Bo Xilai: “Non sono un corrotto, mi avete incastrato”

Il processo alla prima udienza

Le aspettative su Bo Xilai collaborativo e pronto ad accettare le accuse che lo vedono a processo per corruzione, tangenti e abuso di potere si sono rivelate infondate al termine della prima giornata di udienze del più importate procedimento in Cina negli ultimi trent’anni. Il deposto leader del Partito comunista nella megalopoli di Chongqing ha dato prova di quel carisma che, prima dello scoppio dello scandalo che un anno e mezzo fa ne segnò la caduta, contribuì a renderlo una delle stella della politica cinese.

Bo ha respinto le accuse e ritrattato la confessione scritta resa agli arresti. Ha sostenuto di essere stato sottoposto a «pressioni impressionanti cui non ha retto non avendo un carattere forte». La difesa tenuta nell’aula della Corte intermedia di Jinan, nella provincia orientale dello Shandong, sembra dire il contrario. Bo è riemerso da diciotto mesi di detenzione in cui l’unica immagine circolata, probabilmente un foto-ritocco sulla cui veridicità ci sono più dubbi che certezze, lo ritraeva con barba e capelli lunghi.

Camicia bianca, pantaloni neri, Bo è stato presentato al pubblico stretto tra due guardie che superavano il suo quasi metro e novanta di altezza per farlo apparire più piccolo. Ad assistere all’udienza, in teoria aperta, c’erano un centinaio di spettatori selezionati, tra cui cinque familiari di Bo e 19 giornalisti, rigorosamente cinesi. Ad aggiornare sullo svolgimento dell’udienza è stato il flusso Weibo, la piattaforma di microblogging cinese, della Corte stessa. Per la stampa c’era inoltre la raccomandazione di attenersi alla versione dell’agenzia ufficiale Xinhua nel coprire l’appuntamento.

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Il tribunale in cui si tiene il processo a Bo Xilai (Afp)

A differenza di quanto ci si attendesse, il «principino rosso», figlio di Bo Yibo, uno dei compagni di Mao Zedong durante l’epopea rivoluzionaria, ha deciso di giocare più il ruolo di Jiang Qing che quello di Gu Kailai. La prima, vedova di Mao, fu processata nel 1980 assieme al resto della Banda di Quattro, il vertice del potere durante gli anni della Rivoluzione culturale. Il processo fu trasmesso in diretta televisiva, dando a Jiang l’occasione di difendersi con veemenza. La seconda è invece la moglie dello stesso Bo, condannata a morte con sospensione della sentenza, senza aver opposto troppa resistenza, per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood, il cui cadavere fu ritrovato in un albergo di Chongqing a novembre del 2011 e le cui vicende si intrecciano con quelle giudiziarie della famiglia Bo.

Il 64enne ex ministro del commercio è invece andato all’attacco, denunciando di essere stato incastrato. Tang Xiaolin, uno degli accusatori di Bo che ha testimoniato di aver pagato all’ex stella politica cinese 1,1 milioni di yuan (circa 130mila euro), ai tempi in cui era sindaco di Dalian, è stato definito un corrotto, un truffatore, «uno che ha venduto la propria anima», un «cane pazzo».

Sono state respinte anche le accuse di aver ricevuto soldi da Xu Ming, si parla di oltre 20 milioni di yuan, circa 2,1 milioni di euro, parte dei quali sarebbe servita per finanziare una villa a Cannes, scoperta di recente, prova delle corruzione, e l’istruzione del figlio oggi 25enne del leader deposto, Bo Guagua. Uomo d’affari con importanti connessioni nella dirigenza cinese Xu era presente in aula. La rete di conoscenze ricostruita dal New York Times, che arriva fino all’ex primo ministro Wen Jiabao non l’ha tuttavia tutelato dall’essere arrestato come tesoriere dei Bo.

«Ridicole» è invece l’aggettivo riservato dall’ex leader di Chongqing alle dichiarazioni della moglie Gu Kailai, rilasciate per iscritto e lette durante il procedimento. Nei giorni scorsi era trapelata l’ipotesi che Gu potesse testimoniare così da tutelare il figlio Guagua, il cui nome oggi è tornato ripetutamente nelle testimonianze tanto da far ipotizzare al giornalista del Telegraph, Malcolm Moore una vita di esilio negli Stati Uniti per il giovane Bo, iscritto alla Columbia University e che nei giorni scorsi ha affidato al New York Times una lettera in cui denunciava il modo in cui sono state condotte le indagini contro i genitori.

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Bo Xilai sulla copertina di TIME magazine nel 2012

Proprio attorno alla figura del figlio ruota anche una delle curiosità riguardo al processo circolate sui social network. Weibo ha cancellato l’account di un utente reo di aver pubblicato una foto di Bo che fa un segno con tre dita. C’è chi pensa si sia trattato di un messaggio in codice, forse rivolto proprio al figlio. La posizione della mano ricorda infatti la grafia del carattere «gua». Ad ogni modo si tratta di speculazioni, le ennesime di uno scandalo che tiene sulle spine la politica cinese da quando scoppiò a febbraio dell’anno scorso, con la fuga nel consolato statunitense di Chengdu di Wang Liju, braccio destro di Bo Xilai nella campagna contro la criminalità organizzata a Chongqing, a sua volta condannato a 15 anni di carcere per diserzione, corruzione e abuso di potere.

La Cina si avvicinava allora all’appuntamento del congresso del Partito che, nell’autunno successivo, avrebbe incoronato la leadership che guiderà il Paese nel prossimo decennio. La vicenda fece così emergere le dispute interne di potere e di gestione del potere. Il modello Chongqing portato avanti da Bo, fatto di intervento statale e ammiccamenti alla tradizione maoista, era visto come una soluzione ipotizzabile anche a livello nazionale. Bo era stato inoltre il catalizzatore di tutte quelle forze, rivoli e correnti che potevano rifarsi alla sinistra del Partito, forze che almeno in un primo momento hanno perso coesione quando la figura principale è caduta prima con la sospensione da ogni incarico e con gli arresti in aprile, poi a settembre con l’espulsione dal Pcc.

Le sparute manifestazioni dei sostenitori fuori dal tribunale dimostrano, secondo alcuni commentatori, che Bo goda ancora di un certo seguito, forse anche all’interno del Pcc. Il processo è stato aggiornato a domani. A settembre ci sarà la sentenza. Solo allora si saprà la conclusione di una vicenda che ha assunto i contorni del noir e si capirà se la difesa di Bo avrà sortito risultati.