La regola del “Tax Club” secondo Stefano Fassina

Il viceministro e l’evasione fiscale

Si può essere d’accordo con quello che dice Stefano Fassina, ma non con il fatto che a dirlo sia Stefano Fassina. Lo possono dire tutti, cioè, ma non un viceministro. Il che vuol dire che la teorizzazione di una “evasione di sopravvivenza” può essere un’analisi per chi vuole capire, ma non può mai diventare una argomentazione per chi amministra la cosa pubblica. Ovvero: tutti gli italiani hanno diritto a lamentarsi del fisco e della pressione fiscale tranne quelli che in queste ore sono al governo del Paese che ha raggiunto la più alta pressione fiscale del mondo.

Mi spiego: per quanto talvolta sia difficile da capire, non tutti si possono permettere le stesse opinioni. E io credo che chi governa non possa permettersi di dire, come chiunque altro, che esiste «una evasione di sopravvivenza» imposta dalla necessità, e diversa da quella «criminale» di chi semplicemente non vuole pagare. Non può dirlo, non perché non sia vero, ma perché ne è in parte responsabile. Se il governo e la maggioranza che lo sostiene condividono l’analisi di Fassina, infatti, hanno una sola possibilità di non cadere nel ridicolo: varare un decreto d’urgenza, porre la fiducia, fare le barricate, e tagliare le imposte. Altrimenti questo ragionamento impotente diventa un alibi per chi non paga, e uno schiaffo per chi invece paga.

Questi sono i giorni duri in cui gli italiani stanno scoprendo che entro novembre devono pagare per quest’anno il 100% di acconto sulle tasse che hanno pagato lo scorso anno. Il che vuol dire che quell’acconto non è più un “acconto”, non è nemmeno un semplice “saldo” (perché la cifra sarà in molti caso superiore a quanto dovuto) ma un prestito, e in alcuni casi addirittura un regalo. Mi spiego con un esempio: se io cittadino che faccio parte del popolo delle partite Iva ho pagato lo scorso anno 100mila euro, adesso ne devo dare allo Stato altri 100mila.

Ma mentre pago questi soldi, che lo Stato chiama “acconto”, non ho la certezza di riguadagnarli tutti, perché il mio reddito variabile , nell’anno della crisi, tendenzialmente può calare. Se poi questi soldi non li ho, e sono costretto a rateizzarli, ci devo anche pagare gli interessi sopra. Se sto facendo delle vacanze povere per tirare fuori i soldi che lo Stato mi chiede, o se sto pagando gli interessi su quello che ho rateizzato – quindi – non sono nella condizione di spirito migliore per sentirmi dire da un viceministro che il mio compagno di sventura che ha nascosto il suo reddito (o una parte) sotto il tappeto sta “sopravvivendo”: perché questo implica il fatto che chi paga e sta “soccombendo” ha sbagliato qualcosa nella vita. Diceva Brad Pitt che «la prima regola del Fight club è non parlare del Fight club». L’unica regola del Tax club – caro Fassina – è non far sentire un imbecille chi ne fa parte. E che paga (caro) per restarci dentro. 

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