Francesco, il Papa pop, è la rovina dei vaticanisti

Papacabana, un Berlusconi in Vaticano

Si muove così velocemente, Papa Bergoglio, che non si riesce a tracciarlo sui radar. Ha uno stile così diverso da quello di qualunque altro Papa, che ha azzerato il know how di quelli che per primi lo dovrebbero raccontare, i vaticanisti. Perché se Bergoglio comunica come una rock star, a che serve essere i migliori nello sviscerare gli umori della Curia e nel districarsi nei dettagli esegetici di qualche versetto, di un commentario, o di un astruso riferimento alla dottrina? Competenze accumulate in mezzo secolo di professione vengono oggi polverizzate, dal papa-pop, in una semplice ora di conferenza stampa a bordo di un aereo, come è successo ieri. Conosco questo sconcerto: è paragonabile solo a quello che abbiamo vissuto noi giornalisti parlamentari, abituati ai riti ottocenteschi della prima repubblica, quando venti anni fa, con il primo Silvio Berlusconi, lo spettacolo ha fatto irruzione nella politica, e ha fatto diventare importante (persino) capire se il Cavaliere avesse registrato o meno il suo discorso della discesa in campo con una calza sopra l’obiettivo.

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Per i grandi vecchi del giornalismo politico – penso a firme monumentali come Vittorio Orefice – la questione non era solo irrilevante, ma anche irritante. Era la negazione di quello su cui avevano lavorato per anni: i retroscena e le veline (quelle giornalistiche intendo). Dal loro punto di vista avevano persino ragione: ma era la modernità, e – inorriditi o ammirati – bisognava solo prenderne atto. Ecco perché penso che adesso con Francesco stia accadendo lo stesso: come fa un vaticanista a preoccuparsi del fatto che “Papacabana” (geniale neologismo coniato dal web) sia diventato in poche ore l’hastag più discusso del mondo? La maggior parte dei vaticanisti, quando ho iniziato questo mestiere, era convinta che il Papa fosse vicinissimo a Dio (cosa più che legittima) e che loro stessi (cosa più opinabile) fossero molto vicini al Papa, e quindi – per la proprietà transitiva – alla santità: scrivevano articoli come se fossero encicliche, pensavano come teologi, si rivolgevano ai lettori come ministri di un culto. Ma quando arriva il papa-pop che abolisce il retroscena e porta tutto sulla scena, tutto questo viene azzerato in un batter d’occhio.

Prendete le esternazioni di ieri. Francesco si chiede: «Chi sono io per giudicare un gay?» E, con una semplice domanda retorica, azzera mezzo secolo di dibattito sul presunto “peccato” dell’omosessualità. Qualcuno azzarda a scrivere che in realtà non è cambiato nulla (!!), altri che forse è una battuta, e la maggior parte di loro non si rendono conto che è già tutto accaduto: uno strappo irreversibile e senza ritorno. Non è un caso, dunque, che monsignor Bagnasco abbia impartito la comunione ad un trans come Vladimir Luxuria e certo non si è consultato con il Papa per farlo: senza questo Papa non avrebbe potuto immaginarlo. C’è poi, “da destra”, il mormorare dei cattolici più conservatori: soffrono, e si vede. Provano a dire che questo Papa è relativista, che lavora troppo sull’immagine, che si dimentica della dottrina: che è troppo condizionato dalla comunicazione. Notano con sgomento che sta abbandonando tutte le battaglie identitarie “conservatrici” che fino a ieri sembravano l’essenza stessa dell’identità della Chiesa, e oggi – come per magìa – sbrano polverosi anacronismi. Ma anche loro vanno troppo lenti. Quando Francesco, dallo stesso aereo, dice che avere due Papi in Vaticano è comodo, perché «è come avere il nonno a casa», mette in crisi almeno tre dogmi in un colpo solo: umanizza se stesso, ironizza sul suo predecessore, desacralizza tutto il pontificato. Ma abbattere la distanza non vuol dire diminuire il prestigio della sua figura, anzi, semmai lo accresce. E che dire della battuta sui movimenti carismatici?

«Vi devo confessare che negli anni Settanta non li potevo vedere – dice Francesco – perché confondevano la funzione liturgica con il samba, mentre ora ho cambiato idea, e vedo il bene che fanno: sono una grazia dello spirito – aggiunge il Papa – e sono necessari». Anche qui ogni mediazione del messaggio è saltata. È Francesco che legittima direttamente – con una battuta che chiunque può capire – la massima libertà di culto e di fede, dentro la stessa Chiesa. L’idea che la «Chiesa-samba» sia un modello, e che questo modello sia una evoluzione di quanto lo stesso Papa pensava in passato, è un altro strappo: è la Chiesa «della prassi» che prevale su quella delle forme. Di nuovo si abbattono tutte le mediazioni: il rapporto diretto è tra il pontefice e i suoi fedeli, e in mezzo c’è solo la libertà. Anche Papa Francesco, quindi, «hace lio»: «fa casino» – dal punto di vista tecnico – perché sovverte ogni consuetudine e ogni regola codificata. Ma lo fa con molto metodo, senza improvvisazioni. Raccoglie intorno a se molto consenso, anche quello di chi ancora non lo capisce, ma lo usa per veicolare un messaggio potentissimo e anticonformista. Persino la battuta sulla borsa che «non contiene certo la chiave della bomba atomica», mi ha dato da pensare.

«Ci metto sempre il rasoio, il breviario, l’agenda e un libro da leggere». Anche questa borsa, quindi, come la valigia dell’attore, diventa allo stesso tempo un simbolo, un tormentone comunicativo e uno strumento di sintesi. Prima appare in immagine, come un dettaglio di colore: poi accende la curiosità, quindi viene addirittura “spiegata”. Dentro quella borsa, infatti, c’è il Papa umanissimo che come tutti i comuni mortali si deve radere e deve leggere per non annoiarsi. E poi c’è il vicario di Cristo che deve far quadrare l’imprescindibilità trascendente dei testi sacri e l’organizzazione umanissima del suo tempo mortale. Credo che Francesco, come tutti i carismatici intuitivi, non abbia bisogno di un ghost writer, ma che ci sarebbero voluti un ghost writer da Casa Bianca, o uno spin doctor da campagna presidenziale, per poter pianificare a tavolino un uno-due mediatico così potente. Infatti il pontefice tutto «Bibbia-e-rasoio» è una sintesi mediatica così semplice e potente che – per spiegarla – più che un vaticanista o un teologo servono un cronista o un semiologo. Perché forse solo Umberto Eco può spiegare come questo Papa arrivi alla sintesi: ma chiunque può capire da solo il messaggio che Francesco vuole mandargli. Se non è una rivoluzione poco ci manca: Papacabana è il titolo ideale per un Vaticano in cui si balla il samba. 

Twitter: @lucatelese

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