TaccolaAndrea Mamé, pilota. Un industriale da cui imparare

La morte sul circuito di Castellet

Con un intervento di dieci secondi durante una diretta radiofonica sul Gran Premio di Silverstone, domenica 30 giugno, è stato dato l’annuncio della morte di Andrea Mamé. Giusto il tempo di dire che sul circuito di Castellet, in una gara Gt nel Super Trofeo Lamborghini Blancpain, era deceduto un pilota italiano di 41 anni. 

La notizia di questo incidente è stata data per lo più nelle sezioni di sport dei giornali. In realtà la morte di Mamé è una perdita per l’industria italiana, e in particolare per la siderurgia. Il pilota era anche presidente del Mamé Group, una delle maggiori imprese al mondo nel settore dei cosiddetti “fucinati”. Era erede di un gruppo fondato nel 1905 da bisnonno Antonio. Qualche anno fa sul sito dell’azienda il padre, anch’egli Antonio, concludeva così nel presentare il cambio della guardia a favore del figlio: «passano gli anni e cambiano le persone, ma la storia della nostra famiglia continua nella sua tradizione fatta di serietà, entusiasmo e determinazione».

Ma questa non è solo una storia di ricambio generazionale in azienda, riuscito e interrotto tragicamente. Lo scorso anno la società si era distinta perché era stata una delle prime in Italia a fare ricorso allo strumento del contratto di rete. Dopo 40 anni di ostilità la Forgiatura Mamé e la Forge Monchieri avevano unito le forze per creare un gruppo capace di competere a livello internazionale, ribattezzato M&M Forgings.

Si trattava di porre fine a un dissidio che durava dall’uscita dalla Mamé del fondatore della Monchieri, il padre dell’attuale amministratore delegato Gaia Monchieri. Era uno scontro anche personale, esasperato dalla vicinanza tra le due aziende, distanziate solo da una strada, nella zona industriale del piccolo paese di Cividate Camuno (Brescia), in Valcamonica. 

L’avvicinanamento era stato dovuto proprio all’azione dei due rampolli, Andrea Mamé e Gaia Monchieri. Dopo essersi trovati nello studio di un notaio per un contenzioso su un terreno, i due intuiscono che, per reggere alla competizione internazionale, ha molto più senso unire le forze piuttosto che continuare a farsi la guerra in tutto il mondo. Un’operazione che lo stesso Mamé definì così: «È una cosa anomala, che nel nostro settore è praticamente impossibile. In questo settore le aziende sono portate avanti da vecchi proprietari, con figli che sono delle ombre».

Gaia Monchieri e Andrea Mamé, all’epoca della fondazione di M&M Forgings

La storia è stata raccontata da un articolo di Panorama Economy del febbraio 2012, che riproponiamo, a partire dall’incontro tra i due giovani imprenditori.  

«Non avevo mai visto Andrea, ne avevo sempre sentito parlare, perché erano i nostri competitor da sempre – racconta Gaia Monchieri –. Ero dal notaio e lui era in ritardo. Vedo entrare un ragazzino in jeans e camicia fuori dai pantaloni. Un tipo “easy” e non fighetto come me l’ero aspettato. Mi sono detta: mi piace questa persona. Ci siamo scambiati il numero di telefono e nelle settimane successive ci siamo sentiti per piccole cose, qualche offerta». La versione di Mamé coincide: «Dal notaio è scoppiata una simpatia a pelle. Ho trovato una figura diversa da quella che pensavo. Abbiamo iniziato a collaborare nelle piccole cose, da buoni vicini, per esempio per i lavori in comune sui terreni». I caratteri sono diversi. Lei si definisce «molto più introversa di lui», lui è esuberanza pura: i suoi fine settimana sono dominati dalle competizioni con team di auto “Lion Racing Team”, fondato con l’amico Mirko Zanardini, pilota assieme a lui in categorie come Gt Cup, Endurance e Rally; ultime imprese, la “12 ore di Abu Dhabi”, il rally Franciacorta e la “4 ore di Monza”. Nel resto del tempo libero si dedica alla caccia, passione ereditata dal padre. Di più: ha acquistato e porta avanti una riserva di caccia, la Selva di Gavazzana, nell’alessandrino, con il cacciatore Roberto Locatelli. Alle sue spalle, nonostante sia solo del 1972, c’è anche un’esperienza in Federacciai, qualche anno fa.

