Banche, imprese e credito: destino comune nella crisi

Non sono in salute né le une né le altre

Un anno fa circa scrissi un post dal titolo emblematico “Sfide impossibili: ristrutturare banche e imprese insieme”. Avevo visto bene e oggi è più facile capire cosa intendevo. Il sistema bancario, nonostante mille rassicurazioni, appare in grande difficoltà sia nella sua componente sana e funzionante, che in quel manipolo crescente di banche che fanno titoli sui giornali per le loro crisi manifeste (MPS, Banca Marche, Carife, Banca Popolare Spoleto, TERCAS).

Se prendiamo il costo del credito, oltre 65 miliardi di euro di accantonamenti a crediti dubbi in soli 4 anni per le prime 12 banche sono una cifra enorme. Ecco perché le banche si lamentano di avere sostenuto il costo della crisi e di essere nella stessa barca delle imprese. Che le difficoltà per le banche siano derivate dall’aumento vertiginoso dei crediti deteriorati e degli accantonamenti necessari, oppure dalla scarsità di capitale di vigilanza la risposta del sistema bancario nel suo complesso è stata quella di frenare sulla concessione del credito. L’ultimo bollettino della Banca d’Italia riporta una serie negativa di variazioni della concessione di credito alle imprese che dura da maggio 2012 e si è solo aggravata (vedi grafico).

elaborazione Linker su dati Banca d’Italia

Va detto che una parte della rigidità nella concessione del credito è invece giustificata dall’andamento negativo delle imprese, che ha determinato un innalzamento del rischio e quindi, per le banche, un maggiore costo implicito ed esplicito (capitale allocato). Prendendo sempre la Banca d’Italia come giudice imparziale date uno sguardo rapido a queste tabelle sul campione di oltre 3.000 imprese esaminato per l‘indagine sulle condizioni del sistema industriale e di servizi (anno 2012).

fonte: Banca d’Italia

Circa il 40% non ha prodotto utile nel 2012, il 30% ha bruciato patrimonio con perdite. Più o meno su tutti i livelli dimensionali e geografici, poco di più per le piccole imprese.

Nello stesso campione osservate che le imprese che hanno generato autofinanziamento positivo sono tra il 33% e il 38,5%, una su tre. Solo meno del 20% è riuscita ad aumentare il capitale proprio e tra il 25% e il 30% ha aumentato i debiti bancari (segno sperabile di buona condizione fisica).

È palese che in Italia non stanno bene né banche né imprese e che due zoppi non possono correre i 100 metri. Le banche stanno ora pensando a ristrutturarsi, a tagliare i costi e mantenere un minimo decente di redditività sul capitale e non hanno proprio i mezzi e la pazienza per rimettere in sesto quel 40% e forse più (vediamo i bilanci 2013) di imprese che annaspano senza reddito e autofinanziamento.

Ecco perché la legge della sopravvivenza dice più o meno “si salvi chi può”. Dovendo generalizzare le imprese non possono contare su grande disponibilità dalle banche. Nello specifico ci sono casi che sicuramente dimostrano il contrario, ma alla fine se mancano 40 miliardi di prestiti alle imprese, se il capitale di rischio delle imprese non cresce qualcosa sarà successo e qualcosa succederà ancora.

Twitter: @Linkerbiz

*Originariamente pubblicato su Linkerbiz con il titolo “Banche e imprese: si salvi chi può”

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