TaccolaLavoro e fotovoltaico, l’illusione è finita

Bolla o distruzione di valore?

L’occupazione nel fotovoltaico sta evaporando. Tra i tantissimi professionisti che ci si erano buttati a capofitto, uno su cinque lo scorso anno si è ritrovato senza lavoro. Quest’anno ci sarà un’ulteriore riduzione, almeno di un altro 10 per cento.

C’è poco da stupirsi: il mercato si sta rimpicciolendo, con la stessa velocità con cui si era ingrandito a dismisura tra il 2008 e il 2011. Con mutazioni degne di Alice nel paese delle meraviglie, i 300 MegaWatt installati nel corso del 2008 sono diventati 8.000 (8 GigaWatt) solo tre anni dopo. Gli incentivi più generosi del mondo attraevano fondi d’investimento da tutto il globo, mentre il peso sulle bollette degli italiani cominciava a crescere.

Dopo il 2011 è arrivato il momento di tornare alla realtà: il Quarto e Quinto conto energia hanno previsto la riduzione degli incentivi e il taglio netto ai grandi impianti a terra. Così nel 2012 i GigaWatt installati si sono ridotti a 3 e nel 2013 non supereranno quota 1,5-2. L’anno prossimo sarà peggio: le previsioni sono di fermarsi a 900 MegaWatt, perché nel frattempo il Quinto conto energia ha raggiunto il suo tetto e con esso sono finiti tutti gli incentivi basati sulla remunerazione dell’energia prodotta. D’ora in poi rimarranno solo le detrazioni del 50% dei costi sostenuti per installare gli impianti, da recuperare in dieci anni. Una misura che è valida peraltro solo per i sistemi fino a 20 kW, cioè quelli per i tetti delle case private e dei piccoli capannoni, e che vale solo per le persone fisiche.

In questo quadro l’Energy Strategy Group del Politecnico di Milano ha conteggiato una riduzione in un solo anno del 22% degli occupati diretti, dai 18mila del 2011 ai 14mila del 2012. I lavori persi sono però il doppio contando anche le migliaia di piccolissimi imprenditori, dagli elettricisti, agli installatori termotecnici ai piccoli produttori di componenti, che si sono lanciati nel settore. Gli occupati totali nel 2011 erano 42mila, scesi in un solo anno a 34mila.

A pagare sono stati gli addetti delle aziende di produzione dei componenti, più che gli installatori. «La forte riduzione del 2012 – spiega Federico Frattini, vicedirettore dell’Energy Strategy Group – è da imputarsi principalmente alle parti a monte della filiera, con il grosso degli stabilimenti produttivi italiani rimasti fermi nel 2012. La parte della distribuzione e dell’installazione è rimasta meno colpita, a causa della tenuta, anzi addirittura della crescita in termini di numero di impianti, del segmento residenziale e piccolo industriale».

Per questo, anche se il mercato 2013 sarà circa la metà del 2012 , continua, «l’effetto di contrazione dell’occupazione dovrebbe essere di entità minore rispetto al 2012, con qualche effetto aggiuntivo anche sulle fasi a valle che dipenderà molto dalle modalità con cui il mercato residenziale saprà recepire lo strumento delle detrazioni».

Installatori: giganti azzoppati

Tra gli installatori hanno sofferto soprattutto gli Epc (Engineering Procurement & Construction, ndr), ossia le società specializzate nella realizzazione di grandi impianti. Chi non è riuscito a diversificarsi sui piccoli sistemi né a raggiungere i mercati esteri ha visto improvvisamente scomparire la quasi totalità del mercato.

Il calo degli occupati, non ha colpito però in misura maggiore le regioni, come la Puglia, dove sono prosperati i parchi fotovoltaici, ora azzerati. «I grandi impianti li realizzavano gli Epc, mobili sul territorio nazionale – sottolinea Frattini -. I piccoli installatori locali hanno sostanzialmente tenuto; viceversa ad aver sofferto di più sono forse le regioni del nord Italia dove erano situate le realtà produttive più importanti: Helios Technology, X-Group, MXGroup Solon, Solarday, tutte tra Lombardia e Veneto. Mentre altre realtà, dalla siciliana Moncada a Sunerg e Brandoni sono verosimilmente quelle che hanno saputo tenere un po’ di più».

