Camera e Senato: la guerra dei mondi nel M5s

Il bicameralismo imperfetto e litigioso dei grillini

Molto prima di Grillo, dei suoi toni da comizio e delle invettive contro il Parlamento, i crucci del Movimento 5 Stelle si consumano nella navetta tra Montecitorio e Palazzo Madama. I due gruppi parlamentari vivono di vita propria, portano lo stesso numero di stelle ma una diversa sensibilità che poi si declina nella dialettica quotidiana. Da una parte siedono i 107 onorevoli tra cui molti giovani, pasdaran e dissidenti: un corpaccione vivace che imbarca i Di Battista e i Currò, gli Zaccagnini e i Di Maio. A pochi isolati di distanza lavora un gruppetto di 53 elementi, tendenzialmente più riflessivo e omogeneo. «Che vuoi farci, siamo anche più vecchietti, mediamente più maturi dei ragazzi alla Camera» scherza, ma non troppo, un senatore al telefono con Linkiesta.

La Camera e il Senato dei Cinque Stelle paiono due rette parallele. Corrono vicine e condividono il traguardo ma non s’incontrano se non nelle assemblee congiunte, che spesso non s’incastrano per impegni contrastanti e talvolta vengono disertate. Lo stesso Luis Orellana ammette: «in futuro dovremmo migliorare la comunicazione con i colleghi della Camera». Nel frattempo aumentano le riunioni del solo gruppo senatoriale a cui seguono momenti conviviali e serate in pizzeria, l’ultima ieri sera. «È pur vero – fanno sapere da Palazzo Madama – che siamo meno numerosi dei deputati, tra noi è più facile legare e confrontarsi, si sta costruendo un bel clima».

Un esempio del bicameralismo imperfetto a trazione grillina risiede nell’impostazione dei due gruppi comunicazione: a Montecitorio comanda Nicola Biondo, il cui ufficio ha diramato un duro comunicato sulla fuoriuscita di Furnari e Labriola mal digerito da diversi deputati. Qualche settimana prima, dalle stesse stanze partiva una mail con i discussi suggerimenti restrittivi per avviare la fase due con i media. Politica opposta a quella adottata da Claudio Messora, responsabile comunicazione a Palazzo Madama, che si è subito dissociato: «La nostra gestione è totalmente differente, io e Biondo veniamo da storie diverse». I parlamentari confermano: «nessuna limitazione, Claudio è un professionista».

Sia chiaro, gli eterodossi esistono anche al Senato: Lorenzo Battista non ha mai nascosto posizioni più interlocutorie cui aderiscono anche altri colleghi, visto che in sedici lo hanno votato come prossimo capogruppo. Se non bastasse, la nomina del successore di Crimi ha sancito un ballottaggio serrato (24 preferenze a 22) tra il pretoriano Nicola Morra e Luis Orellana, catalogato tra i dialoganti. Eppure dardi avvelenati non se ne sono visti: il gruppo è quasi sempre uscito da Palazzo sventolando una sintesi unitaria e pacifica.

La iattura tra i due mondi tanto vicini da non toccarsi torna prepotente col caso Gambaro. Nelle ore successive alle dichiarazioni della senatrice, da molti descritta «silenziosa e sempre sulle sue», le reazioni più nette scalano le pareti del Transatlantico. Fico, Di Battista, Nuti, De Lorenzis, Di Maio, Colonnese, Di Stefano. Un fuoco di fila al grido di «nessuno tocchi Grillo». Tra ammonimenti e toni polemici svetta l’invito alla porta formulato da Luigi Di Maio: «Chi pensa che il problema del M5s sia Grillo ha chiaramente sbagliato Movimento. O forse è in cattiva fede. Mi auguro che queste persone si facciano una domanda e si diano le dovute risposte. Da sole».

Al Senato, pur prendendo le distanze dalle intemerate della collega, fanno esercizio di cautela. Basta consultare il neocapogruppo Nicola Morra per tarare il cambio di registro: «Dovrò ragionare con tutti gli altri, vorrei essere aiutato a capire bene i fatti». Non è un caso che tra i corridoi di Palazzo Madama buona parte dei senatori pentastellati sia scettica sull’idea di espellere la Gambaro: Martelli, Nugnes, Campanella, Cotti auspicano una soluzione diversa dalla cacciata, «il metodo peggiore e meno adatto». Si muove anche Crimi che ha prenotato un incontro con la senatrice per invitarla «a decidere sul suo futuro».

Intorno a Adele Gambaro si stende un campo minato: in base al regolamento sono i parlamentari a doverne votare l’espulsione (sempre che la diretta interessata non scelga le dimissioni). Sulle loro teste pende però la fatwa di Beppe Grillo che, in quanto titolare del simbolo M5s, può impedire alla Gambaro di continuare a svolgere l’attività politica sotto le insegne pentastellate, come già avvenuto con Favia e Salsi. La decisione assembleare sul dentro-fuori potrebbe trasformarsi in una resa dei conti coi dissidenti. C’è chi rivendica la libertà di critica e chi da tempo cova dubbi sul modus operandi di Grillo, quantomeno sul fatto che «lui lancia le bombe dal blog e poi siamo noi a risponderne». I dialoganti predicano calma, i falchi alzano i muri. Nel mezzo spicca il bicameralismo a Cinque Stelle.

Twitter: @MarcoFattorini