Il Fmi avverte l’eurozona: “Servono più riforme”

Il monito di Christine Lagarde

Un’ammonizione per l’eurozona. In altre parole, sono stati fatti tanti sforzi ma ancora non basta per uscire dalla peggiore crisi che si ricordi in quest’area. Questo, in poche parole, è il succo dell’Articolo IV, il consueto rapporto che condensa i suggerimenti del Fondo monetario internazionale (Fmi) sulle priorità di policy per i Paesi dell’area euro. Ed emerge un percorso che non solo sarà ancora lungo, ma pure complicato.

Qualcosa è migliorato, ma non è ancora sufficiente. Il documento dell’istituzione guidata da Christine Lagarde pone particolare (anche se non esclusiva) attenzione alle riforme necessarie sul fronte finanziario. Il Fmi riconosce che molte iniziative sono state intraprese nell’ultimo anno nell’euro area, in particolare per quanto riguarda i fondamenti di quella che dovrebbe diventare l’unione bancaria. Il futuro sembra radioso e ricco di promesse, almeno sulla carta. Il problema è arrivarci. L’accentramento della supervisione sul sistema finanziario a livello della Banca centrale europea (Bce) dovrebbe contribuire a rassicurare i mercati sulla qualità degli asset bancari, garantendo una vigilanza standardizzata e al di sopra di ogni sospetto, data l’indipendenza dell’Eurotower. Ed è proprio questo che sta spaventando la Germania. L’accordo preliminare sulle nuove regole di risoluzione e ristrutturazione bancaria – contenute nella Bank recovery and resolution directive (Brrd) – dovrebbe cambiare fondamentalmente l’approccio europeo alla soluzione delle crisi bancarie, riducendone il costo per le finanze pubbliche. Inoltre, dice il Fmi, la ricapitalizzazione diretta delle banche da parte dello European stability mechanism (Esm), il fondo salva-Stati, dovrebbe contribuire a spezzare quel circolo vizioso che lega Stati e banche e che tanti problemi ha creato dal 2007 a oggi.

Ciò detto, il presente non si può certo definire roseo. La ripresa economica resta sfuggente. Il Fmi prevede che la crescita del Pil dell’Eurozona resterà negativa per il secondo anno consecutivo nel 2013, meno 0,6%, e tornerà positiva ma minima (0,9%) nel 2014. Nel mentre, la disoccupazione ha raggiunto tassi record – soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione – e i livelli d’indebitamento di famiglie e imprese restano molto alti, ai massimi storici. L’insieme di questi fattori rischia tradursi in una stagnazione cronica e il rischio di tensioni politiche e sociali è più che mai concreto.

Sulle prospettive di crescita pesano – secondo il Fmi – il processo di consolidamento fiscale e la frammentazione del mercato finanziario, ormai segmentato lungo i confini nazionali. Si direbbe che le Outright monetary transaction (Omt) introdotte dalla Bce in settembre non siano state tanto miracolose quanto ci si attendeva. Certo, le Omt hanno giocato un ruolo importante nel placare le tensioni eccessive sui mercati obbligazionari e hanno fatto guadagnare tempo. Gli spread di Paesi deboli come Italia e Spagna sono crollati a livelli che non si erano più visti dal 2010, prima che la crisi del debito raggiungesse l’apice. Diversi indicatori di mercato suggeriscono che il cosiddetto “rischio di ridenominazione”, nato a cavallo fra 2011 e 2012 dal concreto timore che l’area euro potesse spaccarsi da un giorno all’altro, sembra essere scomparso. La Bce ha quindi avuto successo nel passare il messaggio che la moneta unica è da considerarsi un progetto irrevocabile. Ma resta un grosso problema. La trasmissione della politica monetaria attraverso il sistema bancario non accenna a migliorare. I tassi d’interesse su prestiti e depositi nei Paesi periferici sono significativamente più elevati che altrove. Il problema è particolarmente pressante in Italia e Spagna, dove le imprese tendono a essere medio-piccole e hanno quindi maggiore difficoltà ad accedere fonti di finanziamento alternative al credito bancario. Alla base di questa divergenza ci sono, secondo il Fmi due cause principali: la frammentazione del mercato finanziario e la debolezza dei bilanci bancari. In un contesto di scarsa crescita economica come quello attuale, la qualità degli attivi bancari continua a deteriorare, le sofferenze aumentano e la profittabilità è ai minimi storici, spingendo le banche a ridurre la taglia dei loro bilanci e a stringere sul credito.

Per questo motivo, suggerisce il Fmi, nel breve periodo il rafforzamento dei bilanci delle banche deve diventare prioritario per l’Eurozona. La Bce potrebbe giocare un ruolo importante in questo processo, facilitandolo attraverso politiche monetarie non-convenzionali mirate, come per esempio un programma simile al Funding for lending scheme (Fls) messo in piedi dalla Banca d’Inghilterra. Al tempo stesso è indispensabile riguadagnare la fiducia degli investitori per ricostruire la piena integrazione finanziaria del mercato europeo, dice il Fmi. Ciò richiede avanzare velocemente ed ambiziosamente nel progetto dell’unione bancaria, finalizzando senza ritardi il Meccanismo di supervisione europea (SSM) – che accentrerà la vigilanza bancaria a livello della BCE – e accelerando sul progetto di un Meccanismo di Risoluzione Europeo (SRM). Un compito non facile.