Il fallimento del modello turco da Istanbul al Cairo

Da piazza Tahrir al parco Gezi e ritorno

La deposizione da parte dell’esercito egiziano dell’oramai ex presidente Mohammed Morsi ha creato forte imbarazzo in Turchia. La reazione dell’establishment turco nei confronti della deposizione del leader egiziano è stata infatti veemente ed emblematica. Intanto occorre dire che Morsi non aveva mai nascosto le sue simpatie per il “modello turco”. Non per niente nel Settembre 2012, ad Ankara, nel corso di un meeting dell’AKP (il partito del premier turco Erdogan) aveva dichiarato che l’Egitto aveva bisogno dell’aiuto della Turchia «per far avanzare il processo di democratizzazione post-primavera Araba». In realtà una volta asceso al rango presidenziale, Morsi ha dimenticato in fretta le sue promesse elettorali usando il meccanismo vuoto di ciò che restava del regime di Mubarak per piazzare i suoi fedelissimi un po’ ovunque e trasformare in un anno l’Egitto da dittatura secolare a teocrazia edulcorata.

Oramai ai più è chiaro che con la deposizione di Morsi a naufragare non sono solo i Fratelli Musulmani ma innanzitutto il modello dell’Akp nel Mediterraneo, un modello che è stato preso a prestito dai paesi della “Primavera Araba” e che vorrebbe coniugare islamismo, neo-liberismo ed esercizio “repubblicano” del potere ma che s’è rivelato la cartina di tornasole di un dispotismo travestito da democrazia all’orientale che ha finito per far sprofondare non solo la Turchia ma anche coloro che a quel modello si sono ispirati (Egitto, Tunisia) in spirali liberticide, moralizzatrici, autocratiche (qui un approfondimento sulle economie in crisi dell’area).

Gli eventi del Parco Gezi hanno dimostrato che quel modello, edificato pazientemente in un decennio attraverso la combinazione di una serie vincente di fattori, rivela contraddizioni che a lungo andare emergono e che pongono seri interrogativi sulla sua tenuta democratica. Soprattutto, né il decantato successo economico dell’Akp, peraltro non adeguatamente ripartito tra tutte le classi sociali ma appannaggio di poche cricche legate al potere, né la vittoria elettorale (nel caso dell’Akp ma anche dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ennahda in Tunisia), né la generica etichetta di governo ‘islamico-moderato’ garantisce la democraticità di un modello.

Troppo spesso infatti l’Islam politico ha preso a prestito consuetudini pseudo-democratiche adattandole ad un difficile contesto interno con il duplice obbiettivo di utilizzarle da un lato come mera facciata per accontentare l’opinione pubblica europea ed americana e dall’altro allo scopo di applicare un severo controllo sulla società (più agevole, se si è etichettati come governo moderato, instillare leggi restrittive con la giustificazione di proteggere la società dalle forze contro-rivoluzionarie o da generici pericoli legati al terrorismo). Neo-liberismo, capitalismo che arricchisce clan e cricche legate al potere, lenta e progressiva penetrazione del religioso nella società: se anche il modello dell’Akp è stato preso ad esempio dagli islamisti al potere che a Tunisi e al Cairo hanno vinto le prime elezioni democratiche nel periodo post-primavera Araba, in realtà anche prima degli eventi del Parco Gezi s’era visto che quel modello era già in piena crisi.

Dietro la promessa mascherata di pacificazione nazionale, di libertà e democrazia condivisa, s’è invece proceduto ad islamizzare lentamente la società (è il caso, anche se su scala e con metodi diversi, di Turchia, Egitto e Tunisia) e a mettere in discussione addirittura quelle poche conquiste civili ottenute in epoche non certo illuminate, come furono i periodi delle dittature di Mubarak e Ben Ali. La condizione della donna è complessivamente peggiorata: si pensi ad esempio alla piaga degli stupri collettivi in piazza Tahrir al Cairo o alla diffusione contagiosa del velo nelle periferie “salafizzate” di Tunisi. Anche nella Turchia di Erdogan del resto si è messo in discussione l’aborto e si vuole imporre una politica delle nascite. La libertà d’espressione poi ha subito contraccolpi gravi, la stampa resta imbavagliata come e forse più di prima, le istituzioni democratiche vengono assaltate, svuotate di potere, le rispettive costituzioni restano rispettate solo sulla carta, concetti di moralità vengono introdotti sapientemente dall’alto a colpi di decreti, gli oltranzisti e integralisti alzano la voce e dettano legge perchè si sentono spalleggiati da governi dall’orientamento islamico. Si pensi ad esempio ai barbuti salafiti che in Tunisia sono divenuti il braccio armato di Ennahda, fanatici che terrorizzano la popolazione cercando d’imporre il velo alle donne (che vengono insultate per strada se non lo portano) e attaccano cinema, ambasciate ed università impedendone il regolare svolgimento dei corsi; oppure ai “Comitati per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio” in Egitto, incaricati di vigilare sui cittadini e di promuovere la moralità islamica.

In realtà è chiaro che i regimi che opprimevano questi popoli si sono trasformati, hanno cambiato divisa mantenendo le stesse strutture oligarchiche. Ma intanto le società si sono evolute grazie anche alla circolazione rapida delle informazioni attraverso i social network e lo scontro è di natura epocale. A questo punto non può non tornare in auge anche nel mondo arabo-musulmano il dibattito sul principio della separazione tra potere temporale e potere spirituale. La visione dogmatica propria a qualsiasi sistema religioso non può infatti andare di pari passo con le istituzioni civili e laiche della democrazia, le uniche in grado di fare da cappello a tutte le minoranze (anche religiose).

L’Islam politico incarnato dal modello turco ha per ora fallito e dimostrato che una visione “religiosa” della società non può dirsi rispettosa di tutte le specificità e di tutte le differenze che la arricchiscono (perché una società religiosa si vede come una totalità e coloro che ne sono fuori vengono considerati “corpi estranei”). E poi occorre considerare l’aspetto delle masse e dell’appropriazione dello spazio pubblico e dunque di quello politico. In Egitto s’è insistito tanto sul trauma del golpe militare senza però considerare “l’effetto Tahrir” sulla politica egiziana. Senza le masse oceaniche scese in piazza i militari non avrebbero potuto deporre Morsi. In Turchia le masse di Gezi sono riuscita per la prima volta a mettere in discussione Erdogan, cosa che non era riuscita a fare per anni un’opposizione annichilita.

Con un esercito decapitato dei suoi quadri, più facile però per Erdogan reprimere barbaramente il dissenso sapendo di poter contare sugli apparati di uno stato a tutti gli effetti poliziesco. Oggi però il vento è cambiato e la caduta di Morsi anche se molto probabilmente non trascinerà con sé quella di Erdogan, avrà comunque l’effetto di ridimensionare notevolmente la grandeur della politica estera dell’Akp e del suo modello da esportare nel mondo arabo-musulmano.

Twitter: @marco_cesario   

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