Se le persone sono diverse, lo sono anche le aziende: da competitori puri hanno cominciato a fare cose diverse, negli ultimi 3-4 anni. La Forge Monchieri è più specializzata in “power generation” e fa fucinati più grandi: grazie alla possibilità di lavorazioni fino a 120 tonnellate e a un investimento in una pressa da 12mila tonnellate, può fornire prodotti da una a cento tonnellate. La Forgiatura Mamé, invece, nel frattempo è diventata Mamé Group. «Noi abbiamo puntato sull’alta qualità – spiega Andrea Mamé -: finitura, prima e seconda lavorazione dei pezzi, che in tanti casi vengono acquisiti già finiti. Questo taglia la filiera, ed è un vantaggio economico sia per il cliente che per noi, dato che ci permette di essere più legati ai clienti e di diventare responsabili delle commesse». «Dal 2007 in avanti ho costituito una serie di società – continua -: Am Machining, dove Am sta per Andrea Mamé, per la finitura, Lion Meccanica per la sgrassatura e prima lavorazione, Am Logistic per portare ai clienti i pezzi in casa loro, Mamé Usa e International Real Estate, perché l’immobiliare è una mia passione». 

Il salto di qualità nell’integrazione tra le due società richiede del tempo: «Nei mesi successivi abbiamo imparato a conoscerci ed è nata questa voglia di fare qualcosa assieme – continua Gaia Monchieri -. Non ce lo dicevamo. Ma un giorno abbiamo fatto un pranzo assieme, una domenica al Four Season di Milano, e abbiamo avuto il coraggio di dirci che volevamo fare qualcosa di importante. È nato in tutti e due. Poi siamo partiti e abbiamo pensato al modo più idoneo di fare qualcosa assieme».
Ma che cosa? Per capirlo, i due imprenditori si sono rivolti al Politecnico di Milano, e in particolare al professor Giuliano Noci, ordinario di marketing e tra le altre cose responsabile dell’internazionalizzazione della business school Mip dello spesso Politecnico. «È passato un anno e mezzo – dice ancora Gaia Monchieri – ma poi abbiamo trovato il modo più idoneo, il contratto di rete, con la società M&M Forgings come strumento, organo di gestione del contratto di rete». L’alternativa era la fusione, ma è stata scartata, «sia perché volevamo prima testare la cosa – continua Monchieri – sia perché non sono l’unica proprietaria dell’azienda. Con una fusione avremmo dovuto mettere assieme gli azionisti e rifare il cda. Volevamo invece costruire una cosa in cui fossimo noi gli attori: in M&M Forging non c’è cda, ci siamo solo noi come amministratori delegati». Per quanto il contratto di rete preveda il coinvolgimento anche di altri soggetti, inoltre, per ora è escluso che entri in gioco qualcun altro. 

La M&M Forgings prende decisioni strategiche su una serie di temi: manutenzione, acquisti, risorse umane, ricerca e sviluppo e soprattutto area commerciale. I due uffici commerciali sono già stati uniti e sotto un nome unico apriranno anche le nuove sedi nel mondo, che andranno ad affiancare quella di Pechino, della Monchieri, e quella di Houston, Texas, della Mamé. Le nuove basi saranno a San Pietroburgo, Rio de Janeiro e, forse, Parigi. L’espansione commerciale è stato uno dei motori alla base del contratto di rete. «Potevamo fare tutto da soli, sia noi che loro – spiega Gaia Monchieri – ma abbiamo più forza in due. Sia perché i costi di struttura sono divisi per due, sia perché ai clienti ci presentiamo come una struttura maggiore; inoltre assieme abbiamo un know how più forte, stiamo imparando gli uni dagli altri». 

Le due aziende hanno avuto nel 2011 un fatturato congiunto di circa 200 milioni di euro, con la Mamé più grande di circa tre volte della Monchieri. Ora l’obiettivo, dicono entrambi, è di arrivare in breve tempo a 3-400 milioni di euro. La crisi non è stata lieve: la Monchieri, per esempio, dal picco di 96 milioni di fatturato nel 2008, un anno dopo era scesa a 67,4 milioni. Ma «le due aziende sono sane – assicura Mamé -, la collaborazione ha riguardato due aziende competitive. È una cosa anomala, che nel nostro settore è praticamente impossibile. In questo settore le aziende sono portate avanti da vecchi proprietari, con figli che sono delle ombre».