Coprifuoco, le notti egiziane lontane dalla protesta

Ma Facebook continua a brulicare di idee

IL CAIRO – Da un giorno all’altro, dal mese di Ramadan in cui si faceva tutto di notte e nulla durante il digiuno, si è passati al coprifuoco. Ora, al contrario, le giornate diventano frenetiche e le notti vuote: tra le 8 del mattino e le 6 del pomeriggio le strade del Cairo sono impraticabili, una sorta di traffico fermo rispetto al solito lento procedere delle macchine. E così per arrivare dalla periferia al centro si impiegano ore solo per rientrare in casa per l’inizio del coprifuoco, fissato alle 7 della sera. Proprio per questo, le autorità egiziane hanno posticipato l’inzio del coprifuoco alle 9 di sera, venerdì esclusi.

Le notti del colpo di stato
Tutti rispettano il coprifuoco in Egitto. Se nelle notti della rivoluzione del 25 gennaio fervevano gli appuntamenti, gli incontri e le discussioni notturne, ora il clima è ben diverso. «Nei mesi di coprifuoco dopo le rivolte che hanno deposto Mubarak non c’è notte che non rompevamo gli orari imposti, ora al massimo ci muoviamo all’interno del nostro quartiere», dice Gigi Ibrahim, nota attivista e blogger.

Anche i comitati popolari, continuamente infiltrati da criminali, sono stati sciolti per volontà del ministero degli Interni, quindi sono spariti dalle strade della notte del Cairo. E gli unici spostamenti durante il coprifuoco possono avvenire proprio all’interno di un quartiere, tra una via e una piazza, per raggiungere il bar sotto casa per una shisha (narghilè) al sapore di tabacco o di limone e un succo di frutta, ma non oltre. Le corse per gli approvvigionamenti di cibo non sono avvenute con la stessa voracità dei tempi della rivoluzione, ma ogni giorno il via vai per acquisti e compere è continuo perché i negozi, stranamente, di sera e di notte sono chiusi.

Si ritorna a incontri fugaci con amici e familiari durante il giorno e a lunghe telefonate notturne, mentre i social network diventano spesso l’unica fonte di informazione quando la televisione di Stato non fa che ripetere accuse generiche contro gli islamisti e gli altri canali, vicini alla Fratellanza, sono ormai oscurati da mesi. E la caccia ai leader della Fratellanza diventa un sadico passatempo per chi li considera responsabili di aver illuso per 40 giorni le centinaia di migliaia di persone che hanno occupato Rabaa al-Adaweya, Nahda e le piazze delle principali città egiziane.

Dalla street politics agli assedi alle moschee
Per le famiglie delle vittime di Rabaa sono notti di riflessione, i loro animi sono stati in tensione per settimane. E ora nessuno vuole più vedere sangue scorrere per le vie del Cairo. Molte moschee di notte sono chiuse: si sono trasformate troppo spesso in luogo di rifugio e in obitorio, come per la moschea Iman a Makram Abeid. Era successo solo dopo i più gravi scontri di piazza Tahrir quando la moschea Omar Makram era diventato il rifugio di migliaia di manifestanti, e la moschea di via Mohammed Mahmoud aveva ospitato centinaia di feriti degli scontri del novembre 2011. Le immagini della moschea al-Fatah sotto assedio stupiscono ancora. Riportano il ricordo anche alla violenza dei cecchini che hanno ucciso decine di persone in piazza Ramsis nella grande manifestazione dopo lo sgombero, come avevano accecato numerosi manifestanti negli incidenti di via Mohammed Mahmoud.

E così le rivolte, dopo aver invaso lo spazio pubblico hanno raggiunto anche i luoghi di culto. Sono notti di tensione anche per molti cristiani che si sentono sotto attacco, spesso ingiustificatamente. Sono momenti critici anche per poliziotti e militari, esasperati dalla propaganda di regime e impegnati, armati fino ai denti, a difendere caserme e stazioni di polizia. Per questo di notte, nessuno si azzarda a camminare per strada: «Se hai la sfortuna di incontrare un agente folle, puoi rischiare grosso», assicura Khaled mentre ci accompagna in tok tok (vespette tipo Ape) nel quartiere di Embaba.

