«Sono Enrico, risolvo problemi»: la missione di Bondi

Da Cuccia a Montedison fino a Parmalat. Ilva è l'ultima sfida del manager aretino

Chi è Enrico Bondi e perché tutti parlano così bene di lui? Non proprio tutti, perché c’è chi lo vuole processare per lo strano affare dei dossier Telecom, una vicenda oscura fitta di misteri come la faccenda della microspia trovata proprio nell’auto di Bondi che lo spinse a chiudere anzitempo la sua esperienza nel (semi) monopolio della telefonia italiana allora controllato da Marco Tronchetti Provera.

Parafrasando Pulp Fiction di Quentin Tarantino, il manager quasi ottantenne, avaro di parole e protettore del proprio stesso mistero, potrebbe presentarsi così: «Sono Enrico, risolvo problemi». Ma Hollywood è una miniera di nomignoli per uno come lui. I più scanzonati lo chiamano Enrico mani-di-forbici. O Ethan Hunt, come il protagonista di Mission impossibile, perché Bondi si è fatto la fama dell’uomo che compie anche le missioni impossibili. Tutte tranne una: ridurre la spesa pubblica. Perché davanti al corpaccione del Leviatano, persino lui ha alzato bandiera bianca. Incaricato da Mario Monti di prendere il bisturi invece della falce usata da Giulio Tremonti, ha prodotto ottimi documenti sulla spending review, ha avviato una istruttoria degna di merito sui tagli alla spesa lasciando al nuovo governo l’ingrato compito. Così ingrato che la grande coalizione guidata da Enrico Letta ha preso quel piano, gli ha dedicato solenni giaculatorie, lo ha messo sull’altare. E lì resta. 

Adesso Bondi è il supercommissario che dovrebbe salvare l’Ilva dalla catastrofe ecologica e industriale. Non senza qualche contraddizione. Perché è stato l’ultimo amministratore delegato nominato dai Riva. È vero, la famiglia lo ha subito e ingoiato, ma già da tempo aveva una consulenza con il gruppo siderurgico che «gli ha consentito di entrare nei meccanismi aziendali», come ha spiegato Bruno Ferrante il prefetto-presidente al quale è toccato assistere, proprio insieme a Bondi, agli ultimi vagiti del più grande centro siderurgico d’Europa così come lo abbiamo conosciuto.

L’Ilva è l’ultima di una lunga serie di illustri firme dell’industria italiana che si sono affidate al gran risanatore. Scoperto e lanciato anche lui da Enrico Cuccia (come Cesare Romiti che lo proporrà a Gianni Agnelli quale suo successore), Bondi vede la luce ad Arezzo nel 1934 e, dicono gli esegeti, va fiero più di ogni altra cosa dell’olio che produce nella natia Toscana. I suoi studi di chimica gli hanno insegnato a dosare bene le sostanze, la sua esperienza nell’industria lo ha messo in luce come organizzatore e determinato tagliatore di teste. 

Cuccia lo preleva dalla Fiat dove era parcheggiato per affidargli un compito da far tremare i polsi: salvare e ristrutturare la Montedison lasciata dai Ferruzzi in bancarotta dopo il suicidio di Raul Gardini. Schivo, brusco, silenzioso, dedicato al suo lavoro, lontano dai riflettori e dai giornalisti, rovescia come un guanto il secondo gruppo privato italiano, lo svuota della chimica e lo sposta sull’energia (tanto che poi si chiamerà Edison), taglia i rami secchi, ma anche quelli che possono ancora dare frutti rigogliosi come gli zuccherifici della Eridania (uno dei primi gruppi mondiali) o la Carlo Erba che vende agli svedesi di Pharmacia. Non tutte le scelte si rivelano azzeccate e lungimiranti sul piano industriale, mentre saranno efficaci dal punto di vista finanziario anche grazie al sostegno di Mediobanca. Uno dei suoi punti di forza è il sostegno che riceve dal mondo finanziario, caratteristica che condivide con Sergio Marchionne, anche lui uomo di gestione più che di prodotto.

