Lina Merlin, che rese l’Italia “meno tollerante”

Le "case chiuse" di nuovo di attualità

È bastato «in Italia un colpo di piccone alle case chiuse per far crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la loro più sicura garanzia». Così scriveva Indro Montanelli in Addio Wanda, il libello che aveva pubblicato in opposizione alla legge Merlin. Era quello il “colpo di piccone”: la legge, contestatissima, per la chiusura dei casini. Con la sua promulgazione, avvenuta il 20 febbraio 1958, per molti si chiudeva un’epoca.

Quella di Montanelli, tutto sommato, era stata una critica delicata. Contro Lina Merlin, la senatrice che aveva presentato, sostenuto e firmato la legge, gli attacchi erano stati durissimi. Dall’accusa di bigottismo alle caricature del Borghese. In parlamento l’opposizione di monarchici e missini aveva fatto slittare la proposta di legislatura in legislatura per dieci anni, dal 1948 al 1958. Fu l’ingresso nell’Onu a dare la spinta decisiva per la promulgazione della legge, oltre allo stop alle licenze deciso dall’allora ministro degli Interni Mario Scelba, che ha impedito l’aumento del numero di casini in Italia fin dal 1948. Ma la svolta fu incardinata sulla legge del ’58, che portava il nome Merlin, la prima firmataria e convinta sostenitrice.

Si è negato e si nega a più riprese la ragionevolezza della legge. Viene messa in discussione nei momenti di emergenza economica, quando allo Stato serve fare cassa (appoggiandosi al gettito dei contributi delle prostitute), con l’aggiunta di considerazioni di carattere legale e morale: lo sfruttamento delle donne non è diminuito, si fa notare, e si aggiunge che adesso lo gestisce la criminalità, in un’ambiente privo di ogni controllo sanitario. Oltre al fatto che in altri paesi europei la prostituzione è controllata e tassata. Sono tutte critiche sensate che riaprono il dibattito anche a distanza di cinquant’anni. Eppure riaprire le case chiuse non è così facile come vorrebbe fare il sindaco di Mogliano Veneto Giovanni Azzolini, conterraneo della Merlin, che proprio in questi giorni chiede un referendum pro “casini”. Così come non è stato facile, per Lina Merlin, farle chiudere.

La sua battaglia arriva al culmine di una lunga carriera politica e umana, forse più interessante della legge per cui è rimasta famosa. Lina Merlin, nata nel 1887 a Pozzonovo, in provincia di Padova, è stata la prima senatrice italiana, partigiana, attivista antifascista, sostenitrice di gruppi femminili, conosce la povertà della famiglia e, da giovanissima, viene mandata a Chioggia dalla nonna, per sollevare la madre dalla difficoltà di allevare dieci figli. Però non fa solo lavoretti: si diploma, diventa maestra, e si iscrive all’università a Padova laureandosi nel 1914 in letteratura francese. Allo scoppio della Grande Guerra esprime posizioni contrarie, tanto che il fratello Mario, convinto interventista, la definisce “pacefondaia”. Lui partecipa, insieme ad altri quattro fratelli. Ne ritornerà soltanto uno.

Da questo momento la sua adesione al socialismo (che si era schierato per la neutralità nel 1914) diventa più forte. Frequenta gruppi socialisti e vive le prime aggressioni dei gruppi fascisti. Continua a fare la maestra, finché nel 1925 viene resa obbligatoria, per tutti i dipendenti statali, l’iscrizione al partito fascista. Qui comincia la fase più convulsa della sua vita. Rifiuta di entrare nel partito, viene cacciata dalla scuola e prova a sfuggire alla persecuzione dei gruppi fascisti scappando a Milano (dove conosce Filippo Turati) ma viene arrestata e confinata in Sardegna, fino al 1929.

Con l’amnistia torna a Milano, ma continua a mantenere vivi i contatti con gli antifascisti in clandestinità. Tanto che si sposa con Dante Gallani nel 1933 (dopo che la moglie di lui era morta l’anno prima), ma il matrimonio durerà solo tre anni. Gallani muore nel 1936. I suoi libri e la sua strumentazione medica vengono donati da lei ai gruppi partigiani: continua il suo attivismo antifascista. Fonda i Gruppi per la difesa della donna e per l’assistenza ai volontari della libertà, che coinvolsero circa 60mila donne, e che divennero l’Unione Donne Italiane. Partecipa ad azioni partigiane, scrive sull’Avanti!, organizza la rivolta di Milano e diventa, nel 1945, su nomina del Clnai Commissario per l’istruzione della Lombardia.

