Ordini, quell’Italia corporativa che resiste al passato

Il paese delle caste intoccabili

La notizia, passata un po’ in sordina, è che il Consiglio dei ministri ha avviato un disegno di legge “omnibus” che prevede, tra le altre cose, una revisione delle professioni sanitarie. In che senso? Almeno 600mila professionisti come infermieri, ostetriche e tecnici di radiologia e delle professioni sanitarie tecniche saranno inquadrati, ognuno, in un apposito ordine professionale. In sostanza, si creano tre nuovi ordini, che prendono il posto dei vecchi Collegi. Un modo di riorganizzare vecchio che va in una direzione per molti superata. La domanda è una sola: servivano?

In Italia ci sono già 31 Albi professionali, una enormità, molti di questi controllati da Collegi e Ordini. Per dare una breve definizione, gli ordini sono enti pubblici “sotto l’alta vigilanza del ministero della Giustizia”. Devono garantire la professionalità e la competenza degli iscritti (un servizio al cittadino) in settori di carattere “intellettuale” in senso lato. Siamo nel campo della tecnica, della salute, della legge.

A cosa servono? Tra i compiti principali lo Stato affida agli ordini l’aggiornamento dell’Albo professionale e la redazione delle norme deontologiche. Poi ci sono altre funzioni: fornire pareri sulle controversie professionali e andare a colpire gli abusi. Un fatto particolare merita attenzione: essendo dotati di autonomia patrimoniale, finanziaria, regolamentare e disciplinare agli ordini non si estendono le norme di spending review. Ma è un dettaglio, diciamo.

Il problema è che l’istituzione dell’ordine, in un contesto politico economico mutato rispetto all’epoca in cui sono sorti, appare anacronistica. L’ipotesi poi di introdurne di nuovi sembra contraddittoria anche rispetto alla direzione del governo, che dovrebbe lavorare per introdurre maggiori liberalizzazioni. In ogni caso, il nocciolo della questione è qui: non è in gioco (soltanto) una battaglia per l’introduzione di un regime di libera concorrenza nel sistema professionale. È l’identità stessa delle professioni italiane che sta cambiando: col tempo, le motivazioni alla base degli ordini professionali stanno venendo meno.

L’ordine, nel momento della sua istituzione aveva la funzione di rappresentare e garantire la specialità delle professioni intellettuali: alta utilità sociale con alcuni privilegi e soprattutto particolari controlli. La funzione di civil service è sempre stata, nel tempo, il criterio alla base della formazione di nuove associazioni di professionisti che, soprattutto in Italia, ha visto una fioritura maggiore rispetto ad altri paesi. La collegialità dipendeva dalla natura istituzionale e sociale delle professioni liberali. Il limite alla concorrenza attraverso l’ordine, in Italia, ha funzionato nel caso dei medici, che hanno imposto un limite alle iscrizioni all’Università e soprattutto dei notai che, grazie alla duplice natura di professionisti e di servitori dello stato, hanno saputo imporre limiti stretti all’accesso alla professione.

In Italia ci sono, come detto, 31 albi. Gli Ordini professionali, secondo la dicitura specifica, prevedono, come criterio per l’accesso, il conseguimento del diploma di laurea. Per i Collegi è sufficiente il diploma di scuola superiore. Con alcune eccezioni notevoli: quello dei giornalisti è un Ordine, ma non richiede la laurea. Per i notai si parla di Collegio notarile, anche se il requisito minimo della laurea in Legge è scontato. Che la situazione delle professioni sia lontana da un’idea di mercato è evidente. Per farsi un’idea ci limiteremo a sottoporre, di seguito, un elenco delle professioni coperte da un ordine in Italia.

Come già specificato, per le professioni in cui è sufficiente il diploma di un istituto secondario di secondo grado si parlerà di Collegio (per cui va bene anche la laurea triennale)

Consiglio Nazionale dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati, creato nel 1929,

Consiglio Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati, anche questo del 1929, e poi ripristinato nel 1944

Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche, fondato nel 1946, (forse) diventerà Ordine a breve

Federazione Nazionale Collegio degli Infermieri e dei Vigilanti dell’infanzia, nata ai sensi della legge 29 ottobre 1954, n. 1049

Collegio provinciale dei tecnici di radiologia e relativa Federazione nazionale, ai sensi della legge 4 agosto 1965, n. 1103

Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati, ai sensi della legge 6 giugno 1986, n. 251

Collegi regionali e provinciali delle Guide alpine, sorti nella legge quadro del 2 gennaio 1989

Consiglio Nazionale dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati, ai sensi della legge 21 febbraio 1991, n. 54

Domanda finale: è anche lontanamente pensabile parlare di concorrenza, mercato e trasparenza in un paese così pieno di ordini, ognuno ben attrezzato nel fare lobbying e pressioni sul legislatore?