Votare con la crisi, sicurezza e xenofobia contano meno

Rimangono le proteste per i ritardi nelle sanatorie

Brescia, una città su tutte. Solo 5 anni fa il sindaco Adriano Paroli, pidiellino con il sostegno della Lega Nord, strappava la città all’Ulivo che l’aveva governata per 14 anni. Lo faceva al grido di «Tolleranza zero con gli immigrati irregolari» e con un programma che al primo punto riportava «Sicurezza: liberi di vivere». Furono quindici i punti di distacco dall’avversario Pd Emilio del Bono in una città con 16mila stranieri su poco oltre 190mila abitanti.

Maggio 2013. Nel programma elettorale di Paroli, di nuovo candidato sindaco, e ancora contro Del Bono, il tema «sicurezza» non compare più. Ora le priorità del sindaco “buono” sono tutte nelle parole «lavoro» e «servizi sociali» per famiglie, anziani, disabili, minori e poveri. «Quelli dismessi in 5 anni di mandato», denunciano dal comitato elettorale dell’avversario Del Bono, che contesta a Paroli un taglio alle spese sociali del 20%. Mentre del 20% sono cresciuti gli investimenti alla voce «Polizia municipale». Il settore, quest’ultimo, affidato alla sovrintendenza del vicesindaco leghista Fabio Rolfi, che in quella campagna giocata contro gli stranieri ebbe un ruolo centrale.

L’incipit del programma elettorale di Adriano Paroli nel 2008
E così, mentre i primi migranti si preparano a lasciare l’Italia vittima della crisi economica, al Nord la battaglia contro l’immigrazione e per la sicurezza esce, lentamente, di scena. Persino la candidata vicentina, la leghista di ferro Manuela dal Lago relega al sesto punto del suo programma elettorale il tema «Immigrati e nomadi». È a pagina 17 di 24 totali. C’è la crisi e le priorità cambiano. 

«La sicurezza era una promessa della campagna elettorale. L’abbiamo mantenuta», si difende il sindaco Paroli. «Ora questa è una città sicura. I miei cittadini volevano più vigili in giro di notte. E se nel 2008 la spesa in servizi sociali era di 50 milioni, nel 2012 è scesa a 42 milioni. Una buona somma, visti i tagli di 5 milioni e 700 mila euro subiti dallo Stato». In questi cinque anni Paroli è stato anche il sindaco del bonus bebè di mille euro solo per le famiglie italiane residenti (la sentenza che condanna il Comune di Brescia a un risarcimento di 27.000 euro per la discriminazione è dello scorso gennaio), e del regolamento di polizia urbana che vietava il gioco del cricket ai giovani pakistani nei parchi. 

L’Ufficio immigrazione smantellato 

Ma Brescia resta sempre secondo i dati Istat 2011 la seconda città in Lombardia per numero di stranieri residenti (16,4%), dopo Milano (32,2%) e prima di Bergamo (11,8%). I pachistani sono i più numerosi, arrivati in città con la sanatoria Martelli del ’90 e inseritisi subito nelle industrie del bresciano. «Erano saldatori, fresatori e tornitori già formati, arrivavano in Italia dal Nord Europa. E le nostre industrie ne fecero man bassa», racconta oggi Franco Valenti, collaboratore della Cgil Brescia sui temi dell’immigrazione e un passato da dirigente nel comune della città. Fu lui a guidare fin dal 1991 l’Ufficio immigrazione del comune, nato proprio sull’onda di quell’arrivo. «Diecimila in tutta Italia», dice Valenti. Con gli anni hanno aperto anche attività in proprio: kebap, call center, agenzie di viaggio, macellerie halal. E alcuni sono diventati imbianchini o traslocatori in proprio.

Erano 135 quelli registrati all’anagrafe di Brescia nel 1991, diventarono 1.760 nel 2005 e l’Istat ne registra 3.786 nel 2010. Una comunità in crescita, tanto che Valenti e l’ufficio Immigrazione organizzarono un piano per spostare gli operai nei piccoli comuni attorno a Brescia, vicini alle fabbriche in cui lavoravano. «Quell’ufficio immigrazione era un fiore all’occhiello in Italia, scelto dall’Anci insieme a Bergamo, Ravenna, Prato e Firenze per fare sperimentazione di servizi locali agli stranieri», racconta Valente. E se all’inizio la provincia industrializzata accolse con favore operai specializzati pachistani, furono casi come quello di Hina Saleem, la ventunenne uccisa nel 2006 dal padre per via di costumi troppo occidentali, o notizie di matrimoni forzati riportate dalle prime pagine locali a creare sempre più diffidenza verso questa comunità.

L’articolo di Repubblica.it sulla morte di Hina

Per mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, all’indomani dell’insediamento in comune, la giunta Paroli dismise in pochi giorni l’Ufficio immigrazione. Nell’aprile 2008 ad essere licenziati in tronco al comune di Brescia furono 8 persone, tutte di quell’ufficio. Compreso il dirigente, Franco Valenti. Quelli furono gli unici tagli di personale fatti fino al 2010, e Valenti l’unico dirigente licenziato in cinque anni di amministrazione. «Non c’era bisogno di usare il Comune per servizi che si potevano fare in altro modo, le risposte ai migranti bisogna darle dove serve». Dove, sindaco? «Dove serve».

