Cina e Russia, amici sì ma senza esagerare

L’operazione “Mare Unito 2013”

Reduci dalle più grandi esercitazioni navali di sempre, Russia e Cina si lasciano da amici fraterni, giurandosi reciprocamente che in futuro la cooperazione militare nei mari e nei cieli sarà sempre più estesa e approfondita. È questo l’esito più significativo di “Mare Unito 2013”, la sei giorni di manovre nel golfo di Pietro il Grande, presso Vladivostok, in quello che la geografia chiama “mar del Giappone”. E il Giappone è avvertito.

I due partner anticipano «esercitazioni più complesse e diversificate in altre parti del Pacifico e con la formazione congiunta di ufficiali di marina», dice Leonid Sukhanov, vicecapo della marina russa. Poco meno di un’alleanza stretta e di una promessa di nuovo protagonismo, da player veramente globali.

Appaiono lontani i tempi in cui Nikita Chruscev definiva Mao Zedong «nazionalista, avventuriero e deviazionista», mentre l’altro, a sua volta, gli dava del «revisionista, patriarcale, arbitrario e tirannico» (1960), così come i giorni in cui i due Paesi socialisti arrivarono a combattersi sul confine del fiume Ussuri/Wusuli, in una guerricciola che tenne però il mondo con il fiato sospeso (1968).

Oggi vanno d’amore e d’accordo, alla ricerca di una rinnovata grandezza post socialista. Grande enfasi è stata data all’evento sui media di Pechino, che hanno seguito le manovre in diretta in tutto il loro svolgimento. È l’esaltazione dello spirito patriottico su cui punta molto la nuova leadership di Xi Jinping e Li Keqiang. Bisogna far capire al mondo la propria riscoperta grandezza, ma soprattutto trasmettere orgoglio ai cinesi, cioè senso di comune appartenenza. Lo richiede la delicata fase politico-economica, con una crescita che rallenta proprio mentre si cerca di traghettare la totalità dei cinesi nella dimensione del benessere. Cosa c’è di meglio di una spruzzatina di orgoglio patrio, per continuare sulla strada del “sogno cinese”?

Non è la prima volta che Russia e Cina svolgono manovre congiunte, ma la novità e l’importanza di quelle appena terminate sta nel fatto che Pechino non aveva mai spedito una così considerevole forza militare all’estero «per partecipare a esercitazioni in un’area marittima sconosciuta», come scrive China Daily. Di fatto, hanno preso parte a “Mare unito 2013” dodici navi russe e sette cinesi, più un numero imprecisato di aerei da combattimento. Una parata navale congiunta, con 13 navi da guerra e tre aerei, ha infine chiuso trionfalmente le manovre. Dopo di che, secondo le fonti, la flotta cinese ha fatto ritorno a casa, sparacchiando qua e là lungo il tragitto per tenersi allenata.

Nota di colore: «Le due marine hanno attuato anche una politica delle “porte aperte” sulle rispettive navi, con una serie di eventi sportivi e spettacoli culturali», riportano le cronache.

Mentre le esercitazioni congiunte del 2012 erano basate esclusivamente su strategie antiterrorismo e antipirateria, queste hanno incluso «la difesa aerea della flotta, la guerra antisommergibile e la guerra di superficie», riportano i media cinesi. È quindi evidente l’ampliamento della capacità operativa.

Anche dal punto di vista tecnologico, tutto lascia intendere una rinnovata partnership volta al potenziamento reciproco. Yin Zhuo, direttore della sezione informazioni della Marina cinese, ha detto che in particolare le esercitazioni congiunte antisommergibile evidenziano un approfondimento della fiducia reciproca «perché le informazioni relative ai sommergibili sono raramente condivise».

Ce n’è abbastanza da innervosire parecchi. In primis il Giappone, si intende, che vede sfilare navi e volteggiare aerei al largo delle proprie coste e probabilmente legge l’intera faccenda come un messaggio esplicito sull’irrisolto conflitto strisciante con Pechino a proposito delle isole Senkaku/Diaoyu.

