Cairo, l’esercito ora teme la resistenza islamista

L’Egitto chiede responsabilità politica

IL CAIRO – Quando i militari egiziani hanno destituito l’unico presidente eletto, lo scorso 3 luglio, avevano forse in mente uno dei principi democratici che ha motivato le rivolte del 2011, quello di accountability: «La classe dirigente deve rispondere alla volontà del popolo», era una delle richieste dei manifestanti, scesi in piazza nei 18 giorni che hanno portato alla deposizione di Mubarak, l’11 febbraio 2011. In altre parole, dopo 30 anni di autoritarismo gli egiziani chiedevano ai propri dirigenti di assumersi le responsabilità delle decisioni politiche, accettando una certa trasparenza nella governance pubblica.

Per questo, un presidente come Morsi, che in pochi mesi non ha fatto ripartire l’economia e non ha avviato un dialogo esaustivo con i movimenti politici secolari, doveva essere rimosso perché incapace di rispondere alle necessità della popolazione. E così in fretta e furia l’esercito ha adottato la campagna di raccolta firme per le dimissioni di Morsi e ha proceduto al suo arresto.

Dallo shadow state al ritorno all’ordine: gli errori dell’esercito

In questo modo il principio di accountability in Egitto è diventato esecutivo, senza passare per le urne. Questo è il primo grave errore compiuto dai militari egiziani. In questo modo, l’esercito ha contribuito ad esasperare le divisioni della società tra laici e islamisti.
L’esercito, non solo ha favorito gli interessi più generali dei militari, ma ha permesso il ritorno dello shadow state, contro il quale gli egiziani erano scesi in piazza. Per shadow state, come spiega il docente di Scienze politiche alla School of Oriental and African Studies di Londra, Charles Tripp, si intende l’idea che «le istituzioni pubbliche, dai ministeri al parlamento, non appartengano al popolo, ma siano proprietà privata di una piccola categoria di persone, che ha preso il potere e si arroga il diritto di parlare a nome del popolo».

Questo Stato nello Stato, e le mafie che ne derivano, è di tipo verticale (padrone-cliente), includendo lealtà nel classico stile neo-patrimoniale. Questo tipo di clientelismo ha limitato l’accesso di ampi strati della popolazione a centri di potere e al mercato del lavoro. Per esempio, nelle amministrazioni pubbliche, i dirigenti hanno sempre usato uomini di fiducia, le cui credenziali prevalenti sono rapporti di amicizia (shilla) e familistici (usrah).

Le politiche di liberalizzazione economica (infitah) degli anni Novanta hanno favorito queste relazioni clientelari, per cui il Parlamento è diventato un’arena per lo scontro di cricche. Le istituzioni si sono trasformate in canali di nepotismo (wasta), per cui chi conquista centri di potere accresce le capacità negoziali sui suoi clienti. Questo spiega l’intervento dell’esercito come forma di opposizione del vecchio regime alle istituzioni governate dagli islamisti.

Il generale Sisi ha commesso poi un secondo errore. Gli interventi dei militari in contesti caotici sono sempre stati motivati da due principi: il ritorno immediato dell’ordine e un numero limitato di vittime. È ancora presto per dire se questi due principi verranno rispettati anche in questo contesto politico. Di sicuro però il ritorno all’ordine non è stato immediato tanto che a quasi 40 giorni dal colpo di Stato le piazze delle principali città egiziane sono ancora occupate. E poi, la strage del 26 luglio scorso, quando hanno perso la vita oltre 80 persone in scontri tra polizia e islamisti, ma ancora di più il bagno di sangue che si prevede in caso di sgombero delle piazze, non fanno ben sperare in un numero limitato di vittime.

Se l’ordine non torna e il caos persiste oppure se si ritorna all’ordine con un altro numero di vittime, l’esercito ha fallito. Per questo, se fino ad ora il colpo di Stato è stato letto come un fallimento per i Fratelli musulmani (e da un punto di vista politico, temporaneamente, lo è), potremmo presto parlare del declino dell’esercito egiziano, abbandonato dal suo popolo, per incapacità nel ripristinare l’ordine e «responsabile» della crisi.

Il fallimento dei negoziati internazionali e la resistenza islamista

Quanto i militari siano in difficoltà lo dimostra anche una dichiarazione del ministro della Difesa Abdel Fattah Sisi che in un’intervista al Washington Post ha chiesto agli Stati Uniti di fare pressione sui Fratelli musulmani per terminare l’occupazione dello spazio pubblico. Un’iniziativa senza precedenti per un Paese impegnato a fugare le accuse di ingerenze internazionali.

In verità, a indebolire l’esercito è l’ambiguo giudizio internazionale sul colpo di Stato. Dopo la deposizione di Mubarak, l’11 febbraio 2011, nessun leader politico si è sognato di chiedere di visitare il deposto presidente. Invece, dall’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, al ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, sembra una corsa a voler incontrare Morsi.
A questo vanno aggiunte le divergenze interne agli Stati Uniti sulla definizione del colpo militare. In altre parole, mentre Barack Obama chiamava continuamente il leader della giunta militare Hussein Tantawi dopo la deposizione di Mubarak, non ha mai sentito Sisi in seguito al colpo di Stato e, come se non bastasse, il senatore John McCain, inviato al Cairo, ha messo la mano sul fuoco che si trattasse di un golpe. Sisi ha solo incassato il trasferimento dell’ambasciatore non più gradito al Cairo Anne Patterson, per le sue relazioni cordiali con i Fratelli musulmani. Per questo, il governo egiziano ha inteso rappresentare il pressing diplomatico internazionale come fallimentare.

Infine, i veri vincitori in questa fase sembrano proprio gli islamisti. Hanno saputo occupare piazze in tutte le città e le province egiziane, organizzare marce verso gli edifici della Sicurezza di Stato, usare la mediazione dei movimenti salafiti, attivare le amicizie internazionali, sminuire le manifestazioni di piazza anti-Morsi. I Fratelli musulmani hanno creato un movimento urbano e rurale che ha coinvolto donne velate, bambini e intere famiglie. Hanno costruito una resistenza politica che costringe l’esercito a scendere a patti. Questo chiarisce un altro aspetto delle rivolte del 25 gennaio 2011, quando il variegato movimento di piazza è stato monopolizzato dagli islamisti. In qualche modo sono i Fratelli musulmani i soli in grado di fare e portare a termine una rivoluzione contro l’establishment militare in Egitto. Rabaa al Adaweya può piacere meno del sogno liberale e socialista di Tahrir ma in realtà è l’unico fronte di resistenza al populismo cavalcato dai militari.

È interessante notare che qualche giorno fa, anche gli ultras, nemici giurati dell’esercito, si sono timidamente avvicinati all’assembramento di piazza Nahda dei Fratelli musulmani. Purtroppo però nell’anno al governo anche gli islamisti non hanno saputo fare altro che riprodurre il sistema clientelare con altre logiche: tentando il ricambio dei dirigenti pubblici su altre linee di appartenenza. È per trasparenza e responsabilità politiche che gli egiziani continueranno a lottare.

Twitter: @stradedellest