Il porno food, viaggio nella pornografia del cibo

La grandissima abbuffata

«Non so se godere o vomitare. Anzi, sono pronto a godere fino a vomitare». Questo è solo uno dei 19.529 commenti al video Garden Meat  orgoglio della web tv di Epic Meal, sito specializzato nella preparazione di piatti osceni e ipercalorici a base di carne. Chi ha postato il commento ha appena visto la puntata in cui tizi nerboruti con i cappellini da rapper cucinano un “giardino” di carne. Proprio così. Dopo aver comprato un quarto di bue sfilettato e macinato, i cuochi tatuati e muscolosi costruiscono un piccolo terrazzamento fatto di tenera carne di vitello alla brace, con tanto di rose ottenute da sottofiletto, terriccio di battuta al coltello e tulipani di salsicce. Ciliegina sul giardino, una pompa che innaffia la mostruosa composizione con litri di succoso Jack Daniel’s. Le grafiche che scorrono sotto il video sono impietose: informano l’attonito spettatore che la “ricetta” proposta contiene 81.140 calorie, di cui 4 chili e mezzo esclusivamente di grasso.

 https://www.youtube.com/embed/b6s3rKTvV5c/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

In altri commenti, le obiezioni principali a questa scena di colossale ingordigia non stanno nel fatto che quella carne verrà probabilmente buttata, che nessuno la cucinerà mai a quel modo e che, sopra ogni cosa, non sarà possibile scovare un essere senziente che possa apprezzarne il gusto. Ma nel fatto spudorato e perverso che – dopo essersi sorbiti ogni secondo di quel video – l’unico desiderio che resta è quello di correre a farsi una grigliata. E farsene tanta da stare male.

Il Food Porn, o Gastroporn, agisce prima di tutto su questo piano subliminale e immateriale. Costringe lo spettatore a ipersalivare senza che neppure un boccone raggiunga i suoi sensi. Di più, la dimensione primaria del Food Porn è (e deve essere) immateriale. La sua natura digitale e riproducibile fa sì che il media che la veicola – come già sosteneva Marshall McLuhan nel capitolo The Gadget Lover di Understanding Media – sia l’unica esperienza possibile. «In una civiltà completamente mediatizzata come la nostra il fenomeno del Food Porn celebra il dominio dell’immagine, spinto dalla tecnologia digitale e dagli smartphone», spiega Nicola Perullo, docente di Estetica e Filosofia del Gusto presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. «Questi moltiplicatori di immagini hanno dato origine a un vero e proprio voyeurismo gastronomico: un onanismo del cibo che si rivolge anche ai modi di preparazione e al consumo di piatti sempre più complessi e sofisticati. Piatti che trovano nelle foto e nei video il loro primo linguaggio descrittivo».

LEGGI ANCHE: Irene Cao, un libro da record ad alto contenuto erotico

Una definizione

Che cosa si intende per Food Porn, dunque? Il cibo pornografico, secondo un’efficace definizione, è «la presentazione visuale di un atto gastronomico (preparazione, presentazione o consumo di cibo) studiata per amplificare a dismisura il desiderio attraverso la manipolazione dell’immagine o del suo contenuto calorico, fino alla glorificazione dell’oggetto-cibo come sostituto di un atto sessuale». Insomma, è quella tecnica di perversione del cibo che utilizza le strategie pornografiche per stimolare la nostra curiosità e il piacere orgasmico.

Ma può una bistecca essere sexy? «Il cibo è il primo input estetico dell’essere umano», continua il professor Perullo. «Quando nasciamo sono due gli aspetti che ci gettano nel mondo e fondano il nostro essere umani: la luce e il gusto. La prima porta le immagini, la seconda la nutrizione. Quando il bambino si nutre al seno della madre, la loro potenza è massima: coniuga la conoscenza per immagini a quella del gusto. È questo che crea l’estetica di un piatto: un inseparabile connubio di affettività e godimento per il cibo».

Come tutti gli stimoli di natura pornografica, infine, il Food Porn deve continuamente alzare l’asticella della provocazione, cercando nuovi modi per penetrare la nostra disattenzione quotidiana. È così che la gastropornografia, nata come presentazione estetica del cibo per scopi pubblicitari, negli ultimi anni ha ingaggiato una sfida con se stessa: superare la barriera dell’orrido, mischiando il piacere al gusto del proibito, fino a raggiungere lo stomachevole e il riprovevole, purché sappia sempre strappare un sorriso di compiaciuta complicità.

LEGGI ANCHE: Vietare il porno è come voler fermare il vento

Il Cronut e il FrankenFood

Con il Food Porn e le sue derive contemporanee, accade ciò che capita di osservare durante i grossi incidenti stradali. Anche se la strada viene liberata, l’ingorgo è garantito da quei guidatori che godono della vista delle lamiere contorte e che sperano in un improvviso rivolo di sangue o un pezzo di carne slabbrata. Così i consumatori di Food Porn – e i creatori in primis – sanno che il cibo non deve rimandare a un gusto, ma promettere uno stimolo, cercare l’adrenalina contenuta nell’immagine piuttosto che guidare verso la conoscenza di un piatto e i suoi modi di preparazione. Tanto che un curioso esperimento condotto dal magazine Desire nell’agosto del 2006 ha pienamente dimostrato che – sottratte le immagini al loro contesto – i lettori non sono in grado di distinguere l’estasi di una pornostar da quella di un cuoco televisivo alle prese con i fornelli.