Edison verrà poi pilotata dalla Fiat verso i francesi della Edf dopo una serie di spericolate convulsioni finanziarie seguite alla morte di Cuccia. Oggi è un gruppo elettrico importante, unico concorrente di Enel anche se a grande distanza e lavora ancora con le centrali idroelettriche che fecero il successo della Montecatini cento anni fa. Bondi tenta anche di salvare Lucchini, l’ex re dei tondini cresciuto prendendosi un pezzo dell’Italsider privatizzata, mentre gli acciai speciali andavano ai tedeschi della Krupp e il centro di Taranto ai Riva. Lucchini finirà poi in mano i russi.

Quando, dopo la morte dell’Avvocato, la Fiat si scopre sull’orlo della bancarotta, Umberto Agnelli propone Bondi alla guida del salvataggio che si regge sul prestito convertendo, ma viene stoppato da Capitalia, Intesa e Unicredit che guidano la cordata. Così, bisognerà attendere Marchionne. Bondi finisce alla corte di Salvatore Ligresti verso il quale aveva pilotato la Fondiaria, compagnia di assicurazioni che Vincenzo Maranghi, successore di Cuccia, voleva sottrarre alla Fiat di Paolo Fresco. L’obiettivo di Mediobanca è mettere un uomo fidato per controllare il costruttore milanese verso il quale è sovraesposta (un miliardo di euro). Dura appena un anno. 

Intanto scoppia lo scandalo finanziario più clamoroso della recente storia del capitalismo italiano: l’impero di Calisto Tanzi, nato dal latte a lunga conservazione, cade come un castello di carte e si rivela un gigantesco schema Ponzi. È Tanzi a chiamare Bondi nel dicembre 2003, in un estremo tentativo di salvare il salvabile (un po’ come ha fatto Riva per l’Ilva). Quando la società viene dichiarata insolvente, Bondi diventa commissario straordinario. Scelta felice. L’azienda non smette di produrre nemmeno un giorno, forse facendo tesoro dell’esperienza Montedison, il gruppo non viene svuotato, al contrario. L’uomo delle banche si lancia in una durissima campagna contro le banche, a cominciare dai colossi americani, che hanno finanziato le follie finanziarie e gli intrecci truffaldini. 

Chi ha investito nei bond veicolati dagli sportelli delle banche italiane, ancora si lecca le ferite. Tuttavia, Parmalat resta un brand importante e un’impresa di tutto rispetto. Nessun capitalista italiano ci ha messo un quattrino e alla fine se l’è accaparrata due anni fa la francese Lactalis che ha già fatto incetta di latticini italiani (Galbani, Invernizzi) e così completa la sua filera agro-alimentare. Occasione sprecata. Bondi e i suoi uomini lasciano con 32 milioni di euro in tasca e, col senno di poi, vengono criticati per una gestione anche troppo prudente che ha tenuto lontani possibili compratori italiani. Certo è che in questi anni non s’è vista una fila di acquirenti. Al contrario, è stato smontato anche il polo alimentare creato da Umberto Agnelli negli anni Novanta mentre Carlo De Benedetti aveva già venduto la Perugina a Nestlé. 

Cosa può fare Bondi all’Ilva? Dipende da quali sono i suoi poteri. Il problema è molto complesso perché la crisi del centro siderurgico è nello stesso tempo ambientale e industriale. È vero che i suoi prodotti sono di qualità e i Riva hanno aumentato la produttività rispetto agli ultimi anni della gestione pubblica. Ma lastre, nastri e lamiere sono vittime della crisi strutturale della siderurgia di base in tutta Europa, insidiata dai nuovi produttori: Cina, Corea del Sud, Russia, Brasile, Turchia. Per evitare un inevitabile ridimensionamento bisogna compiere un salto di qualità, quello che i Riva hanno evitato preferendo sfruttare al massimo gli impianti esistenti. Stiamo parlando di strategie industriali, di piani non solo italiani, ma europei. È questo il compito di un commissario? Durerà tre anni, ha deciso il governo. Non poco, ma le incognite sono molte, le rogne ancor di più. Ci sono i diritti di proprietà da rispettare a meno di non pensare a un esproprio con ricco indennizzo, ipotesi del tutto fuori dal mondo. La scelta di Bondi, insomma, sembra dettata dalla esigenza di prendere tempo. Tattica rispettabilissima ed estremamente utile. Se si sa cosa fare dopo.