“Davvero il 25% di voi ha votato per un comico?”

Timur Vermes, autore di “Lui è tornato”

Il passato è passato? O può ritornare? In un recente romanzo, Lui è tornato (Bompiani), l’incubo per eccellenza dei tedeschi, Adolf Hitler, è di nuovo tra loro, nel 2013, a causa di uno scherzetto tirato da un viaggio spaziotemporale. Il problema, proprio come allora, è che nessuno sembra prenderlo sul serio nonostante lui si dichiari se stesso e si presenti anche con la vecchia uniforme con cui visse gli ultimi giorni nel bunker della cancelleria, a Berlino, nel maggio del 1945. Proprio come allora, con gli stessi modi autoritari e spicci e senza mai un briciolo d’ironia o di dubbio, il “nuovo” Adolf Hitler ricomincia l’ascesa grazie a un programma tv in cui passa per grottesco imitatore del führer nazista.

Nessuno sembra riconoscerlo e così, pian piano, conquista spazio e seguaci, fino a ributtarsi in politica, per “terminare il compito”. Per fortuna è solo fiction, ma i contenuti del libro, caso editoriale dell’anno in Germania, hanno rimesso in moto vecchi fantasmi germanici aprendo nuovi interrogativi sulle crepe delle nostre democrazie («in Italia un comico è o non è arrivato al 25%?», dice l’autore). Ne parliamo in un’intervista esclusiva con l’autore, Timur Vermes.

Timur Vermes, com’è nata l’idea del libro?
Ero in vacanza in Turchia, a Tasucu, un villaggetto sul mare dove c’era un rivenditore di libri usati. Scartabellando un po’ ho trovato la versione inglese del Secondo libro di Hitler, libro che esisterebbe realmente ma che io non sono mai riuscito a trovarlo, almeno in Germania, non risultando pubblicato. Quindi vista l’assurdità delle circostanze del secondo libro mi è venuta l’illuminazione che avrei potuto scrivere un terzo libro ugualmente assurdo.

Il suo libro però oltre a essere pubblicato è balzato in testa alle classifiche di vendita in Germania, per quale motivo secondo lei?
Perché nel libro c’è il “rischio”. I tedeschi trattano il soggetto “Hitler” con mille riguardi, preoccupati di dire sempre la cosa sbagliata. E per loro, questo libro non ha tutta questa prudenza. Inoltre perché c’è un mix di paura e divertimento: non c’è nessuno scherzo in tutto il libro, tutti i personaggi sono tremendamente seri – il divertimento sta tutto nella testa del lettore, così come l’orrore. Questo perché il lettore è l’unico a sapere che Hitler è reale, e continuamente riflette sul perché i personaggi non se ne rendano conto e di come riesca a passare sotto traccia. Ma il fatto è questo: è uguale fisicamente a Hitler, si comporta e parla come lui, perché nessuno cerca di fermarlo veramente?

Uno degli obiettivi “socio-politici” del libro sembra il seguente: prendiamo una personalità politica “particolare” come quella di Adolf Hitler, diamogli le armi della nuova società dei mass media e vedremo che sarà capace di tornare anche più forte di prima (speriamo di no)…
Non solo: chiaramente mostra come qualcuno che goda dell’accesso ai media e quindi a un pubblico giovane possa facilmente montare ad arte il proprio raggiro politico. Ma mostra anche qualcosa in più: com’è potuto accadere. Le persone della mia età e i più giovani non riescono a capire come uno del calibro di Hitler sia stato così seduttivo per le masse. Il mio libro mostra come lui riesca a essere attraente anche oggi: grazie alla vis polemica, mostrando i lati deboli della democrazia, fino al fatto di essere un capo carino e amichevole con la sua segretaria.

In questo periodo di presentazione del libro, avrà parlato con tantissimi lettori, quali sono i loro commenti più interessanti?
1) Mi veniva sempre da ridere ma allo stesso tempo la risata mi si strozzava in gola. 2) Normalmente non amo leggere, ma in questo caso è stato diverso, è stato facile leggere il libro. 3) (Di solito lettori anziani o molto educati) Non mi piace che il soggetto “Hitler” possa essere trattato in maniera divertente.

Alcune critiche del libro convergono sul fatto che umanizzando la figura di Hitler possa renderlo attraente per i contemporanei.
Ripeto, Hitler era umano. Questo significa: per uccidere 50 milioni di persone ha avuto bisogno di un certo aiuto. E per trovarlo deve esser stato attraente. Ogni dittatore è in un certo modo attraente e per questo dovremmo smettere di dire alla gente di identificarlo come se fosse un attore di un vecchio western degli anni ‘50: nella vita reale non puoi scovare i cattivi perché hanno i cappelloni neri.

Per certi versi, per la sua personalità seduttiva, il suo Hitler assomiglia un po’ anche al duce fascista Benito Mussolini, e forse anche a qualche nuovo leader italiano massimalista.
La storia dice che Hitler ha imparato molto da Mussolini. Quello che non potevo sapere, mentre scrivevo il libro, è che il 25% degli italiani avrebbe votato per un comico. Ma questo dimostra ancora una volta come la polemica e il talento oratorio individuale siano una formidabile arma di attrazione per la gente. E, sia chiaro: non va demonizzato come modo per ottenere voti.