La pornografia del cibo diventa così titillamento, tanto più pruriginosa, quanto più audace. Come spiegare il successo di Epic Meal, la web tv di pornografia pantagruelica i cui video hanno una media di 3 milioni di visualizzazioni? O il successo di This is Why you’re fat (http://thisiswhyyourefat.tumblr.com/), un blog traboccante di grasso e cibi da attacco cardiaco, che negli Usa è stato trasformato in un libro dall’incredibile successo? Perché un giapponese con qualche serio problema di autocontrollo mangia un hamburgher con mille fettine di bacon (http://en.rocketnews24.com/2012/04/19/we-order-whopper-with-1050-bacon-strips-struggle-to-level-comically-huge-burger/) e una nota marca di bibite americana lancia sul mercato un frullato, il P&B Coldstone (http://www.dailymail.co.uk/news/article-1281479/Americas-unhealthiest-drink-2-000-calorie-milkshake-equivalent-25-bacon-rashers.html), sbandierando le sue duemila e dieci calorie, pari a 68 listarelle di bacon o 30 biscotti al cioccolato? E ancora: qual è il motivo che ha indotto Dominique Ansel, un pasticciere di Soho, a creare il Cronut (http://www.nytimes.com/interactive/2013/06/12/dining/from_croissant_to_cronut.html?smid=fb-nytimes&WT.z_sma=DI_FCT_20130612&_r=0): un cornetto che contiene una ciambella che contiene un bombolone (e impazza per le vie della Grande Mela che lo ha già battezzato Frankenpastry)?

Assistiamo a un fenomeno singolare. Il cibo supera le categorie della pornografia standard per abbracciare quella delle sue versioni più spinte. Nasce così il cibo perturbarte, la cui parvenza di immangiabilità sotto forme edibili genera un’estetica distorta. Il cibo fetish, che si autoincensa con pratiche quali lo sploshing (il cospargersi di cibo per nutrirsi direttamente dal corpo). O il cibo masochistico, dove l’esperienza pornografica è data semplicemente dal senso di impotenza e di dolore provocato dall’impossibilità di mangiare un cibo troppo grande (supersized) o troppo calorico (overcalories). E, infine, da questo continuo innalzamento dell’asticella, nasce la più fortunata branca del Food Porn contemporaneo, il FrankenFood (da «Frankenstein»). Ovvero il cibo cucinato per contenere altro cibo o il cibo composto di più cibi: come la torta di carne ripiena di spaghetti, la apple pie cucinata dentro una mela, il tacchino che contiene l’anatra o, appunto, il Cronut, ultimo baluardo di questo genere.

Apple pie cucinata dentro una mela al forno 

Uno stadio costruito con svariate decine di tipi di junk food

Un’anatra cucinata dentro un tacchino

Torta di carne riempita di spaghetti

Torta ripiena di pollo Kfc

Polpette di carne allo sciroppo di lampone su torta di spaghetti

Postproduzione

Ci piace davvero il cibo pornografico? La risposta può venire da un racconto di Chuck Palahniuk contenuto in Cavie: Postproduzione. In questa novella, una coppia di sposi decide di darsi alla pornografia amatoriale per raggranellare uno stipendio extra. Dopo aver acquistato tutto l’occorrente per un set casalingo, i due si rivedono in video per montare le scene. Ma, riguardandosi, accade un fatto particolare. Per la prima volta, dietro l’occhio asettico delle telecamere, scoprono che la loro relazione più intima, dalla quale traevano entrambi un sano piacere coniugale, si trasforma in un atto terribile, pieno di imperfezioni e brutture di carattere estetico e comportamentale. Brutture che lasciano i due non solo basiti, ma disgustati l’uno dell’altro e del mondo intero, di cui hanno svelato la finzione: «Solo che adesso», scrive Palahniuk, «qualsiasi cosa avessero fatto, avrebbero saputo che non era reale. Che loro due non sarebbero mai stati ciò che avevano immaginato di essere».

Così, nelle sue derive più spinte, quando il Food Porn smette di essere immagine e diventa reale, la gastropornografia rischia di minare, o di alterare, il rapporto che abbiamo con il cibo. Perché, come scriveva Rosalind Coward nel suo saggio Female Desire, «cucinare il cibo e presentarlo esteticamente è un atto di servizio. È un modo di esprimere affetto attraverso un dono, che è un simbolo di volontà di condivisione nel servire gli altri. La pornografia del cibo contraddice esattamente questi significati».

Il cibo pornografico non è più dono, non è più condivisione, non è neppure consumo. Ma è sottrazione della relazione con il cibo, rimozione della complessità, illusione della fruibilità immediata che salta tutti i passaggi intermedi tra gli ingredienti e la tavola. Il cibo viene appiattito sulla sua dimensione del sublime (che contempla l’orrido), mistifica le caratteristiche organolettiche e si appiattisce sulla pura dimensione commerciale. Come scrive il famoso critico culinario Jeremy Iggers in Food & Philosophy: «Tanto più il cibo presentato sembra avere caratteristiche qualitative scarse, tanto più è libero di imporre le proprie fantasie (gastropornografiche, ndr)». Secondo un assodato principio di food marketing, ci sono infatti due vie per aumentare le proprie vendite: migliorare la qualità del prodotto o alterare la percezione che ne hanno i consumatori. E il Food Porn, nel bene o nel male, agisce proprio (ed esclusivamente) sulla seconda. «Fino al paradosso che», conclude Nicola Perullo, «il Food Porn – che dovrebbe celebrare la materialità del cibo – diventa così immaginifico da essere pura immagine, fantasma di se stesso e metafora di qualcos’altro».

Twitter: @gapieron

«La pancia del popolo», il blog di Gabriele Pieroni su Linkiesta

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta