Pizza ConnectionManning, 35 anni per la “talpa” di Wikileaks

Wikileaks

La corte marziale di Fort Meade, Maryland, ha riconosciuto Bradley Manning colpevole di 19 dei 22 capi d’accusa che gli erano contestati, tra i quali 5 di spionaggio. Un cumulo di accuse che gli avevano fatto rischiare una pena pesantissima, fino a 90 anni di carcere. La comunicazione della pena detentiva è arrivata poco dopo le dieci della mattina del 21 agosto negli Stati Uniti, le 16.30 circa in Italia. Il giudice della Corte marziale, il colonnello Denise Lind, ha assolto Manning del capo d’accusa piu’ grave, e controverso, e su cui i procuratori del Pentagono avevano puntato, cioè quello di “intelligenza col nemico”. Nella requisitoria finale dell’accusa infatti era stato detto che nel momento in cui passava i file al sito di Julian Assange, Manning era assolutamente conscio del fatto che avrebbe fornito elementi che avrebbero aiutato i terroristi. Di contro, la difesa aveva insistito nel descrivere un giovane ingenuo ed idealista che ha reso pubblici i documenti che mostravano gli errori commessi dagli Usa nelle guerra con “buone intenzioni”. Il procuratore militare, Joe Morrow, ha però rincarato la dose sostenendo la requisitoria: ha spiegato che la condanna richiesta, «almeno fino a 60 anni’» e’ necessaria per «inviare un messaggio chiaro a tutti i soldati» che avessero intenzione di diffondere informazioni riservate. «Merita di trascorrere la maggior parte della sua vita in carcere». «Probabilmente» ha attaccato di nuovo Morrow «non c’e’ stato alcun militare nella storia che ha mostrato un simile disprezzo per gli interessi americani». La sentenza però ha ridimensionato, e di molto, le richieste di Morrow, quantificando la pena del militare in 35 anni di carcere oltre al congedo con disonore. Tuttavia il militare una volta scontato un terzo della pena, quindi tra poco meno di dieci anni, potrebbe fare richiesta per la libertà condizionata.

I fatti

Nel 2009 il soldato Bradley Manning, ‘Intelligence Analyst’ dell’esercito statunitense, gira a Wikileaks il contenuto di un video che diverrà poi famoso con il nome di “collateral murders”, omicidi collaterali, girato nel 2007. Nel video un elicottero Apache fa strage di civili e poi si accanisce contro alcuni uomini che, passando con un furgone, si fermano ad assistere i feriti. Le vittime furono inizialmente identificate come terroristi, ma in realtà si trattava di una troupe di giornalisti della Reuters e di almeno dieci civili che tentavano di soccorerli.

Questo è solo un documento tra i 250mila cablo diplomatici e oltre mezzo milione di rapporti militari segreti, relativi soprattutto ai conflitti in Iraq e Afghanistan inviati da Manning al sito di Julian Assange. Per questi ‘leaks’ Bradley Manning, dopo la detenzione a Quantico prima e Fort Leavenworth dopo, rischia l’ergastolo perché tra le accuse contestate vi è anche quella di collaborazione con il nemico: secondo l’accusa infatti Manning avrebbe, con quel passaggio di documenti riservati, coscientemente aiutato Al-Qaeda e altre formazioni terroristiche. Manning finisce in carcere nel maggio 2010.

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Il processo

A marzo di quest’anno è iniziato il processo, blindatissimo e a porte chiuse. Testimoni ascoltati in segreto, nessun audio o video del soldato registrati durante le audizioni preliminari e proibizione assoluta alle interviste e nessuna trascrizione di quanto detto da Manning. Solo il 12 marzo la Freedom of the press foundation ha ricevuto l’audio della dichiarazione che Manning ha fatto in aula il 28 febbraio di quest’anno, e per la prima volta dal suo arresto si è sentita la voce di Manning, poi pubblicata trascritta dal The Guardian.

La blindatura pressochè totale del processo ha contribuito a dare voce alla difesa del militare da parte delle associazioni per i diritti civili e di alcuni esponenti della politica americana. Nel periodo successivo all’arresto di Manning saltò anche una testa all’interno dell’amministrazione Obama: Philip Crowley, portavoce del dipartimento di Stato Usa, parlando con gli studenti del Massachusetts Institute of Technology, aveva definito il trattamento del militare all’interno del carcere militare di Quantico in Virginina, «stupido e controproducente». Una affermazione che gli costò la poltrona nonostante i suoi 26 anni passati proprio nell’esercito a stelle e striscie: «mi prendo la responsabilità di quello che ho detto» e «rassegno le mie dimissioni».

Sono proprio i giorni del carcere di Quantico a sollevare il caso Manning: il militare veniva tenuto in isolamento per 23 ore al giorno, niente notizie dal mondo esterno, permesso per un’ora di attività fisica, tenuto sveglio a forza tra le cinque del mattino e le otto di sera con le guardie che ogni cinque minuti con domande di rito verificavano il suo stato di salute, niente occhiali o lenti a contatto. Il tutto in attesa di giudizio.

Bradley Manning (Mandel Ngan/Afp)

A marzo di quest’anno inizia il processo a Bradley Manning davanti alla corte marziale di Fort Meade in Maryland. Manning, accusato di 22 capi d’imputazione, il più pesante proprio quello di “aiuto al nemico”, che comporta la condanna all’ergastolo, si è dichiarato colpevole di dieci di questi. Escluso il più grave. Un’offerta di colpevolezza che in ogni caso lo avrebbe portato a scontare 20 anni di prigione per la condanna dei “reati minori”.

Da una parte dunque in questa partita c’è stata l’accusa in rappresentanza del governo americano per cui Manning dopo il presunto aiuto dato ad Al-Qaeda diffondendo documenti riservati, mentre dall’altra invece si è schierata la difesa del militare venticinquenne, che con le sue rivelazioni ha cercato di mettere gli americani al corrente delle atrocità compiute dai soldati USA in Afghanistan e Iraq: quello che gli americani chiamano “whistleblower”.

Nelle battute finali del processo i pubblici ministeri dell’accusa non hanno certo brillato, faticando a presentare prove certe in udienze su alcuni passaggi della vicenda, basti pensare al momento in cui l’esercito ha dovuto ammettere di non trovare il contratto originariamente firmato da Manning prima del suo arrivo in Iraq. Il documento – designato come “Acceptable Use Policy” (AUP) – è importante perché fissa limiti e condizioni dell’accesso di Manning ai files riservati dell’esercito. E quindi anche l’eventuale violazione di quelle condizioni. Il problema, appunto, è che l’AUP non si trova più – e una copia di riserva è stata bruciata. In aula ha vacillato anche la tesi della premeditazione pevista dall’accusa: uno dei video che i pubblici ministeri hanno portato come prova non è infatti lo stesso ritrovato in uno dei computer di Manning. Passi falsi forse decisivi ai fini della sentenza, che non è comunque tenera nei confronti del militare, che passerà i prossimi 35 anni della sua vita in prigione. Anche se, dopo aver scontato un terzo della pena, quindi tra circa dieci anni, Bradley Manning ha la facoltà di richiedere la libertà condizionata.

Twitter: @lucarinaldi

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