“La mafia mi sgozza le pecore, ma dov’è lo Stato?”

La vicenda di Emanuele Feltri a Paternò

Gli hanno detto di andarsene, almeno per un po’. «Non possiamo farci niente, non possiamo mandare uomini a pattugliare». È stata questa la risposta dei carabinieri di Paternò (Catania), quando Emanuele Feltri, 34 anni, imprenditore agricolo in lotta contro i soprusi della mafia, è andato a denunciare l’ultimo gravissimo episodio di intimidazione, subito nella notte tra il 10 e l’11 luglio nel suo podere a Sciddicuni, a due passi dall’oasi naturale del Simeto. «Hanno ucciso l’ultima pecora che avevo. È successo stanotte tra le 4 e le 10», racconta Feltri a Linkiesta. Fino a poche ore dall’alba, scrive il giovane su Facebook, «c’era un fuoco acceso, dei torcioni che illuminavano il piazzale, delle macchine parcheggiate e un’evidente presenza di più persone a farmi compagnia dentro casa». Emanuele, che da due anni manda avanti la sua azienda biologica, racconta l’uccisione: «Le hanno squarciato il ventre con una sbarra appuntita, che ho trovato in terra accanto alla mia pecora».

Andarsene, insomma: questo consigliano a Feltri le Forze dell’ordine, che faticano a tenere uomini di pattuglia sui colli sopra Paternò, «per carenza di organico, mi hanno detto», spiega il contadino, che ha promosso un appello su Facebook, “Per la valle del Simeto”. E al quale mesi fa tocca ascoltare parole ben più sbalorditive: «Il capitano della Guardia Forestale di Catania mi disse che non ha uomini da mandare a pattugliare l’oasi di Ponte Barca…». Non un solo uomo può esser mandato in una zona in cui Emanuele, da sempre attivista politico e ambientalista, sta toccando «interessi grossi, forse troppo grossi», come scrive ancora lui sul suo profilo Facebook. Già domenica 30 giugno, rientrando a casa, Feltri aveva trovato uccise a colpi di fucile quattro delle sue pecore. Una aveva la testa mozzata: gliel’avevano piazzata sulla soglia di casa. Da quell’orrendo episodio era nata la riscossa: una grande manifestazione, oltre 500 persone, la domenica successiva, a sostegno di Emanuele e della sua battaglia per la difesa della Valle del Simeto, letteralmente stuprata dalle discariche abusive e dalla piaga dei roghi di copertoni, che ignoti fanno scaricare da camion cui lo stesso Feltri, la scorsa estate, aveva sbarrato il passo costruendo un cancello in mezzo alla strada. È lì che sono cominciati i suoi guai… Ma andiamo con ordine: questa è la storia di Emanuele.

Emanuele Feltri, 34 anni

Feltri, che vita era la sua, prima che di stabilirsi a Paternò?
«Come tanti giovani siciliani, in questi anni, mi sono arrangiato con lavori da impiegato, o da operaio, anche all’estero. Ho lavorato in Inghilterra e Belgio come cameriere, ho avuto per parecchio tempo un negozio di abiti vintage a Catania… Finché ho deciso di sfruttare il mio diploma di perito agrario».

Che cosa produce la sua azienda?
«Due anni fa ho acquistato il podere, con un casolare e l’agrumeto: volevo creare un’azienda di produzione biologica, ma anche una “fattoria didattica”, insegnare educazione ambientale ai bambini: perciò mi sono piazzato proprio davanti all’oasi. Tutt’ora ho attivo l’uliveto, le arance scorso anno me le hanno rubate, sono passato a coltivare ortaggi. E fino all’altro giorno avevo due asinelli e cinque pecore, che tenevo per mangiare le erbe infestanti…».

Perché il Simeto è un luogo importante?
«C’è l’oasi, che è stata istituita nel 2009: qui nidifica il gallo sultano, una presenza molto rara, ci sono nidi di cicogne, aironi bianchi e cinerini… Ma nonostante il decreto regionale non è stato fatto nulla per attivare realmente l’oasi, che è tutt’ora zona di pascolo e bracconaggio. Poi c’è il business legato ai copertoni, il cui smaltimento comporta una tassa di 2 euro… Da quanto ho potuto appurare parecchi gommisti, piuttosto che pagarla, si affidano a chi viene a scaricarli qui intorno, per poi dargli fuoco».

Quella dei copertoni è la piaga che ha notato all’inizio del suo soggiorno a Sciddicuni…
«Esatto. E sulle colline sopra casa mia ho chiuso la strada con un cancello, portando le chiavi a proprietari, protezione civile e Comune… Un giorno una vicina, un’anziana, mi fa: “Te lo dico come una nonna, stai rischiando, ti bruciano tutto…”. E poco tempo dopo mi hanno bruciato l’agrumeto».

Quali altre difficoltà sta incontrando?
«Aspetto ancora l’allaccio della luce, eppure sei mesi fa ho pagato 1.500 euro di tassa. Vado avanti col gruppo elettrogeno, che mi costa sui 200 euro al mese».

Invece l’oasi di Ponte Barca quali altri danni subisce, oltre ai roghi di copertoni?
«Sversamenti di liquami e scarichi industriali, che comportano le morie di pesci a mare, alla foce del Simeto. Poi ci sono le microdiscariche, perché parecchia gente, invece di fare la differenziata, esce di casa con l’auto e viene a gettare l’immondizia qua intorno. E le macrodiscariche: non solo copertoni, anche eternit, materiali edili…».

Alla manifestazione in difesa della vallata c’erano tutti quelli che dovevano esserci?
«Beh, eravamo più di 500. Alcuni sono venuti da Alcamo e si sono aggiunti per qualche giorno al presidio permanente di una ventina di volontari, che ormai non mi lasciano più solo. Ma i politici che volevano organizzare un presidio per me, quando ho detto loro che ci avevo già pensato io, beh, non sono più venuti: forse volevano più visibilità…».

Un giornale online, Palermo Report, ha parlato di un possibile “cuntu”, ipotizzando che alla sua pecora, il 30 giugno, la testa non l’abbia tagliata nessuno…
«Siccome non ci sono apparse foto qualcuno ha pensato che io abbia “cuntato” questa vicenda. Ma non lo farei mai: una sola balla detta sarebbe un danno enorme per me, ora. Io quel giorno ho chiamato diversi amici, un consigliere comunale, ma nessuno è venuto: per i primi quattro giorni sono rimasto solo. Contate che il tratto di strada che porta a casa mia è un mucchio di pietre su cui un’auto fatica ad avventurarsi: è stato distrutto due anni fa dall’alluvione, e non si capisce chi debba ripararlo. Eppure pago 1.800 euro di Imu… Tornando alle foto: non avevo una camera digitale, e cani e volpi stavano mangiando i resti delle pecore: così ho bruciato i corpi. Ma stavolta le foto ci sono: le ho portate ai carabinieri. Che dovrebbero svolgere delle vere indagini. Ma non lo fanno. Almeno finora».

Mai pensato di mollare?
«Ho avuto un crollo pochi mesi fa, quando mi hanno distrutto l’impianto di irrigazione. Allora sono andato a lavorare in un altro podere. Mi sono ricaricato così, attraverso la bellezza di questa attività. Sono tornato a casa mia e ho rifatto l’impianto. Perché io vorrei solo fare il mio lavoro in pace…».

Che farà, stavolta, Feltri, se ne andrà?
«No, non me ne vado! Porto avanti questa battaglia; si deve vincere, non c’è un’alternativa. Voglio che qui torni la legge. Per tutti».

Twitter: @aletrevisani

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