Alla fine sta veramente cambiando qualcosa nel modo in cui i tedeschi guardano al loro passato, alla Seconda guerra e alla dittatura nazista?
Non credo. Un tedesco deve affrontare la questione della Shoa molto spesso (come essere italiano implica il fatto che di solito le altre persone pensano prima di tutto alla pizza, alla pasta e all’opera). Noi tedeschi siamo traumatizzati, sappiamo che parlare del passato è una cosa difficile e quindi siamo prudenti. Il mio libro gioca in modo nuovo con la nostra cattiva coscienza.

Nel capitolo 29 emerge direttamente la questione dello sterminio e della persecuzione degli ebrei europei, grazie alle preoccupazioni della segretaria di Hitler che rivelandogli di essere di origine ebraica gli chiede un mea culpa, ma il fuhrer non sembra alla fine molto toccato.
Beh non è proprio così. Lei non può chiedergli una vera ammissione di colpa perché lei non può sapere che lui è il vero Hitler. Quindi gli chiede la cosa più simile a un mea culpa a disposizione: cioè di essere serio per una volta e di dire in maniera netta che la Shoa è stata una cosa sbagliata. La sua reazione è stata di comprendere lo sfogo della segretaria, mostrandosi in grado di capire che per qualcuno l’uccisione degli ebrei sia una cosa disgustosa. Ma poi lui fa un paragone con i topi (è stato Himmler in realtà a farlo): a nessuno piacciono i topi ma poi quando si deve uccidere un singolo ratto le cose cambiano… e in più la “giustifica” perché è una donna, e quindi è portata naturalmente alla compassione, quindi non insiste sulla questione. Perché dovrebbe convincerla in fondo? Ha bisogno di lei come segretaria non come killer delle SS. È la stessa cosa di quando ha trattato la “questione ebraica” nelle Olimpiadi del ‘36 (dove concesse ad alcuni atleti di origine ebraica di gareggiare per la Germania, ndr).

Domanda difficile: nel libro Hitler evoca spesso la cancelliera Merkel e altri esponenti politici contemporanei tedeschi in modo sprezzante, mostrando chiaramente al contempo come il nocciolo della sua visione politica sia la paranoia (il mondo contro i tedeschi e, poi, fatalmente, il contrario). Non le sembra alla fine che con l’austerità “imposta” alla Ue dalla Germania, la stessa Merkel alla fine riproponga una moderna forma di paranoia germanica nei confronti del resto d’Europa?
La Seconda guerra mondiale è stata una catastrofe planetaria, e in particolare, una catastrofe europea. Tutti gli europei sono stati traumatizzati: in qualità di vittime, aguzzini, complici e collaborazionisti, ecc. Queste paure si toccavano con mano bene durante la riunificazione tedesca del 1990. Anche prima ma soprattutto dopo, la Germania ha cercato di esercitare il ruolo di “gigante gentile”. Molto lentamente i tedeschi stanno capendo che questo ruolo non funziona: il problema è che non abbiamo ancora scoperto un modo migliore e, come tutti gli altri europei, siamo lentissimi a imparare.

Alla fine del libro, lanciando il nuovo partito politico, Hitler dice: “Non tutto era sbagliato”. Suona un po’ ambiguo, cosa vuol dire?
Non è semplice spiegarlo: dopo i primi tempi dopo la Guerra, in cui nessuno voleva parlare del passato e di politica perché tantissimi erano stati convolti con il regime in qualche modo, e per questo regnava il silenzio assoluto sulla questione, negli anni ‘60 i giovani hanno cominciato a fare delle domande, ed è subito venuto fuori come moltissime personalità di rilievo nella nuova Germania avessero avuto un ruolo anche nel nazismo, e che questo non fosse stato un piccolo errore (tipo, non pagare le tasse) ma un crimine terribile. Di colpo milioni di persone ormai anziane, non criminali, ma che lo hanno eletto una volta oppure supportato una volta giunto al potere, venivano accusati dai giovani di essere complici: nelle discussioni, quelle persone accusate per giustificarsi usavano argomenti come “a quel tempo una ragazza poteva girare senza essere violentata”, oppure, “anche allora c’erano le autostrade”, per sostenere, alla fine, “che non tutto era così negativo”. Negli anni ‘80 il senso di chi usava quella frase è diventato, ai nuovi ascoltatori, un’implicita ammissione di essere ancora un simpatizzante nazi: facendola dire a Hitler io ho voluto mostrare come lui fosse capace di capire il primo e il secondo significato della frase, ma anche di cogliere al volo un terzo, proposto dal suo collaboratore Sawatzki – uno slogan politico sarcastico – cercando di usarlo in una quarta maniera però, come uno slogan politico scherzoso ma che ha il significato serissimo di chiedere il voto un’altra volta. 

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