Berlusconi ha negato al Paese la vera destra liberale

Ascesa e declino del Cavaliere

L’unica volta che ho parlato (per così dire) con Silvio Berlusconi è stato quasi vent’anni fa, il 9 dicembre 1993, un mese e mezzo prima della sua discesa in campo. A Grugliasco, alla periferia di Torino, si inaugurava l’Euromercato della Standa nel centro commerciale Le Gru (su cui peraltro stava indagando la magistratura, per un presunto giro di tangenti “rosse”, legate al Pci-Pds). Ma i cronisti, me compreso, non erano certo venuti per lo shopping. Già da tempo si parlava di un impegno diretto del Cavaliere in politica, e proprio quel giorno, sulla prima pagina del Corriere, Angelo Panebianco aveva tentato di dissuaderlo: lasci perdere, era stato più o meno il suo ragionamento, se fa questo passo rischia di procurare più danni che vantaggi alla causa liberaldemocratica.

Del Corriere, a quel tempo ero inviato, ma solitamente mi occupavo di cultura, di scienza, di problemi della scuola e dell’università, fustigando spesso e volentieri intellettuali e baroni di sinistra. La politica non mi scaldava il cuore, e poi erano già in troppi a scriverne. Per il direttore Paolo Mieli, invece, era la passione predominante, sicché ogni tanto mi toccava.

Come appunto quella fredda mattina. Prendo la macchina, un po’ controvoglia, la Torino-Milano è un muro di nebbia, ed eccomi alle Gru in tempo per assistere al taglio del nastro, con Sua Emittenza che sorride e bacia le cassiere, scortato da Fedele Confalonieri e da un nugolo di uomini Fininvest vestiti come lui. Alla conferenza stampa, alzo subito la manina e mi presento: «Cavalier Berlusconi, cosa risponde a Panebianco?». Lui mi squadra, con una smorfia annoiata: «Rispondo che uno dovrebbe pensarci su due volte prima di dare consigli non richiesti. E se la persona cui si rivolge ha realizzato molte più cose di lui, farebbe bene a starsene zitto». E con ciò, il professore bolognese è sistemato. Non stiamo parlando di un sovversivo, o di un amico dei comunisti, ma di un politologo di area liberale: ma che importa, sempre intellettuale è, e gli intellettuali per definizione raccontano panzane.

Quella sera, andai a scrivere l’articolo a casa dei miei genitori a Torino. Mio padre era stato un pioniere dell’automazione industriale, un imprenditore sempre sulla frontiera dell’innovazione. Un uomo di destra, questo è sicuro. Ma quel Berlusconi non gli piaceva: «È un bru-bru», mi ripeteva: un imbonitore, un venditore di fumo, un magliaro, in dialetto milanese. E io, per una volta, era d’accordo con lui. Non ho mai, neppure per un nanosecondo, pensato che il Cavaliere potesse incarnare una versione italiana della signora Thatcher, o di Reagan. Ma neppure che lo volesse. Che un magnate delle tv e della grande distribuzione, un monopolista cresciuto all’ombra della politica e già allora in odore di collusioni con la criminalità organizzata, fosse l’uomo giusto per capeggiare quella “rivoluzione liberale” di cui il Paese aveva tanto bisogno, mi sembrava una barzelletta o una favola per gonzi. E mi stupiva che fini intellettuali, alcuni dei quali miei amici e collaboratori, come Lucio Colletti, Piero Melograni o Saverio Vertone, ci credessero sul serio, mettendosi al suo servizio come fiori all’occhiello da sfoggiare nei convegni.

Capiranno troppo tardi, a loro spese, che Panebianco aveva visto giusto: per la causa liberale (ben più che per la causa “comunista”), la discesa in campo del signor B. era una pessima notizia, la peggiore in assoluto. E vent’anni di declino, di leggi ad personam, di riforme promesse e mai realizzate (inclusa quella della giustizia), di spesa pubblica e di tasse mai tagliate, sono lì a confermarlo. Se avesse continuato a inaugurare supermercati e a baciare cassiere, forse oggi avremmo una destra moderna ed europea, che è la cosa che davvero manca all’Italia. E lui si sarebbe (e ci avrebbe) risparmiato un tramonto così avvilente.  

Twitter: @chiaberger

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