Egitto, un colpo di Stato a cinque volti

Una strategia mediatica già vista

Il Cairo – In occasione del terzo venerdì di Ramadan, i militari hanno chiamato egiziani e Tamarrod (ribellione) ad una grande manifestazione contro gli islamisti, i vecchi alleati ora definiti dei «terroristi». Hanno imposto 48 ore di tempo ai Fratelli musulmani per accettare le condizioni della roadmap e sgomberare la piazza.

Era il 30 giugno scorso, quando milioni di persone sono scese per le strade delle principali città egiziane per chiedere le dimissioni del presidente Mohammed Morsi. Anche allora, i militari egiziani hanno imposto 48 ore di tempo alle forze politiche per trovare una soluzione alla crisi. Il 3 luglio 2013 il presidente Morsi è stato arrestato dalla Guardia presidenziale (si viene a sapere oggi con l’accusa di evasione e contatti con il movimento palestinese Hamas) e sono stati spiccati mandati di cattura contro i principali leader del movimento islamista. Da allora la Fratellanza ha occupato permanentemente alcune piazze della città non riconoscendo il nuovo presidente Adli Mansour e l’esecutivo pro tempore guidato da Hesham Beblawi.

Un colpo di stato militare, con la complicità di giudici e polizia

I giovani rivoluzionari accusano esperti, analisti e politici stranieri di faziosità quando, in riferimento agli eventi correnti, parlano di enqlab, colpo di stato. Ma che si sia trattato di un golpe militare lo ricordano i carri armati che ancora si scorgono intorno ai ministeri, alle banche e ai posti di blocco. Si può forse aggiungere che la deposizione di Morsi non ha trovato unanime sostegno da parte della leadership militare. Tanto che l’attuale ministro della Difesa, Abdel Fattah Al Sisi ha rappresentato l’intervento militare come dettato dalle manifestazioni di piazza. Secondo lui, la democrazia egiziana sarebbe ispirata più dalle contestazioni di piazza che da libere elezioni.

Sisi, che vanta una formazione nasserista era stato scelto proprio da Morsi a guida delle Forze armate per sostituire il colonnello Hussein Tantawi.
Il colpo di mano dell’esercito è servito a ristabilire la supremazia militare sull’élite politica, a evitare divisioni all’interno dell’esercito e a favorire l’ascesa di un prestanome Adli Mansour, come presidente, per riprodurre un’ambigua separazione tra potere politico e militare.

Ma a rendere possibile il golpe, in un momento in cui l’esercito sembrava avere ridimensionate chance politiche dopo un anno e mezzo al potere del Consiglio supremo delle Forze armate (Scaf) e i continui slogan che echeggiavano nelle piazze contro il governo della giunta militare, è stato l’intervento di un’altra «casta»: i giudici. I principali oppositori alle epurazioni volute dalla Fratellanza hanno avallato la decisione dell’esercito.

I magistrati egiziani sono una casta con ampi privilegi, che ha fortemente ostacolato l’ascesa dei Fratelli musulmani al potere. E neppure ha di fatto riconosciuto la validità della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare lo scorso dicembre. A prendere le mani della presidenza della Repubblica è stato proprio il presidente della Corte costituzionale. La stessa assemblea che aveva disposto lo scioglimento del Parlamento, legittimamente a maggioranza islamista.

Certo, si può obiettare che l’opposizione dei Fratelli musulmani verso i giudici non fosse disinteressata ma una sorta di regolamento di conti. Per questo, non è un caso se Mansour ha nominato immediatamente un nuovo procuratore generale, Hisham Barakat, ex capo dell’ufficio tecnico della presidenza della Corte d’Appello del Cairo. E poi i giudici non hanno pensato due volte a spiccare una quantità enorme di mandati di arresto contro esponenti dei Fratelli musulmani. Un numero del genere non si vedeva dai tempi delle retate contro la Fratellanza dell’era Mubarak.

