Egitto, 23 morti negli scontri: svolta con l’esercito?

Un estratto dal Guardian

La prima rivoluzione moderna dell’Egitto, effettuata da Gamal Abdel Nasser e dai suoi compagni “liberi ufficiali”, ha rovesciato la monarchia e ha inaugurato la prima repubblica nel 1952. L’intervento dell’esercito nel 2011 ha permesso a Hosni Mubarak di cadere senza uno spargimento di sangue di massa. Ora l’esercito si sta muovendo di nuovo per “salvare” il Paese dai suoi politici litigiosi.

Gli applausi festanti della folla in piazza Tahrir alla notizia di un’intervento dell’esercito hanno mostrato la reazione positiva di coloro che protestano contro il presidente Mohammed Morsi. Non era certo il modo in cui la gente avrebbe reagito a quel tipo di colpi di stato militari che hanno avuto luogo in tutto il mondo arabo, nella seconda metà del 20° secolo. I sostenitori di Morsi, e altri, la vedono come un catastrofico ritorno ai giorni pre-rivoluzionari.

Abdel Fattah al-Sisi, il ministro della Difesa, è stato attento a precisare ciò che era e non era disposto a fare attraverso una dichiarazione in Tv trasmessa in tutta la nazione. Prevedere una “road map per il futuro” potrebbe essere una soluzione – mentre un processo “inclusivo” metterà fine alla una rottura paralizzante tra i Fratelli Musulmani e i suoi avversari. Ma l’esercito non verrà direttamente coinvolto in politica e nel governo, ha insistito.

Sisi ha vistosamente evitato di invitare il Presidente a dimettersi – anche se il suo ultimatum di 48 ore suggerisce chiaramente che potrebbe ancora accadere. È stato un duro promemoria, per ricordare che nonostante il dramma, i sacrifici e le aspirazioni altisonanti della rivoluzione egiziana, l’esercito rimane l’arbitro del potere. La musica patriottica in sottofondo lo ha confermato – a se stesso e gli altri.

La rabbia che questa mossa ha suscitato nella Fratellanza, dimostra che i Fratelli mussulmani si sentono ora manovrati da quell’esercito che pensavano di aver neutralizzato. Solo la scorsa estate il neoeletto Morsi aveva raccolto applausi per essere intervenuto con rapidità ed efficacia contro i comandanti del Consiglio supremo delle forze armate (Scaf) dell’era Mubarak e per aver nominato Sisi come ministro della Difesa, sottolineando il controllo civile sull’esercito.

Eppure, le due parti hanno mantenuto una sorta di partnership nel lungo e disordinato periodo di transizione verso la democrazia traballante e disfunzionali dell’Egitto. L’esercito è ideologicamente allineato con l’opposizione laica, ma la Fratellanza resta il corpo civile più organizzato nel Paese – un retaggio di decenni autoritari di vita politica rachitica e di elezioni truccate. E l’esercito è riuscito a mantenere i suoi privilegi e gli enormi interessi economici, nonché il suo rapporto strategicamente vitale con i militari degli Stati Uniti e il Pentagono. I commenti di lunedì 1 luglio del Presidente Barack Obama sembravano una netta approvazione del suo intervento.

Se l’esercito è stato riluttante ad assumersi responsabilità apertamente politiche e governative – e non ha goduto nel periodo di dominazione dello Scaf tra la caduta di Mubarak e le elezioni presidenziali della scorsa estate – è certamente felice di esercitare il potere dietro le quinte. Che riflette il modo in cui l’esercito stesso si vede, come sostiene lo studioso palestinese Yezid Sayigh, cioè come «un attore istituzionale autonomo con un ruolo politico privilegiato». 

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