È solo l’inizio: la sua decisione e la sua assidua presenza la porta a partecipare all’Assemblea Costituente, diventa membro della Commissione dei 75 e partecipa ai lavori per la scrittura della Costituzione. Fu lei a chiedere di introdurre, all’articolo 3 il passaggio «senza distinzione di sesso», che per i suoi colleghi era implicito. Nel 1948 viene eletta senatrice. La prima (e unica, nella legislatura) donna, all’età di 61 anni.

Il suo cammino parlamentare è dedicato alla promozione dei diritti delle donne e al miglioramento della condizione femminile. Per questo motivo il punto di arrivo è la legge contro le case chiuse. Osteggiata, combattuta: al centro della questione una tradizione e un giro di affari enormi. Per lei, una condizione di schiave sessuali che imponeva, da parte del Parlamento, la liberazione. Lo scontro fu fitto, lungo e pieno di colpi bassi. Satire e vignette, canzoni e allarmi. Sulle malattie (in una vignetta Lina Merlin era ritratta insieme a due virus, e diceva «Questi sono i miei gioielli»), e sull’ordine della società in generale. Le istanze della Merlin furono definite «isterismi pudibondi di vecchie dall’irrequieta menopausa», ma lei era sempre pronta a rispondere. Quando un militare chiese: «E i soldati come faranno?», rispose senza scomporsi «Lei è anche un bel giovanotto, faccia la corte alle ragazze». E alla signora che si lamentava perché «al Sud gli uomini sono impetuosi e le donne riservate, mentre al nord è un’altra cosa», faceva notare che «ringraziando iddio i bambini nascono anche a nord».

Lo scontro culturale, la fine di un’epoca, i dubbi e le difficoltà di un provvedimento storico. Lina Merlin festeggiò la promulgazione della legge festeggiando in pizzeria, dopo aver tenuto testa a tutti e aver continuato la sua battaglia per dieci anni. Ricordarla per questo è doveroso, ma va anche ricordato che è stata lei ad abolire la dicitura “figlio di N. N”, a stabilire l’equiparazione dei figli naturali ai figli legittimi in materia fiscale, l’eliminazione delle disparità tra figli adottivi e figli propri, e l’abolizione della “clausola di nubilato” nei contratti di lavoro, che imponeva il licenziamento alle lavoratrici che si sposavano. Non poca roba. Stupisce, allora, vederla tra le file degli antidivorzisti. La sua battaglia per l’annullamento del referendum che introdusse in Italia il divorzio non funzionò.

La sua parabola politica finì in polemica. Con il partito socialista, prima di tutto, di cui strappò la tessera, perché non ne poteva più di «fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo». Era il 1961. Il partito aveva appena deciso di non ricandidarla. All’età di 77 anni si ritirò dalla politica e tornò a vivere a Milano. Morì nel 1979. Dietro di lei lasciò un’Italia diversa: un altro Paese rispetto a quello in cui nacque. Le guerre e il cammino difficile della ricostruzione. Il suo contributo fu forte e si stampò nell’immaginario collettivo: un cambio di rotta importante. Tanto che anche Montanelli, citato all’inizio, lo notò. In una sua Stanza, in cui rispondeva ai lettori, scrisse: «Tuttora sono convinto che le case chiuse sarebbe stato meglio, allora, lasciarle chiuse. Ma richiuderle oggi, temo che sarebbe come richiudere la famosa stalla dopo che i buoi sono scappati. Prima di tutto perché non vedo come si possa tornare a confinarvi le prostitute che ormai invadono i marciapiedi, e si limitassero a quelli. Eppoi perché la libertà di sesso è giunta a tale punto che la casa chiusa non troverebbe clienti». Non si pentì della battaglia, come non si pentì Lina Merlin. Questa è la storia. Ma ora, se la legge vada mantenuta o meno, è una decisione che deve avere il pregio di guardare, se riesce, anche al passato. 

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