I nove saggi che decidono il futuro degli Usa

La Consulta degli altri

NEW YORK – L’America è nelle mani di nove giudici. I casi sui quali la Corte Suprema si pronuncerà nei prossimi giorni toccano alcuni dei pilastri sui quali è stato costruito il paese ed evocano battaglie dialettiche fondamentali nella creazione dello spirito americano. Oggi cambiare il volto di questo spettacolare esperimento democratico non è un’attività che spetta al presidente e ai rappresentanti del popolo, ma ai tedofori del “più debole dei rami del potere”, come diceva Alexander Hamilton. La legalizzazione del matrimonio gay è certamente l’argomento che solletica più di ogni altro le passioni sociali, civili e politiche e con le due cause in esame – una a livello federale, l’altra riguarda la California – la Corte ha la possibilità di fare con il matrimonio omosessuale quello che nel 1973 ha fatto con l’aborto, sdoganato nel diritto americano da un’ampia sentenza emessa intorno a una controversia locale. Oppure potrà decidere di attribuire soltanto in parte legittimità legale alle petizioni, o addirittura di fare un passo indietro. Non è una responsabilità di poco conto.

Ci sono poi altri casi mediaticamente meno pruriginosi eppure gravidi di conseguenze all’attenzione dei nove giudici. La disputa fra la studentessa Abigail Fisher e la University of Texas va al cuore dell’affirmative action, la legislazione per le pari opportunità introdotta da John Fitzgerald Kennedy e messa a sistema da Lyndon Johnson. E’ stata una delle conseguenze legali e sociali più rilevanti della lotta per i diritti civili, riassunta nell’idea johnsoniana: “La libertà non è abbastanza”. Non bastava che gli afroamericani fossero liberati formalmente dal giogo della segregazione: per essere effettivamente equo lo stato doveva concedere alle minoranze emarginate le stesse possibilità riservate ai bianchi. Decenni di discriminazione non si potevano cancellare con un tratto di penna, dunque la terra della libertà doveva diventare terra delle opportunità. Era, in fondo, un ragionamento analogo a quello che ha portato il Congresso ad approvare il 14esimo emendamento pochi anni dopo l’abolizione della schiavitù. Gli schiavi erano tecnicamente liberi, ma di fatto in molti casi non potevano avere proprietà o far valere contratti presso un giudice. Non un granché come libertà. Dalla metà degli anni Sessanta scuole, università e uffici pubblici hanno quote riservate alle minoranze etniche. I termini dell’affirmative action sono stati discussi e riformati decine di volte a livello nazionale e locale, ma la causa intentata da Fisher tocca i fuochi della questione: non è che a forza di quote il sistema ha finito per diventare ancora più discriminatorio? La fase delle opportunità per chi era discriminato è eterna oppure una volta raggiunto lo scopo di offrire le stesse possibilità a tutti i cittadini può considerarsi chiusa? Nel 2008 la domanda di ammissione di Fisher alla University of Texas di Austin è stata respinta. Nei test scolastici parificati Fisher aveva però punteggi notevolmente migliori rispetto agli studenti di colore che sono stati ammessi all’università grazie alla regola delle pari opportunità, cosa che, sostengono gli avvocati della studentessa, viola il 14esimo emendamento, quello originariamente vergato per proteggere i diritti degli schiavi affrancati.

L’Economist ha dedicato una copertina alla questione, sostenendo che le leggi che avvantaggiano le minoranze sono un anacronismo che non produce vantaggi sociali ed economici nemmeno per chi gode della corsia preferenziale. Molte università, compresa quella del Texas, sostengono però che i criteri di ammissione non sono fondati sul “debito” dell’America nei confronti delle minoranze a lungo oppresse, non è una faccenda morale. Piuttosto serve a creare quel clima multiculturale che arricchisce l’università e di riflesso la società intera, una spassionata questione di efficienza. Richard Sander e Stuart Taylor Jr. hanno smontato a suon di numeri e serie storiche questa tesi nel libro “Mismatch: How Affirmative Action Hurts Students It’s Intended to Help, and Why Universities Won’t Admit It”, dettagliata radiografia delle conseguenze negative che l’affirmative action ha su chi ne beneficia e sulla società intera. La legge del “mismatch” osservata da Sander e Taylor dice che un’enorme quantità di studenti ammessi d’ufficio a corsi che altrimenti non sarebbe stati in grado di sostenere, abbandona del tutto gli studi. Il vantaggio è diventato un pericolo. L’opportunità di Lyndon Johnson era il quadro che riempiva di contenuto la spoglia cornice della libertà; ora l’opportunità sembra rivoltarsi contro coloro che si proponeva di aiutare. Libertà, opportunità, uguaglianza, discriminazione, merito, minoranze, razza: la sentenza riguarda un caso specifico, ma contiene un esemplare groviglio di questioni profondamente americane.

Se a questo si aggiungono un altro caso sulle leggi che regolano i meccanismi di voto e le sentenze sul matrimonio gay la Corte Suprema ne esce come l’attore fondamentale nella riforma politica e culturale del paese. E pensare che doveva essere il ramo debole.

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