“Fidatevi, la storia malata di Siena è acqua passata”

Parla il neosindaco Bruno Valentini (Pd)

«Mussari? Mi vergogno che sia stato il principale finanziatore del Pd». «Bersani? Chiudendosi nel suo recinto, il Pd ha preferito vincere solo le primarie». È noto che serve a poco chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Eppure Bruno Valentini, neosindaco di Siena, sembra tenerci molto a prendere le distanze dagli «stallieri» che lo hanno preceduto. Ovvero «da quei protagonisti dell’intreccio malato degli ultimi anni tra politica e banca».

Cinquantotto anni, renziano della prima ora, Bruno Valentini è sindaco da meno di un mese, eppure sul suo tavolo ci sono già molte questioni scottanti: la crisi di liquidità di Banca e Fondazione Mps, il rischio di dissesto del Comune, le difficoltà del Siena Calcio a rischio iscrizione dopo la retrocessione in B. E, nonostante il successo al ballottaggio, neanche la campagna elettorale è stata una passeggiata, con la vittoria arrivata solo al fotofinish e per meno di mille voti. «Colpa anche del Pd nazionale, e della crisi generalizzata del centrosinistra nel nostro Paese» secondo il primo cittadino.

Eppure limitandosi a Siena, il Pd in soli due anni è passato da 18mila a 12mila voti.
«La sinistra vive una crisi generale, e anche a livello nazionale una vittoria scontata è arrivata solo sul filo di lana, non favorendo un governo stabile. Purtroppo, con Bersani alle primarie ha trionfato la proposta più limitata. Non ci siamo aperti alla società, e un partito che fa della partecipazione il punto focale, paga di più sotto questo aspetto. Detto ciò, la classe dirigente locale del Pd ha fatto errori gravissimi e di portata storica, che la città ci ha fatto pagare».

Lei ha affermato che «l’ex sindaco Ceccuzzi non è più un problema per Siena». Perché, lo era diventato?
«Franco Ceccuzzi è stato grande dirigente del Pd, poi, però, la sua brevissima esperienza da sindaco si è conclusa malamente, con il voto contrario della sua stessa maggioranza in consiglio, e l’avviso di garanzia. Credo che lui sia troppo dentro alla storia malata degli ultimi anni di questa città, perciò se vorrà riproporsi in politica dovrà farlo fuori Siena, per il suo bene e per quello della città».

Quali sono le responsabilità politiche del Pd nella vicenda Mps?
«Le responsabilità sono sempre personali, come quelle dei dirigenti Pd che hanno indicato persone come Mussari. Personalmente mi vergogno che sia stato il principale finanziatore del Partito democratico a livello nazionale. Ma la stessa classe di governo che ha nominato queste persone, poi non ha capito come si stesse vendendo il patrimonio accumulato negli anni, con operazioni criminali. Il patrimonio di Banca e Fondazione Mps è stato depauperato in maniera irrecuperabile, e gli stessi nominati hanno convissuto con veri e propri furti e raggiri messi in piedi da funzionari infedeli».

Al centro delle indagini c’è l’acquisto di Antonveneta, da molti applaudito nel 2007.
«Oggi invece plaudo all’azione risarcitoria di Banca Mps, perché non è facile partire lancia in resta contro colossi come Deutsche Bank e Nomura, anche se mi aspetto che faccia lo stesso la Fondazione. Contando solo sulle nostre forze per sostenere un esborso come quello per Antonveneta, si è prodotto uno scompenso patrimoniale. E certamente in passato si è idolatrato il mito del 51%, senza rendersi conto che era impossibile rimanere uguali crescendo. Le responsabilità, però, sono anche di chi non ha controllato come Consob, Tesoro e Bankitalia».

Matteo Renzi pronunciò parole simili durante le primarie, e lei fu tra i suoi pochi sostenitori. Siena è da rottamare?
«Il rinnovamento di Renzi, a Siena, si declina anteponendo gli interessi delle persone a quelli del partito. Non si verrà scelti più perché si farà parte di famiglie o gruppi, ma per le competenze. Il Pd non è più l’ufficio di collocamento di qualcuno, come si è visto già dalla giunta nominata di recente. Ho scelto donne e uomini con esperienza nel settore di pertinenza, per consentir loro di guidare bene gli assessorati. Ad esempio l’assessore al personale Mauro Balani è manager di un’azienda di distribuzione di prodotti alimentari della zona e gestisce 300 dipendenti, mentre adesso dovrà rendere funzionale la struttura comunale».

La politica continuerà a nominare i vertici di istituzioni economiche?
«Si, ma cambierà totalmente il sistema delle nomine, e nessuno più verrà scelto per rappresentare interessi di bassa cucina nella banca. La politica non contratterà più le assunzioni, ma negozierà i progetti di rilancio di Mps sul mercato, e questo ci renderà più liberi. Per le nomine in Fondazione applicherò un bando ereditato dalla giunta Ceccuzzi, secondo cui le persone potranno proporsi solo in base a criteri prestabiliti, in assenza di incompatibilità, e il sindaco farà le sue nomine soltanto con valutazioni nel merito, nel rispetto del nuovo statuto della Fondazione».

