Voci da Taksim “No alla Turchia tutta cemento e Islam”

Parla un amico di una donna finita in coma durante gli scontri

Pantaloncini e maglietta rosa, un corpo esanime su un prato, poi sballottolato sulla barella: queste le immagini della donna ferita gravemente mentre protestava per le strade di Istanbul. Lei, Lobna Al Lamii, 35 anni, che ora si troverebbe in coma in ospedale. Ha superato due delicate operazioni, i medici non sciolgono la prognosi ma si dicono ottimisti e gli amici continuano a sperare. «Si era trasferita in Germania tre mesi fa», racconta Ozgur O., suo amico dai tempi dell’università, che chiede di non pubblicare il suo cognome. «Se n’era andata perché era stanca della situazione in Turchia, ma è tornata appena ha saputo delle manifestazioni: voleva esserci, combattere in un momento così importante per il Paese».

Lobna Al Lamii, 35 anni

E anche Ozgur è sceso in piazza, ad Ankara, insieme ad altre migliaia di persone che si sono riunite nei quartieri centrali di Kızılay e Tunalı. «La polizia è stata molto dura» racconta, «ha caricato, ma noi abbiamo continuato a protestare e non ci fermeremo. La gente finora aveva paura anche di scrivere critiche su Facebook, il governo cercava di mettere a tacere il dissenso, non tollerava voci discordi. Ora vogliamo far sentire la nostra voce, anche se sappiamo che Erdogan non si dimetterà».

Alisar T., anche lui in strada ad Ankara, racconta scene di guerriglia urbana: «Ci siamo riuniti verso le 18 nella piazza principale. Sono iniziati subito gli scontri con la polizia, che colpiva i manifestanti con gas lacrimogeni. Noi resistevamo, rilanciavamo i lacrimogeni a nostra volta, qualcuno lanciava pietre. Abbiamo costruito una barricata. Poi la polizia ha avuto rinforzi e si è spostata davanti al palazzo del premier Erdogan. Quando sono andato via, verso le 23, la strada era bloccata da alcuni bus e una macchina in fiamme. C’erano medici nei negozi lì intorno e la gente cercava di entrare per chiedere aiuto».

Recep Tayyp Erdogan, primo ministro finora saldamente al potere con il suo partito islamico moderato Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo) è stato colto di sorpresa da un dissenso così forte. Le proteste erano nate quasi in sordina all’inizio della settimana scorsa, con sit-in pacifici a Istanbul per protestare contro la distruzione del Gezi Park, una delle poche aree verdi della capitale. Venerdì la polizia ha iniziato a caricare la folla, disperdendola con un uso massiccio di cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

Il bilancio per ora parla di mille feriti a Istanbul e 700 ad Ankara. Secondo Amnesty International, due persone sarebbero morte negli scontri. Nella mattinata del 3 giugno il segretario generale della Fondazione turca per i diritti umani Metin Bakkalci ha diffuso la notizia della morte cerebrale di un ragazzo, che sarebbe stato ferito con un colpo di pistola alla testa durante gli scontri di ieri ad Ankara. Erdogan ha ammesso gli “errori” della polizia parlando di “eccessi che saranno puniti”, ma è deciso a proseguire con fermezza per la sua strada. L

Per la prima volta dalla sua ascesa al potere, nel 2002, il premier si trova a fronteggiare l’opposizione della parte laica della società, sempre più insofferente verso la sua idea di Turchia “cementificata e musulmana”. Un’idea di modernizzazione, quella di Erdogan, basata su un vertiginoso sviluppo dell’edilizia, su un sempre maggiore accentramento dei poteri e su un’opera legislativa che mira a rafforzare “l’identità islamica” del Paese. 

La gente è decisa a continuare a lottare e a denunciare la durezza della repressione: «La polizia lanciava lacrimogeni e getti d’acqua direttamente sulla folla, Lobna è stata colpita così», racconta Nil Kutluk, bancario di 38 anni, anche lui sceso a protestare per le vie di Taksim, uno dei quartieri più turistici di Istanbul. «Ci siamo riuniti spontaneamente, nessuno di noi si aspettava una protesta così forte. Non agiamo su richiesta di nessun leader. Vogliamo solo essere convinti che il governo rispetti i nostri sentimenti verso il parco e la nostra libertà».

Adesso anche chi guarda da lontano, come Evren B., ingegnere 35enne emigrato anni fa in Germania dice: «Sto seguendo gli eventi attraverso le foto e i video pubblicati dai miei amici sui social network perché i media ufficiali stanno coprendo solo parzialmente le notizie. Negli scorsi giorni sono sceso in piazza a Francoforte insieme a 1.5002mila connazionali. Volevamo essere vicini a chi sta dimostrando in piazza Taksim e nelle decine di altre piazze che si stanno riempiendo in tutta la Turchia».