“Bene negoziare: i talebani non sono quelli di prima”

Parla Vittorio Emanuele Parsi

Addio alle armi e passaggio di consegne: il ritiro graduale degli Stati Uniti dall’Afghanistan passa per il Qatar e per il negoziato con i talebani. Cosa che, forse in via tattica, ha indispettito il presidente afghano Hamid Karzai, che ha sospeso le sue trattative con Washington. Il piano, però, ormai è avviato. Gli Stati Uniti chiedono ai talebani il rispetto di alcuni punti, come l’allontanamento da Al Qaeda e l’accettazione della Costituzione. Loro, intanto (in una manovra non priva di rischi) lasciano il territorio. Un ripiegamento controllato, insomma, che però non deve lasciare spazio a confronti con il Vietnam e l’Iraq. Nella sostanza, come spiega Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni Internazionali nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, non si tratta di una sconfitta.

Si può parlare allora di vittoria?
In primo luogo, occorre ricordare perché le truppe americane sono andate in Afghanistan. Non certo per trasformarlo in una Svizzera o in un Massachusetts, dove le donne possono vestirsi come preferiscono, per dire.

Bensì?
Per assistere il ripristino del governo legittimo in condizioni di sicurezza. Cosa che è avvenuta con Karzai. E per spegnere la minaccia terrorista, sradicando Bin Laden e Al Qaeda dal territorio afghano. Questo, insomma, è lo scopo iniziale e finale della missione. Che poi, visto che è durata molto tempo, si è vista aggiungere diversi altri obiettivi “politici”, alcuni anche irrealizzabili, che hanno creato una certa confusione. Non si trattava di trasformare l’Afghanistan nel Massachusetts, insomma.

Ma perché trattare con i talebani?
Perché non sono più i talebani del Mullah Omar. Sono passati molti anni, ci sono state defezioni e alcuni sono stati eliminati. Sono cambiati. E a loro si chiede di essere parte del circuito politico con Karzai, ma per farlo dovranno chiudere per sempre con Al Qaeda e rispettare quanto scritto nella Costituzione del 2004, che è già piuttosto illiberale per conto suo.

E gli americani che garanzia possono avere sul controllo del paese, se partono?
Secondo quanto sostengono tutti i report degli osservatori indipendenti, le attività degli insorgenti sono, per il 75% concentrate in sedici distretti. Cosa vuol dire? Che il controllo del Paese funziona e che la sicurezza non è più il problema principale, anche se i recenti episodi tragici che ci hanno riguardato potrebbero suggerire il contrario. È, piuttosto, il nodo meno critico. Ci sono altri problemi: la corruzione, l’amministrazione. La macchina militare è quella che va meno peggio.

Però potrebbero esserci ancora rischi, o no?
Sì, in teoria gli insorgenti potrebbero aspettare fino al 2014, tenere duro e poi tornare allo scoperto. Ma non è così semplice. Il vero rischio lo rappresentano le altre minoranze del paese, che potrebbero sentirsi esclusi dal processo politico, e questo è il punto che andrebbe curato con più attenzione dalle parti in causa.

E allora si può parlare di vittoria?
Certo, la vittoria non è sempre quella classica, con le parate nelle piazze. Quella si inserisce in uno schema di guerra tra stati. Qui siamo in uno schema diverso, di conflitto all’interno della società, si tratta di un percorso più complesso. E meglio evitare di fare errori, come fece Bush con l’Iraq, quando dopo due mesi di guerra aveva detto «Mission Accomplished».

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