L’ambizione tedesca di “germanizzare” il lavoro in Ue

Vertice sulla disoccupazione a Berlino

«Il denaro non è tutto ma sappiamo che senza denaro questi problemi non possono funzionare». Con queste parole la ministra del Lavoro tedesca Ursula von der Leyen ha rubato la scena ad Angela Merkel nel vertice sull’occupazione giovanile di Berlino e ha annunciato mezzi per un totale di 24 miliardi di euro per la lotta contro la disoccupazione giovanile in Europa. Ai sei miliardi già decisi si aggiungono altri 18 che la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) sarebbe pronta a stanziare a partire dal mese di agosto, nell’arco dei prossimi tre anni. Si tratta di fondi che andranno a «settori che potrebbero essere altamente produttivi se avessero accesso subito a capitali». Per il resto il vertice produce soluzioni “alla tedesca” per il resto d’Europa, ma sull’esportabilità del modello rimangono grandi dubbi.

La Von der Leyen, che negli ultimi mesi si è guadagnata le critiche interne della formazione di Angela Merkel per le sue posizioni da outsider su temi di lavoro e famiglia, ha «scoperto il palcoscenico internazionale» secondo quanto riassumeva in modo efficace la Faz. È stata lei a descrivere brevemente gli accordi raggiunti nel vertice berlinese che si articolano su quattro assi principali. Prima di tutto «dobbiamo fornire ai giovani un biglietto d’entrata al mercato del lavoro» e questo significa, a suo avviso, insistere sulla «formazione duale» e sui training in azienda che offrono la possibilità di creare la capacità per vendersi in modo più efficace sul mercato del lavoro. In secondo luogo, un nodo chiave è quello del «blocco dei crediti», Von der Leyen ha citato qui esplicitamente l’esempio italiano dove aziende sane e nuovi progetti imprenditoriali non riescono a finanziarsi. La conferenza ha poi creato un dialogo tra gli uffici di collocamento e agenzie analoghe per rendere queste istituzioni più efficaci nella guida dei giovani che cercano lavoro. Infine ha annunciato come detto il contenuto di un piano di 24 miliardi in tre anni per finanziare le nuove imprese e i progetti di formazione in azienda, principalmente attraverso la Bei.

Poco prima la cancelliera si era sbrigata a riassumere i risultati del vertice, ribadendo come la questione dei fondi non fosse stata al centro del dibattito di oggi quanto invece lo erano state le iniziative pratiche per la lotta contro la disoccupazione giovanile. «Sappiamo che con questo vertice abbiamo destato aspettative alte e non vogliamo deludere». Alla conferenza stampa ha preso parte anche Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo che si è impegnato ad approvare rapidamente in parlamento le decisioni raggiunte nel vertice e ha ribadito il ruolo centrale delle piccole e medie imprese tanto per far ripartire l’occupazione quanto per creare formazione attraverso training e apprendistati. A Berlino erano presenti oggi 18 capi di stato e governo dei paesi dell’Unione e tutti i 28 ministri del Lavoro. Tra loro il presidente del Governo italiano Enrico Letta e il ministro Giovannini, così come il presidente francese François Hollande, lo spagnolo Mariano Rajoy e ovviamente la anfitriona Angela Merkel. Parallelamente si incontravano nell’ambito del vertice i rappresentanti degli uffici di collocamento ed enti analoghi per scambi di esperienze al fine di elaborare un documento contenente linee guida di «best practice» da implementare adattandole alle realtà dei mercati del lavoro locali.

In Germania, la campagna elettorale ha fatto si che l’opposizione sfruttasse l’occasione per criticare la cancelliera. Il candidato oppositore Peer Steinbrück ha parlato di «un cinico vertice show», mentre il leader dell’SPD Sigmar Gabriel ha descritto Merkel come «una specie di ladra». Non basta. Una manifestazione ha accompagnato il vertice fuori dalla cancelleria. Il capo dell’unione sindacale DGB Michael Sommer ha condannato di fronte a un pubblico di giovani una Unione Europea che salva le banche e abbandona i giovani. «Non ci lasciamo usare per una messa in scena da pochi soldi. Sei miliardi per creare occupazione giovanile sono uno scherzo». Ricordiamo che la disoccupazione dell’eurozona tocca il 12,1% – record storico – e tra Italia e Spagna vive il 48% dei senza lavoro dell’area: sono diventate ormai nove milioni le persone alla ricerca di un impiego. L’Europa è alla ricerca di fondi per tamponare urgentemente la situazione, prima che le piazze esplodano; ed è alla ricerca di soluzioni ai problemi strutturali dell’euro, che sembrano essere alla base della situazione. È per questo che in Germania, mentre il Sud Europa soffre, la situazione appare assai diversa. Non solo la disoccupazione generale è più bassa – 6,6% a giugno, in costante calo da febbraio (era il 7,4%), ma tra i giovani dai 15 e 24 anni è addirittura inferiore: ha raggiunto il 5,6%. La situazione in Baviera e Baden-Wurttemberg è imbarazzante: si parla rispettivamente del 2,6 e del 2,7% dei giovani senza lavoro.

È da questi numeri che si comprendono meglio le parole della von der Leyen in apertura del vertice di Berlino: «il nostro progetto è fare in modo che l’Europa possa ristrutturarsi sul modello tedesco di educazione ‘duale’, con integrazione tra formazione teorica e esperienza nelle imprese». Insieme a questo, bisogna favorire lo «spostamento dei lavoratori», anche introducendo piani di erasmus per chi sta seguendo i programmi duali. L’esortazione era già comparsa per sua voce su alcuni giornali tedeschi verso giugno: se i dati in Baviera e Baden-Wurttemberg sono così bassi, significa che c’è bisogno di gente: «Nel Sud c’è gente alla disperata ricerca di lavoro, mentre in Germania molti posti rimangono liberi», ha detto.

Ma potrebbe funzionare questa soluzione “alla tedesca”? Il modello duale già in patria sta incontrando forti limiti. Con tutti i meriti, piani di formazione tecnica di questo tipo hanno anche l’effetto di creare società a compartimenti stagni, in cui le speranze di ascesa sociale sono basse, anche tra generazioni. Sembra che il vero merito sia quello di creare una classe di lavoratori tecnicamente preparati, ma a salario molto basso: ottimi, quindi, per il modello “esportativo” tedesco, in cui si devono ridurre i costi di produzione e si devono creare prodotti di alta gamma. Sul fatto che poi sia ancora sostenibile ai livelli attuali una tendenza migrazionale di giovani generazioni da Spagna e Italia verso la Germania, ci sarebbe molto da obbiettare.

Non sembra, cioè, che riformare tutta l’Europa sul modello tedesco possa avere i benefici che ci si aspetta, proprio perché in cima al continente c’è posto per un solo paese – posizione attualmente occupata dalla Germania. I problemi di polarizzazione dei salari sono sempre più sentiti nel paese: il “basso livello della domanda domestica” era una caratteristica propria dei parsimoniosi tedeschi fino a dieci anni fa, mentre adesso è solo una conseguenza dei salari relativamente bassi. Se si espande il modello a tutta l’Eurozona, c’è da aspettare che la questione diventi continentale. Non si dimentichi poi che non esiste un mercato infinito per prodotti da esportazione: un sistema economico italiano o spagnolo più competitivo dovrebbe scontrarsi con la presenza tedesca; le riforme stesse del lavoro “alla tedesca” impedirebbero poi una ripresa della domanda domestica nei diversi paesi, creando un modello insostenibile.

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