I leader islamisti non puntano il dito direttamente contro i giudici ma parlano di «stato di polizia» e di «una magistratura complice». Grande assente dalle strade egiziane nei mesi seguenti alle rivolte del 25 gennaio del 2011, la polizia è tornata in gran numero a presidiare dovunque le vie e il traffico delle città egiziane. Responsabile della raccolta delle tasse e della definizione dei prezzi nei mercati, di arresti e multe, la polizia egiziana ha avuto per anni comportamenti sommari. Per questo è stato il primo obiettivo dei contestatori che hanno dato fuoco a decine di centrali di polizia in tutto il paese, oltre due anni fa. Ma ora la vendetta è compiuta, i Fratelli musulmani sono stati di nuovo marginalizzati. E non stupisce se le strade egiziane risplendano ora di centinaia di uniformi bianche, nuovissime, e di nuove armi in dotazione. Lo stato è tornato a controllare il Paese: la contro-rivoluzione, che aveva vinto con la presa del potere da parte della giunta militare, ha imposto di nuovo il suo controllo su tutti i meccanismi di gestione del potere.

Ma gli egiziani non vogliono sentir parlare di colpo di stato

Le rivolte in Egitto del 1882 del 1952, passando per il 1919 e il 2011, si sono trasformate in altrettanti colpi di stato militari, ma nei libri di storia egiziani questi episodi vengono rappresentati come delle rivoluzioni. Con molta probabilità lo stesso avverrà con il 30 giugno 2013. Questo rientra anche nella strategia mediatica della gestione del colpo di stato che ha rappresentato il golpe non come militare o giudiziario, ma sociale.

Molti dei giovani attivisti di Tamarrod (ribellione) credono a questa spiegazione. Il 3 luglio 2013 viene raccontato da questi giovani, secondo molti ampiamente conniventi con i Servizi segreti civili (Mukabarat) e militari, come il risultato dell’occupazione sistematica di tutte le principali strade delle città egiziane da una folla di milioni di persone, che ha «costretto» l’esercito a intervenire. Con loro si sono schierati: i liberali di Mohammed El-Baradei, che ha accettato la carica di vice-presidente; i feloul, la base sociale del vecchio regime di Mubarak; e l’amministrazione pubblica: il così detto «stato profondo» che ha reagito ad un anno di governo ed errori degli islamisti. Non solo, hanno appoggiato il golpe, criticando le continue discriminazioni, anche i cristiani copti e la loro leadership politica e religiosa, dal magnate di Orascom Naguib Sawiris al papa Tawadros.

I Fratelli musulmani puntano poi il dito contro gli Stati Uniti e hanno più volte invitato a manifestare alle porte dell’ambasciata americana al Cairo. Nei giorni scorsi, dalla Casa bianca era arrivato al Cairo il vice segretario di Stato, Bill Burns. Mentre un fuoco di fila incrociato aveva colpito l’ambasciatore statunitense al Cairo, Anne Patterson (di cui Repubblicani e anti-Morsi chiedono la rimozione) per i suoi incontri con la leadership dei Fratelli musulmani precedenti al colpo di stato.

Questo sembra il segno di una divaricazione tra presidenza degli Stati uniti (Obama aveva chiesto la revisione degli aiuti militari all’Egitto e ha ottenuto il blocco momentaneo della prevista fornitura di F-16) e Pentagono (che ha confermato l’invio di aiuti militari pari a 1,3 miliardi di dollari). E così, i diplomatici americani sono sempre più abbandonati a loro stessi nel tentativo di confrontarsi con il nuovo corso politico nei paesi delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente, come insegna il caso dell’ambasciatore Chris Stevens ucciso lo scorso settembre in Libia.

Il colpo di stato del 3 luglio 2013 potrebbe riportare i giovani egiziani ad essere strumento dell’élite militare che ha adottato una nuova leadership liberale, connivente con magistratura, polizia e uomini del vecchio regime, con consolidate relazioni internazionali, in sostituzione dei Fratelli musulmani. Ma non è detto che la storia egiziana non continui a parlare di rivoluzione.  

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