Ci sono poi ovviamente gli Stati Uniti, il cui “pivot to Asia” – la strategia di allargamento della propria sfera di interessi e di presenza sempre maggiore in quell’area di mondo – è avversata esplicitamente da Pechino, che la considera una forma di containement nei propri confronti.

Proprio in questi giorni l’agenzia Bloomberg cita un rapporto del Pentagono secondo cui la Cina ha il «programma più attivo e diversificato al mondo per quanto riguarda i missili balistici» e un crescente arsenale di testate nucleari in grado di raggiungere gli Stati Uniti.

Il sito The Diplomat cita l’ammiraglio russo Alexander Fedotenkov, secondo cui la Russia riceverà nel 2013 un’inedita dotazione di 36 navi da guerra. Da parte sua – riporta Defence News – la Cina starebbe rafforzando la propria «strategia aerea anti accesso», ampliandola da 250 a 400 chilometri dai propri confini, grazie all’acquisto di sistemi missilistici terra-aria S-400 e di caccia multiruolo Sukhoi Su-35. Il tutto made in Russia, naturalmente.

Per la Cina appare infatti fondamentale l’aspetto legato all’innovazione tecnologica. A “Mare Unito 2013” ancora in corso, Wang Ling, un alto ufficiale della task force cinese, aveva infatti dichiarato che eventuali inaspettate situazioni di «emergenza» durante le esercitazioni, «come per esempio problemi meccanici, possono contribuire a rafforzare le capacità di problem solving».

È proprio lì, nella capacità di creare sperimentando, di dare risposte inedite a problemi inediti, che la Cina sconta ancora i maggiori ritardi in tutto il suo sistema industriale; e, come naturale prolungamento di quello, nell’apparato militare. La Russia, con il suo know how militare, appare il partner giusto per risolvere il problema. E per la Russia, la Cina è il mercato più ghiotto.

Le relazioni tra i due grandi Paesi sono state corroborate nello scorso marzo dalla visita di Xi Jinping a Mosca – il suo primo viaggio all’estero da presidente della Repubblica Popolare – e da una serie di accordi commerciali che sembrano andare nella direzione della grande “Eurasia” voluta da Vladimir Putin. I colloqui iniziati a Mosca tra i due presidenti sono infatti sfociati a giugno in un affare da 270 miliardi dollari per Rosneft, la compagnia petrolifera statale russa, che raddoppierà le proprie forniture di petrolio alla Cina.

Jeffrey Mankoff, un esperto di studi eurasiatici, scrive sul New York Times che in realtà la cooperazione tra le due potenze è puramente “tattica”, poiché diverse sono le condizioni interne e quindi anche le agende politiche. La Russia sarebbe in questo senso una ex grande potenza decadente, mentre la Cina è la potenza in ascesa, che cerca di “placare Mosca” con l’ostentazione di amicizia. In realtà – osserva Mankoff – i due Pesi sarebbero di fatto rivali nello scacchiere dell’estremo Oriente, prova ne sia il sostanziale silenzio russo sulle dispute territoriali che vedono Pechino protagonista nel mar Cinese Meridionale e Orientale.

C’è poi la questione del gasdotto centroasiatico, quello che collega Pechino al Turkmenistan, ma che si dirama in pressoché tutti gli “Stan” dell’Asia centrale. Amplia la sfera d’influenza cinese a occidente e, in questo, entra in concorrenza con le politiche energetiche della Russia, che apre e chiude i rubinetti del gas e del petrolio anche per ragioni politiche.

Inoltre – secondo l’analista – la Russia teme soprattutto una sorta di «conquista demografica» della propria immensa e semideserta periferia orientale da parte dei cinesi. In base a queste valutazioni, il maggior collante tra Cina e Russia sarebbe quindi proprio la comune opposizione al ruolo da dominus svolto dagli Stati Uniti. Il nemico del mio nemico è il mio amico.

Twitter: @chinafiles

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter