. Lo farà anche per Linkiesta. Lo trovate su www.girodiruota.it

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