“Sembra un paradosso, ma Andreotti piaceva ai liberali”

Lo sostiene il professor Giovanni Orsina

Un politico conservatore, cinico nel profondo, avverso al cambiamento. Giulio Andreotti ha sempre cercato di mantenere lo status quo, non cambiare quello che c’è già, un po’ perché va bene, un po’ perché è impossibile. E – sembra paradossale – con questo atteggiamento è riuscito a trovare un terreno comune con il mondo dei liberali. Lo sostiene Giovanni Orsina, docente di storia alla Luiss, di profonda cultura liberale. «Se si guarda ai liberali storici, cioè i coevi di Andreotti, si può dire che abbiamo trovato con lui più sponde che con altri».

Che intende?
Occorrono alcune premesse. L’andreottismo, per cominciare, si delinea come un’idea conservatrice della società, anche rispetto ad altre correnti della Dc. I fanfaniani, i morotei, per esempio, avevano una visione diversa della politica, come strumento di trasformazione etica della società, rieducativa. Andreotti no: per lui le cose andavano mantenute. È un’idea politica che nasce da un profondo cinismo, ed è un discorso diverso da quello dei liberali.

Appunto: perché trovano sponde in Andreotti?
In primo luogo, perché lui rappresenta l’ala destra della Dc. Dialoga con tutti, ma non è ecumenico come Aldo Moro. Parla con i socialisti, certo. Ma non sono i suoi interlocutori preferiti. Per questa ragione preferisce orientarsi verso i liberali. Poi, ci sono altri motivi.

Quali?
Il suo disinteresse al cambiamento significa anche, allo stato delle cose dell’epoca, non inserire lo Stato nell’economia. Cioè non ostacolare in nessun modo le imprese e credere, anche dal punto di vista ideologico, che il progresso scaturisca spontaneo nella società, senza l’intervento statale. E questo piaceva ai liberali. SI deve tenere presente che all’epoca il liberalismo era molto legato a Confindustria e, in generale, al capitale privato. Era sostenitore di quelle battaglie e l’andreottismo non era certo un ostacolo. Anzi: la sua visione conservativa funzionava molto bene, su questo terreno. Tanto che, nel 1960, si deve parlare di un governo Dc e liberali, cioè Andreotti-Malagodi.

Ma da dove deriva il conservatorismo di Andreotti?
In fondo, era uno scettico. Non crede nel cambiamento, è una forma di rassegnazione di fronte alla società. La realtà è quella che è: inutile cercare di cambiarla, si può solo lavorarci insieme, dalle cose positive a quelle negative. E poi, è anche una questione di prospettiva: negli anni ’60 l’Italia era in pieno boom, e rispetto anche solo a vent’anni prima era già diventato un altro paese. Dinamico, più ricco, aperto. Erano stati fatti passi da gigante dagli anni ’40. E allora, se uno avesse chiesto: “Perché non volete cambiare?”, la loro risposta sarebbe stata: “Perché non c’è bisogno: va bene così”. L’unico progetto possibile era di inserire l’Italia nel quadro dell’atlantismo. Da lì avrebbe sfruttato la corrente e sarebbe andata da sola. E, come è ovvio, anche l’atlantismo è un punto di contatto molto forte con i liberali.

E allora la sponda c’era.
Sì, l’atlantismo e l’idea che la crescita economica avvenga da sola. Questi erano i punti di contatto. In tutte queste cose Andreotti aggiungeva una forte dose di cinismo. Ma la base funzionava.

Chi ne ha raccolto l’eredità?
Lui è stato l’incarnazione di alcune componenti della Prima Repubblica. E per questo motivo appartiene alla storia. Per il suo spirito della politica e il cinismo con cui affrontava le questioni, invece, è un personaggio eterno.

Ma oggi?
L’unico, forse, che ne raccoglie l’eredità – sempre per quello che ho detto prima – è, in maniera del tutto diversa, Silvio Berlusconi.

Berlusconi?
Sì: ma solo da questo punto di vista. Nell’idea, cioè di lasciar correre le cose della società, senza intervenire.

Niente Letta, come è ovvio.
No, certo. Da molte parti si parla di ritorno della Dc per il nuovo governo. Non mi esprimo sulla cosa, ma di sicuro non si tratta di una Dc andreottiana. Letta è un presidente del Consiglio ecumenico, aperto al dialogo. Sotto questo aspetto, si ritrova di più in Moro. 

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