Viva la FifaLionel Messi e gli altri: i problemi fiscali della Liga

E l’Espanyol rimborsa gli abbonamenti a chi perde il lavoro

La Fiscalidad spagnola non vuole lasciare in pace la Liga. Alle sue casse poco importano se nel massimo campionato iberico giocano Real Madrid, Barcellona, Lionel Messi, Cristiano Ronaldo. Non gli importano se il fùtbol negli ultimi anni ha dominato in Europa e la sua nazionale è campione del mondo in carica. Le tasse vanno pagate.

Succede così che proprio Messi viene denunciato assieme al padre perché avrebbe evaso tasse per 4 milioni di euro. Le accuse alla “Pulce” sarebbero solo l’inizio. Fino ad ora, l’unica squadra a pagare davvero è stato il Malaga, di recente escluso dalla prossima Europa League dal regime del Fair Play finanziario che forse colpirà sole le squadre medio-piccole. Ma in Spagna la crisi galoppa e bisogna rimediare. Così mentre il Barcellona avrebbe dribblato il fisco l’altra squadra della città, l’Espanyol, si inventa il rimborso dell’abbonamento a chi perderà il lavoro.

Partendo da Messi, pare non abbia dichiarato 4 milioni di euro tra il 2007 e il 2009. Una bazzecola, per uno che di euro all’anno ne prende almeno 31 tra stipendio e sponsor vari. Lionel, assieme al padre Jorge Horacio, avrebbe provveduto a una cessione simulata dei propri diritti d’immagine a società ad hoc create fra Belize e Uruguay. Queste società avrebbero formalizzato accordi di licenza con altre compagnie, riconducibili proprio al numero 10 blaugrana e con sede a loro volta in domicili di comodo come Svizzera o Regno Unito. Da qui, il denaro sarebbe partito verso il Sudamerica. Come spigato nella denuncia della Procura per i reati economici di Barcellona, il padre di Messi avrebbe fatto creare «una prima società strumentale, destinata ad essere sostituita poi da un’altra, con l’unico obiettivo di evadere le tasse».

Il beneficiario di tali movimenti di denaro, Messi figlio, avrebbe quindi evaso tasse per 1.059.398,71 euro nel 2007, 1.572.183,38 euro nel 2008 e 1.533.092,87 euro nel 2009. In tutto: 4.164.674,96 di euro. Il giocatore, che è stato inserito da Forbes nella lista dei 10 atleti più pagati al mondo, rischia grosso. Rischia da 2 a 6 anni di carcere e una multa che stavolta potrebbe essere pesante pure per lui: si può arrivare a pagare fino al sestuplo della somma evasa. Ma anziché risolvere il problema, in Spagna le accuse di Messi si sono trasformate in altre accuse a Cristiano Ronaldo da parte dei media catalani. Che solo ora, evidentemente, si sono accorti del fatto che lo stato aveva varato nel 2006 la cosiddetta “Legge Beckham” che prometteva un basso regime fiscale ai professionisti di alto profilo che decidevano di andare a lavorare in Spagna. Come accusa il foglio catalano “La Vanguardia”, Cristiano Ronaldo ne aveva approfittato per andare dal Manchester United al Real Madrid. La legge gli permetteva inoltre di scegliere di non essere residente a Spagna, pagando quindi meno tasse di Messi, che essendo arrivato a Barcellona a 13 anni ed avendo la residenza spagnola, paga il 56% di imposte sul reddito anziché il 24% di Ronaldo.

Non solo Messi. Pare che Liga, Primera e Segunda Division, la serie A, B e Lega Pro del calcio iberico, abbiano debiti con il fisco per oltre 700 milioni di euro. Da sola, la Liga ne avrebbe oltre 400. La cosa interessante è che la notizia il Governo spagnolo la conosce da marzo dello scorso anno, quando ha diffuso i dati attraverso una nota arrivata dopo una interrogazione parlamentare chiesta da Caridad Garcia, portavoce del partito Izquierda Unida. Una cifra, quella del debito calcistico con il Fisco, che è aumentata di 150 milioni rispetto al 2008. La situazione ha fatto infuriare il ministero delle Finanze. Non solo: il Barça ha firmato un contratto di sponsorizzazione faraonico con il fondo sovrano del Qatar. Il Real incamera soldi anche grazie alle speculazioni edilizie. Solo dall’ultima, quella relativa alla Ciudad Deportiva, il presidente delle Merengues Florentino Perez ha incassato 500 milioni di euro. Soldi gonfiati, sui quali ora l’Unione Europea sta cercando di vederci chiaro.

D’altronde, le due grandi squadre sono quelle che maggiormente riforniscono la Seleccion campione del mondo e d’Europa in carica. E sono quelle che danno maggior lustro al calcio iberico nel nostro continente. Ve la immaginate una Champions League senza il Barcellona, considerata da anni la squadra con il calcio più bello del mondo? O lo stesso torneo senza il Real Madrid, che insegue da tempo il sogno della decima coppa? No. Così il Fair Play finanziario di Michel Platini colpisce solo le meteore, le squadre medio-piccole che se in Champions ci vanno o meno fa poca differenza. Se poi queste squadre sono state abbandonate da un emiro infagottato di soldi, perché la Uefa dovrebbe chiudere un occhio sui suoi problemi fiscali? La squadra biancoceleste era stata rilevata da Hamad Bin Khalifa Al Thani nel 2010. Dove avete già visto questo nome? Il fratello Tamim è il proprietario del Paris Saint Germain. L’altro fratello, Khalifa, è quello che ha “convinto” la Fifa a dare al Qatar i Mondiali del 2022. All’inizio dell’ultima stagione, l’emiro ha lasciato il Malaga pieno debiti, molti dei quali nei confronti del fisco. Risultato? La Uefa l’ha esclusa dall’Europa il prossimo anno. Mentre a Parigi l’altro emiro può spendere e spandere come meglio crede, altro che Fair Play.

Intanto l’altra squadra del capoluogo catalano, l’Espanyol, ha studiato un modo per evitare che la crisi si mangi anche il calcio. Perché oltre ai mega-debiti, il calcio iberico avrebbe anche un altro problema: il calo degli spettatori. La seconda squadra di Barcellona ha fatto le cose per bene, in questo senso. Si è dotato di un nuovo stadio, dopo l’abbattimento del mitico Sarrià. Un impianto comodo e funzionale, giudicato il migliore della Liga quest’anno, che invoglia gli spettatori ad andare sugli spalti. Ma in Spagna c’è la crisi, così l’Espanyol ha avuto l’idea: se sottoscrivi l’abbonamento alla prossima stagione, ma durante l’anno perdi il lavoro (cosa assai frequente da quelle parti), hai diritto a farti rimborsare tutto l’importo speso per andare allo stadio.

«Potevamo fare i populisti e annunciare che avremmo abbassato i prezzi a tutti, ma abbiamo scelto di andare incontro alle persone che davvero dovessero trovarsi in una condizione di disagio», ha spiegato il presidente del club Joan Collet. Non solo: l’età massima per avere diritto agli sconti per gli abbonamenti è stata elevata a 25 anni. La stessa età di Messi.

Twitter @aleoliva_84
 

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