Chomsky “Sulle libertà civili Obama è peggio di Bush”

Una tendenza che per il celebre linguista “è destinata a peggiorare”

Odiato da molti, forse troppi; osannato da una minoranza decisa e rumorosa. Noam Chomsky oltre a uno dei linguisti più influenti dell’ultimo secolo è negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, un’icona della sinistra, delle menti critiche, dei pacifisti e di tutti quelli in cerca di una visione che va al di là dei conformismi. Tra un appuntamento e l’altro ha trovato il tempo di parlare con Linkiesta.

Qual è il suo giudizio sul secondo mandato Obama? Il presidente si è mostrato disposto a parlare di riforme e di immigrazione e ha spinto molto sulla questione del controllo delle armi. Un buon inizio?
Partiamo dall’immigrazione. È indubbio che Obama stia cercando di riformare il sistema come del resto stanno cercando di fare anche i repubblicani, ma il dibattito che stiamo avendo è però secondo me quello sbagliato. È incentrato su una narrativa troppo chiusa, troppo auto-referenziale. La questione dell’immigrazione va allargata. Bisogna chiedersi perchè i messicani, i guatemaltechi e tutti gli altri popoli del sud America che arrivano negli Stati Uniti vogliono venire in America. La maggior parte, ne sono certo, preferirebbe vivere nel proprio paese. Bisongna chiedersi quali sono i motivi dietro quest’immigrazione? La verità è che spesso il principale problema sono gli stessi Stati Uniti. Sono tanti infatti i casi in cui Washington ha sostenuto regimi dispostici e dittatoriali che hanno messo in ginocchio le economie dei rispettivi paesi, hanno impoverito la popolazione e hanno peggiorato le loro condizioni di vita.

Quindi è l’America la causa prima di questa immigrazione?
Le risposte unidimensionali non sono mai corrette, ma in parte è proprio così. La verità dei fatti storici non si può negare. Ti faccio un esempio. L’ex presidente Clinton negli anni Novanta aveva già compreso che ci sarebbe stata una gigantesca ondata di immigrazione dal sud America. Ha quindi iniziato a fortificare e militarizzare i confini del sud degli Stati Uniti. Quindi, per farla breve e rispondere alla domanda iniziale: sì, Obama sta facendo qualcosa, ma è soltanto una riforma superficiale, che non affronta le cause del problema.

Sulle armi invece?
Obama ha cercato di agire con decisione e di questo bisogna dargli atto, ma lo sforzo – che sarebbe dovuto essere più convincente – non è bastato. Il momentum per una riforma seria e non limitata a gesti simbolici è ormai passato. Era un’occasione davvero unica che non so quando si ripeterà. Il seme del dibattito è però stato gettato, e ho speranza che possa produrre un qualche effetto in un futuro non troppo lontano.

Sono passati ormai quasi due mesi dall’attacco terroristico di Boston. Che effetto avrà l’attentato sulla politica interna di Obama. Che America è l’America post-Boston?
La mia principale paura è che il trend che abbiamo vissuto in questi anni volto a limitare le libertà civili degli americani continuerà nella stessa direzione. Forse in modo ancor più deciso di prima. Molti non ne sono coscienti, ma sulle libertà civili Obama è stato anche peggio di Bush [George W., ndr]. Dai droni in giro nei cieli americani, all’omicidio di cittadini USA all’estero. E l’elenco potrebbe proseguire ancora per molto. In quest’ottica l’attentato di Boston non aiuta tutti quelli che lottano per respingere queste ingerenze del governo. Ho paura che sarà soltanto un ulteriore elemento per giustificare un trend già preoccupante.

Un’America meno libera quindi?
Non darei giudizi così forti. Gli Stati Uniti continuano a essere se non il paese più libero al mondo, almeno uno dei primi. Molte cose sono cambiate e stanno cambiando, ma la situazione non è ancora grave.

Una domanda su Occupy. Il movimento è sparito ormai da tempo dalle strade. Vede un futuro per gli attivisti di Wall Street?
Definire sparito il movimento è ingiusto. Vorrei far notare che gli attivisti in piazza hanno resistito per parecchio tempo. Molto più di quanto ci si potesse attendere. Il movimento adesso si è soltanto spostato nella società civile. Organizzano ancora numerose azioni in diverse città degli Stati Uniti per aiutare gli sfrattati a riappropriarsi delle proprie case. Inoltre, e questo l’hanno sottolineato un po’ tutti, Occupy ha rimesso l’accento sul problema dell’ineguaglianza, un tema che i politici di sinistra di tutto il mondo occidentale sembravano aver dimenticato. Ora il problema delle crescenti disparità è di nuovo al centro ed è a quei ragazzi che lo dobbiamo.

Parliamo di Europa. La Spagna ha visto il movimento degli indignados e anche la Grecia è stata teatro di numerose manifestazioni. È sorpreso che in Italia, nonostante una situazione simile, ci siano state pochissime proteste?
Prima di tutto mi pare che la situazione economica Italiana non sia grave come quella di Grecia e Spagna. Mi sembra anche, ma dico subito che non sono molto informato, che la protesta sia confluita nel voto a Beppe Grillo. Se il Movimento 5 Stelle dovesse rivelarsi una delusione, allora forse ci saranno manifestazioni in strada come negli altri paesi.

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