Il coprifuoco: tra film, musica e passatempi
Non resta per molti che dedicarsi alla musica tradizionale di Abdel Kalim Hafez e Nagat, ma anche ai rap di Asfalt, Ahmed Mekki e Rommel B e degli immancabili cantanti stile neomelodico, epigoni di Ahmed Adaweya. Oppure si può partecipare alle maratone notturne, accompagnati dai musicisti del folklore sudanese e dagli oudisti del Makan, minuscolo locale di Saad Zaghloul. Dopo un mese passato di fronte agli schermi delle soap, molti trascorrono invece ore tra film d’epoca, quelli di Youssef Chahine su tutti. E così la trasgressione rara di un’uscita notturna sembra trasformare la casa in un altrove lontano dalla street politics delle vie del Cairo, come avviene nei film di Bernardo Bertolucci, come Un giorno prima della rivoluzione e The Dreamers.

Mentre per i giovani rivoluzionari è una corsa a inventarsi simboli gialli da postare su Facebook, per sdrammatizzare lo scontro politico, ricordare lo sgombero di Rabaa e passare il tempo. Sin dagli assembramenti seguenti agli sgomberi di Rabaa el-Adaweya, i giovani sostenitori di Morsi hanno inaugurato il segno «4» con le dita delle mani (Rabaa, la piazza sgomberata, in arabo significa appunto quattro). In realtà, su Facebook è un brulicare di iniziative a favore della causa islamista. Gli attivisti hanno colorato di giallo i segni che rappresentano i momenti più tragici durante lo sgombero della piazza o semplicemente per passare il tempo durante il coprifuoco e sdrammatizzare. E così si vede per esempio un coniglio che rappresenta le ombre cinesi a cui sono stati costretti i pro-Morsi durante i ripetuti blackout notturni, preludio dello sgombero.

I rumori di ogni giorno e le discussioni nei bar
Nel cuore della notte si sentono talvolta spari o le urla di gioia di piccoli matrimoni senza sfarzo per il momento di tensione. Di mattina ritornano le grida consuete dei robivecchi e dei carretti che trasportano otri di alluminio pieni di fave. Così come i richiami alla preghiera e le fila alle porte dei gornai che vendono pane a prezzi calmierati. E poi i venditori di bombole di gas e i raccoglitori di immondizia passano come al solito, mentre riaprono le minuscole botteghe degli elettricisti, i falegnami e i carpentieri. Ma tutto per poche ore.

La notte è anche il tempo della disillusione. «L’Egitto non è fatto per essere governato dai Fratelli musulmani», ci assicura il più grande poeta egiziano Ahmed Foad Nigm nel Cafè Riche, ritrovo storico degli intellettuali egiziani. Ma Aymad ha un’altra idea: «Nessuno vuole più la democrazia in Egitto: abbiamo visto a cosa porta». Mentre lo scrittore Adam ci spiega che ormai il suo interesse è allontanarsi dallo scontro cairota e rifugiarsi tra i gitani che affollano le montagne di Aswan, l’avvocato e attivista Ahmed El-Sandabasi si chiede se sia giunto il momento di difendere i diritti anche dei Fratelli.

In attesa della fine dello stato di emergenza le notti seguenti al colpo di stato del 3 luglio scorso e al tragico sgombero di Rabaa el-Adaweya, passano tra riflessioni e passatempi. La riconquista dello spazio pubblico del popolo egiziano passa anche per la tranquillità di notti intere trascorse a parlare di politica con poche trasgressioni, soprattutto tra le mura sicure delle proprie case.

Twitter: @stradedellest

Per approfondire: 

Dall’indipendenza al golpe militare, storia dell’Egitto

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