Quando in Egitto una soap fa Ramadan

Teleromanzi e proteste

IL CAIRO – L’Egitto vive il Ramadan più movimentato della sua storia. I Fanous (lampade di tradizione fatemide) illuminano i vicoli del centro. Mentre tutti attendono le 3 di notte per la colazione (sohur) a base di full w tammeya (fave e fave fritte) prima dell’inizio del digiuno. Quando non ci sono scontri o manifestazioni, si vive un clima di costante condivisione che coinvolge tutti: anche atei e cristiani. Verso le sei di sera compaiono venditori di mughetto il cui profumo prepara alla sera di festa. Dopo la cena, l’iftar, la lunga attesa di una giornata calda senza acqua né cibo si conclude con una pasto pantagruelico. E così per rilassarsi, in case, negozi e caffetterie milioni di telespettatori restano incollati davanti ai televisori per non perdersi una sola puntata del loro teleromanzo preferito o musalsal in arabo.

Le città sono tappezzate di poster dei protagonisti più acclamati da Kbir Aoui di Ahmed Mekki a Niran Sadika con la bellissima Menna Shalabi. L’Egitto non è nuovo a questa invasione delle telenovelas. Non solo, produzioni televisive e il cinema egiziano sono tra i più seguiti in Medio Oriente: per l’aamiya, il dialetto parlato qui, che è compreso diffusamente nella regione e anche in molti paesi africani, ma anche per un certo stile melodrammatico in cui gli egiziani sono dei maestri. Su questo è di grande interesse il libro Dramas of Nationhood della ricercatrice Lila Abu-Lughod. L’autrice parla di personificazione degli spettatori nei vari personaggi televisivi con lo scopo di costruire individualità che producano il senso di appartenenza nazionale. E così i drammi nazionalistici, per decenni, hanno invaso non solo la politica ma anche gli schermi televisivi egiziani. Questi melodrammi moderni sono stati disegnati su misura nei temi e nelle tecniche per incoraggiare l’espressione pubblica delle emozioni, creare nuove soggettività, stabilendo l’egemonia della classe media attraverso la divisione di genere. E così i temi favoriti di questi autori sono andati dalla rappresentazione della miseria, ad un’attenzione sempre minore alla lingua (che in molti casi è dialetto di strada) fino all’uso esasperato della musica per evocare sentimenti interiori. Tutto questo si riproduce nell’esistenza melodrammatica degli egiziani, per esempio di donne che vivono sole dopo un divorzio o perché hanno deciso di lasciare la casa familiare in un ambiente generalmente ostile.

Con le rivolte del gennaio 2011, a fare il loro ingresso nei teleromanzi delle principali produzioni televisive del Paese sono arrivate proteste e manifestazioni: le storie dei personaggi più popolari si sono intrecciate con i drammatici eventi che hanno portato alla deposizione dell’ex presidente Hosni Mubarak. Complice il Ramadan, famiglie della classe media urbana, giovani delle province e delle aree rurali si raccolgono intorno agli schermi per seguire il loro teleromanzo preferito. Per questo gli ascolti balzano alle stelle. E così canali pubblici e privati hanno prodotto 55 titoli per questa stagione dell’anno con un giro di affari vicino ai 128 milioni di dollari. «Si può senza dubbio affermare con sicurezza che dopo le rivolte viviamo il periodo di maggior apertura nei contenuti delle soap opera. In particolare quest’anno c’è una libertà politica senza precedenti nei principali teleromanzi che vanno in onda durante il Ramadan», ci spiega la scrittrice Mariam Naoun.

Una delle serie più seguite da un pubblico di nicchia è Zat, ispirata da un romanzo del noto scrittore egiziano Sonallah Ibrihim. L’adattamento televisivo del libro è del regista di sinistra Kamel Abu Zekri. Attraverso le tappe della vita di Zat si percorre la storia egiziana con gli occhi della gente comune. Ma ancora più politico è Niran Sadika (Fuoco amico), trasmesso dal canale Al Watania: la protagonista è la bravissima Menna Shalabi che deve fronteggiare la corruzione del regime di Mubarak e i crimini della Sicurezza di stato (Amn el Dawla). Con continui flashback si ripercorrono gli eventi storici tra il 1996 e il 2009 come la tanto raccontata storia d’amore tra Gamal, il figlio di Mubarak ora in prigione, e la bellissima attrice che poi avrebbe sposato.

Molto intricata è la commedia, interpretata dal famosissimo rapper Ahmed Mekki, Al Kabir Aoui (Il grande uomo). In questo teleromanzo, le cui musiche sono state scritte da uno dei più interessanti e popolari rapper critici verso il regime, si racconta la storia esilarante del sindaco di un piccolo villaggio. Ad un certo punto appare un suo fratello gemello che rientra dagli Stati uniti e decide di stabilirsi nel villaggio di Mazarita. In ogni puntata emerge l’esilarante contrasto tra la vita negli States del protagonista e il povero villaggio egiziano.
Nella programmazione per il Ramadan non poteva mancare Adel Imam, il grande attore comico egiziano, arrestato lo scorso anno insieme ai figli con l’accusa di «blasfemia». La sua produzione è la più costosa della stagione: 7,1 milioni di dollari. In Al Arraf, Imam, insieme al figlio Rami Imam, rappresenta un ladro abile che gioca sempre sull’equivoco con suo figlio, definito comunista. L’attore è solito prendere in giro da una parte la religione e dall’altra la sinistra egiziana. In Al Daiea (il predicatore) si affronta il tema del rapporto tra arte e religione. La sceneggiatura è di Medhat al Adl e si racconta lo scontro tra uno sheikh ultra-conservatore e la violinista Nesma. Dal loro amore impossibile sarà il primo ad uscirne cambiato. Questo feuilletton racconta in altri termini le manifestazioni organizzate dagli intellettuali egiziani lo scorso maggio nei pressi del ministero della Cultura contro l’islamizzazione dell’arte.

I militari erano ancora in attesa di riprendere il potere mentre in Egitto si producevano i teleromanzi per il Ramadan che stanno ora andando in onda. I Fratelli musulmani non hanno interferito più di tanto sulle produzioni, ma hanno chiesto la cancellazione di un teleromanzo sulla storia della Fratellanza, lasciando una certa libertà a autori e sceneggiatori. Per quest’anno il nazionalismo ha lasciato spazio alla rappresentazione della critica al regime, ma è forse ancora presto per parlare della formazione di nuove soggettività «rivoluzionarie». 

Twitter: @stradedellest

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