Il 18 luglio il cda di Banca Mps discuterà dell’abbattimento del limite al 4% delle quote per i soci diversi dalla Fondazione Mps. Sarebbe d’accordo?
«Il comune parla alla Fondazione, e non voglio certo ledere l’autonomia della banca, il cui problema principale oggi è l’istruttoria dell’Ue sulla validità del prestito da 4 miliardi concesso dallo Stato. Sul 4% vorremmo ragionare, e sarei d’accordo se servisse a trovare soci stabili, anche se meglio finanziari che bancari, altrimenti con questo indebitamento la banca verrebbe fagocitata da colossi più grandi. Serve patrimonio fresco per ricapitalizzare e ripagare il prestito oneroso allo Stato, e la politica senese non vuole certo impedire alla banca di crescere. Ma ci troviamo in questa situazione anche perché chi ha diretto la Fondazione ha causato una perdita di patrimonio dovuta alla concentrazione in un unico bene».

Ha senso, quindi, mantenere una quota così alta in Banca Mps, e non diversificare?
«C’è un dibattito in corso, ma in questo momento la Fondazione possiede il 34% di Mps. La sua partecipazione vale 900 milioni, ma 450 milioni circa sono rappresentati da debiti bancari e verso soggetti terzi. Prima occorrerà togliere di mezzo il debito, poi ci si potrà permettere di diversificare. È necessario, comunque, che la Fondazione venda delle quote, ma non adesso che ha un debito pari a metà della capitalizzazione di borsa di ciò che controlla».

Potrebbe scendere anche fino a zero?
«Personalmente preferirei comunque mantenere una partecipazione in banca, nonostante non garantisca dividendi, perché in questo modo terremmo la banca sul territorio, in termini di migliaia di euro di forniture e posti di lavoro nel circondario. Con azioni che oggi valgono 20 centesimi, la Fondazione dovrebbe vendere metà della quota di partecipazione in banca per sanare tutti i debiti. Se invece il titolo valesse 40 centesimi, già potrebbe limitarsi a vendere solo un quarto».

Perciò, anche a condizioni migliori, sarebbe comunque auspicabile che la Fondazione non scendesse sotto una soglia variabile dal 17% al 25 per cento?
«Esattamente, a seconda della variazione del prezzo delle azioni da 20 a 40 centesimi».

Il M5S, invece, ha proposto una consultazione pubblica sul 4 per cento. Sarebbe fattibile?
«Sarebbe una discussione ridicola. I cinquestelle hanno sbagliato linea già quando Beppe Grillo venne a Siena puntando tutto su Mps, uscendone con le pive nel sacco. Ma propongono anche la nazionalizzazione di Mps, con cui però scomparirebbe la partecipazione della Fondazione in banca, quindi la Fondazione stessa, che invece adesso vorrebbero salvare con una consultazione popolare. Cioè, i deputati dovrebbero votare dentro l’assemblea degli azionisti di un istituto privato, secondo le indicazioni dei cittadini. Piuttosto, i grillini cominciassero a sottoscrivere azioni della banca».

Siena si candida a diventare Capitale europea della cultura nel 2019. Quali ricadute ci sarebbero sul territorio?
«A settembre verrà presentata ufficialmente la candidatura, e se alla fine dell’anno prossimo la spunterà Siena, si stima che con il progetto verranno assegnati 80 milioni di euro complessivamente, tra fondi europei e degli enti locali. Con Siena 2019 vogliamo puntare sull’economia della conoscenza, non mercificando la cultura, ma convertendola in industria. Bisogna produrre cultura, e non solo venderla o distribuirla, per attrarre ricchezza e investitori privati. Per esempio, in questi giorni al Santa Maria della Scala c’è una mostra dell’artista Steve McCurry, e si punta a 50 mila visitatori senza alcun costo per il comune».

Siena non gode di una buona immagine, perché dovrebbe spuntarla?
«Esattamente per questa ragione. Per vincere non bisogna essere già una cartolina, ma presentare un progetto innovativo che punti sulla cultura come elemento di cura di una società malata. La città è in crisi, perciò si punta a dimostrare come le politiche culturali possono risollevare un territorio».

Conferma che c’è in vista un’alleanza con Firenze e il sindaco Matteo Renzi?
«L’alleanza c’è già, Firenze è un biglietto da visita per l’Italia intera, e il binomio con Siena è sinonimo di arte e cultura. Ma presto terremo una conferenza stampa di presentazione della candidatura a Palazzo Vecchio, cui prenderò parte insieme a Matteo Renzi e Gianna Nannini».

Twitter: @nicoladituri

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