Un ufficio che ha subito la stessa sorte a Bergamo nel 2009, quando è stato eletto primo cittadino Fabio Tentorio, sostenuto da Lega e Pdl. E che è stato invece stabilizzato con nuove assunzioni nelle altre tre città della sperimentazione Anci, Ravenna, Prato e Firenze. «Oggi a Brescia resta un piccolo servizio di informazione sui permessi di soggiorno e di orientamento ad altri enti», spiega Valenti. Sono venuti meno l’ufficio per i rifugiati politici e le attività pensate per favorire l’integrazione degli stranieri in città. «Reti civiche di quartiere, uno sportello di raccolta domanda e offerta per le badanti, pronto intervento per chi perdeva il lavoro, assistenza per esercitare il diritto di voto amministrativo agli stranieri comunitari, supporti per evitare che i migranti cadessero nel traffico inter-etnico di posti letto. Di questo ora non resta più niente».

Le proteste 

Novembre 2010: sulla gru del cantiere della metropolitana per protestare contro la cosiddetta circolare Manganelli e i ritardi della sanatoria 2009
Maggio 2013: gli stranieri protestano ancora nelle strade di Brescia contro la sanatoria 2012. Su 5.200 domande presentate a settembre, ne sono state esaminate solo 300

Proprio in questi giorni i migranti bresciani sono tornati a protestare nelle strade di fronte alla Prefettura. Ieri come oggi, la motivazione è sempre la stessa: troppi ritardi nel rilascio del rinnovo dei permessi di lavoro. Anche se nel 2010 le cose si fecero più violente per via di regole cambiate in corso d’opera con la circolare dell’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, scomparso nel marzo 2013. Quella che escludeva dai rilasci, a richieste già inviate e pagate, coloro che avessero ricevuto una condanna per inottemperanza al provvedimento di espulsione. «A settembre 2012 sono state presentate più di 5.200 richieste di permesso di soggiorno. Oggi, a otto mesi di distanza sono state prese in esame poco più di 300 domande», spiega Umberto Gobbi, giornalista della bresciana Radio Onda d’Urto.

Una soluzione al problema ci sarebbe. Il progetto sperimentale voluto proprio dall’Anci nell’Ufficio immigrazione guidato da Franco Valenti tra 2006 e 2008 prevedeva anche questo: «trasformare il Comune in terminale unico per il rinnovo dei permessi. Eravamo già in grado di far pervenire sulla piattaforma dell’anagrafe comunale tra le 4mila e le 5mila istanze degli stranieri che lavorano a Brescia. Ed evitare le attese lunghe fino a un anno per ottenerlo». Una formula efficace ed economicamente sostenibile, secondo Valente, che avrebbe evitato ai comuni il dispendio di risorse per i continui solleciti e sopralluoghi fatti per sapere a che punto è lo straniero con la pratica. 

La comunità di moldave e ucraine

«Da tre anni cerco di avere dalle istituzioni un locale in cui le badanti possano trascorre il loro giorno di riposo. Senza un domicilio alternativo a quello offerta dalla famiglia per cui lavorano, finisce che passano la giornata sulle panchine del parco in centro o del centro commerciale Freccia Rossa. Sto male tutte le volte che le vedo, così, per strada. Ma penso che non ne esca nemmeno un’immagine positiva di città». Lilia Bicec è una donna moldava che da 13 anni abita a Brescia. Giornalista, in Italia ha lavorato come baby sitter e come badante. Tre anni fa ha fondato un’associazione per donne moldave, finanziata con i soldi dell’Oim, l’Organizzazione internazionale immigrazione, e i fondi della Comunità europea. Quest’anno ha pubblicato, per Einaudi, Miei cari figli, vi scrivo, che racconta il suo arrivo in Italia. Nel 2010 le moldave in città erano 2.854, le ucraine 2.757. In tre anni, contando solo sulle sue forse, Lilia Bicec è riuscita a portare a Brescia i servizi consolari (per rinnovo passaporti, rilascio di certificati), e a fondare un giornale con cui dare informazioni utili alle connazionali. «Persone di 50, 60 anni. Basterebbe un piccolo locale per leggere, chiacchierare, prendere un té. In tre anni non ho mai avuto risposte dalle autorità, eppure le famiglie bresciane beneficiano della nostra presenza».

Le badanti lasciate a se stesse nei parchi, gli operai in attesa di un permesso di soggiorno di fronte alla prefettura. Nel 2013, in piena crisi dell’industria bresciana, gli stranieri chiedono ancora servizi che probabilmente non arriveranno. Con i comuni in crisi di risorse e cittadini preoccupati dalla perdita del lavoro, i servizi sociali tagliati in questi anni si promettono solo ai bresciani doc. Fabio Rolfi, il vicesindaco uscente, alimenta ancora la polemica sulla cittadinanza litigando con i grillini locali. Ma sono poche fiammate di un fuoco che non scalda più. 

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