Oscar Giannino: "Berlusconi è vittima di se stesso"

Oscar Giannino: “Berlusconi è vittima di se stesso”

Silvio Berlusconi, per Oscar Giannino, paga il conto di leggi ad personam «che non hanno limitato il potere dei giudici ma solo bloccato la politica per vent’anni. Liberale è essere convinto che i diritti servono al cittadino per difendersi dagli eccessi dello Stato», dice il giornalista. 

Sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Che opinone si è fatto della sentenza di condanna a Silvio Berlusconi? È interferenza dello Stato nella vita privata dell’ex premier?
Non ne sono stato sorpreso, ma per dare un giudizio io distinguo tre piani.
Il primo: l’enorme mole di procedimenti giudiziari su Berlusconi.
Secondo: il processo Ruby.
Terzo: considerazioni generali sul sistema giudiziario italiano, un problema che va avanti da venti anni.
Seguendo la vicenda processuale da osservatore esterno, da giornalista, ho capito che la sentenza sarebbe stata dura. Il nucleo di fondo, le telefonate alla questura, le dichiarazioni non convergenti tra commissario e giudice di sorveglianza erano tali da non lasciar pensare diversamente.

A proposito del numero di procedimenti cui Berlusconi è sottoposto, si tratta di accanimento giudiziario?
La questione si può leggere in due modi. Per molti si tratta di accanimento giudiziario, si tratta di una cosa politica ed extra-giudiziale: questo è un refrain che sentiamo da vent’anni. La mia opinione, da liberale, è che finché le norme restano queste, questa la Costituzione e queste le leggi, non possiamo che riconoscere come valida e legittima la sentenza dei giudici. Penso però anche che ci sono cose che non vanno nell’ordinamento, e che muterei molte norme. Cambierei ad esempio la legge sulle misure cautelari, di cui ridurrei l’estensione. Oppure parlerei di separazione delle carriere di giudici e pm. Ed è questo lo sbaglio di Silvio Berlusconi e del Pdl. Non aver fatto riforme vere del sistema giudiziario ma solo riforme ad personam. Questo un liberale non può accettarlo. Per vent’anni abbiamo misurato l’allargamento esagerato dei poteri attribuiti alla magistratura, ma il partito di Berlusconi lo ha affrontato da un punto di vista sbagliato: con cambiamenti fatti solo a favore del singolo individuo. Da condannare quindi, è l’operato del centrodestra degli ultimi 20 anni. 

Un giudizio politico, quindi.
Un liberale può dare solo un giudizio politico: non può entrare nel merito delle sentenze. E dico solo una cosa, c’è un prezzo politico che il Paese paga per queste sentenze. Cosa di cui il Pdl non è consapevole. Così come non ha capito che non era più utile a nessuno continuare con questo atteggiamento di guerra continua con la magistratura. È una prova di forza che vede un solo grande sconfitto: l’Italia.

Come giudica l’atteggiamento di chi, ricoprendo una carica istituzionale, organizza a casa propria feste come quelle fatte ad Arcore? 
Se mi chiede se sia o meno opportuno condurre stili di vita come quello di Silvio Berlusconi quando si ricoprono cariche politiche rispondo che no, non mi sembra opportuno. Perchè diventa qualcosa che investe non più solo la vita privata ma anche quella pubblica e istituzionale. Si diventa ricattabili. Ma poi in questo caso c’è la questione in più della telefonata. E su quella dico: telefonate così non si devono fare. Non può essere assunto come un diritto conseguente alla libera scelta individuale di condurre una certa vita privata.

Condotte di personaggi politici che si rendono ricattabili; attacchi diretti alle istituzioni come la sparatoria a Palazzo Chigi di inizio maggio. Abbiamo un problema di vulnerabilità delle istituzioni in Italia?
Penso che le istituzioni si rendano vulnerabili quando non danno risposte adeguate, quando, come sta accadendo oggi in Italia, il reddito torna ad essere uguale a quello di 20 anni fa. Non è questione di apparati di sicurezza. E su questo penso che nelle condizioni economiche degli ultimi tre anni, con perdita di prodotto e di reddito, gli italiani vadano solo elogiati. Penso che lo si debba fare per la misura con cui riescono ad attutire nelle proprie vite personali un danno di proporzioni tali da non avere uguali nel secondo Dopoguerra.