Il problema più spinoso, per i piccoli installatori, è oggi la burocrazia, sotto forma di un documento del 24 gennaio 2013 della Conferenza delle Regioni. Prescrive è che dall’agosto 2013 gli installatori di impianti a fonte rinnovabile, fotovoltaici o no, dovranno necessariamente partecipare a corsi formativi di 80 ore, organizzati dalle regioni.

Quale sarà l’impatto sull’occupazione? «Il parere degli operatori – risponde il vicedirettore del gruppo di studio del Politecnico di Milano – è che l’impatto potrebbe essere devastante, dato che la formazione costituisce il requisito fondamentale. Tuttavia il decreto che ha prolungato e aumentato le detrazioni (decreto legge 4 giugno 2013 – Dl 63/2013, ndr), ha fatto in modo che anche l’esperienza maturata sul campo dall’operatore possa rientrare nei requisiti qualificanti, facilitando almeno in parte la prosecuzione dell’attività. Rimane il problema dell’iter burocratico che tutti gli installatori dovranno seguire per qualificarsi dimostrando di avere i requisiti necessari: laurea, diploma tecnico specialistico, corso di formazione ad hoc o esperienza qualificata, da dimostrare come ancora non è chiaro».

Produttori: l’incognita dazi

I produttori sono invece stati colpiti soprattutto dalla concorrenza asiatica, americana e tedesca. Le aziende non solo non generavano le economie di scala sui cui potevano contare i concorrenti, ma hanno subito anche le politiche di dumping dei produttori cinesi. Basti pensare che il costo di un impianto casalingo da 2,5 kW si è ridotto dai circa 18-20mila euro di quattro anni fa ai circa 7mila di oggi, di cui la metà detraibile. Un abbassamento che ha avvicinato molto la “grid-parity” (convenienza in assenza di incentivi) del fotovoltaico, già raggiunta al Sud, ma che ha portato al fallimento – o quasi – centinaia di aziende.

Ora per loro una boccata d’ossigeno può arrivare dai dazi sulle importazioni dalla Cina decise dall’Unione europea: per un periodo di due mesi i dazi si fermeranno all’11,8%; da agosto, se non si troverà una soluzione negoziale, le tariffe saliranno al 47,6 per cento. Una scelta che però spaventa, perché rischia di ridurre notevolmente il mercato, dato che le stime parlano di almeno 1,3 GW installati in meno in Europa.

Quali saranno, dunque, le conseguenze? Per il neo presidente di Gi.Fi., il gruppo italiano delle imprese fotovoltaiche, Emilio Cremona, «i dazi sui moduli fotovoltaici prodotti in Cina potrebbero essere condivisibili da un punto di vista ideologico. Quello che contestiamo sono i tempi e le modalità con le quali la Commissione Europea è intervenuta: un simile approccio avrà sicuramente ripercussioni negative sia sul mercato che sull’intera filiera». In pratica il rischio è che in questi due mesi di dazi accessibili ci sia una corsa all’acquisto, drogando di conseguenza il mercato, con una successiva inchiodata.

Meno fosca la previsione da parte dell’Energy Strategy Group. «Il primo effetto si è avuto sicuramente sui prezzi – osserva Frattini – visto che, per la prima volta da tre anni, da metà aprile a oggi il prezzo dei moduli sembra essersi stabilizzato. Quindi questo significa che le riduzioni dei costi potranno dover riguardare in primo luogo le altre componenti dell’impianto: inverter ma soprattutto installazione e autorizzazione. Se infatti ad oggi con il prolungamento della detrazione al 50% gli investimenti stanno in piedi, con il nuovo anno e le detrazioni che torneranno al 36% la parte Nord del paese potrebbe essere tagliata fuori se non si riavvia un processo di riduzione dei costi. Da qui a dire che i dazi comporteranno perdita occupazionale è difficile, anche perché potrebbe esserci, almeno a quanto dicono gli operatori, un effetto di ripresa delle attività produttive nella fase a monte. Tuttavia il mercato ne potrebbe risentire e quindi anche la parte più importante dal punto di vista occupazionale come l’installazione».