I ribelli litigano, Assad riconquista città strategiche

Conflitto siriano

L’ultima conquista in ordine di tempo da parte delle truppe del regime siriano di Bashar al Assad e delle milizie sciite libanesi Hezbollah è il quartiere di Khalidiya di Homs, nel nord della Siria. Si tratta di un avvenimento importante nell’ambito della guerra che va avanti da più di due anni tra alti e bassi in Siria tra ribelli e truppe lealiste di Damasco. Importante non perché è stata annunciata in pompa magna dall’emittente di Stato al Ikhbariya, quanto perché potrebbe rappresentare una vittoria decisiva alla pari di quella di al Qusayr, che si trova proprio nella provincia di Homs a poche decine di chilometri dalla città.

Al Qusayr è stata chiamata la Stalingrado della Siria perché i ribelli hanno opposto una strenua resistenza alle truppe di Assad e alle milizie Hezbollah. E se in quel caso la città era strategica perché permetteva l’afflusso di armi e rifornimenti dal Libano ai ribelli – ora è direttamente collegata con i villaggi sciiti libanesi -,  la conquista di Khalidiya è altrettanto importante, perché il quartiere permetteva ai ribelli di non lasciare isolato il centro della città e le altre zone ancora in mano all’opposizione. Ora che gli uomini di Assad controllano Khalidiya possono facilmente circondare le ultime roccaforti del centro di Homs e prendere entro breve tempo tutta la città.

Ma cosa ha portato alla caduta prima di al Qusayr e ora di Khalidiya? Sia a giugno quando si parlava di al Qusayr che ora tutte le fonti interne ai ribelli siriani evidenziano le forti divisioni sorte tra le milizie combattenti, ormai sempre più autonome l’una dall’altra. Il sogno di riunire tutte le milizie ribelli sotto un unico comando dell’Esercito siriano libero è ormai tramontato. Ad al Qusayr i combattenti delle milizie salafite e jihadiste, come quella del Fronte di salvezza, volevano usare una tattica diversa rispetto alle formazioni laiche e dei Fratelli musulmani che fanno capo all’Esercito libero. Il risultato è stato non solo il ritiro dalla città quanto uno strascico di scontri a fuoco tra milizie contrapposte e di polemiche, anche tra gli uomini stessi di al Qaeda, sulle responsabilità della ritirata.

Più o meno quanto accaduto nei giorni scorsi con l’occupazione del quartiere di Khalidiya della città di Homs, da parte delle truppe di Assad, che ha fatto riesplodere le divisioni tra le diverse anime dei ribelli. In particolare diversi esponenti dell’opposizione hanno criticato i vertici dell’Esercito siriano libero e il capo della formazione militare, il generale Salam Idriss, per il mancato invio di armi ai miliziani sotto assedio a Homs e per non aver ordinato ai ribelli presenti nelle zone vicine di Talbisa e Rastan di intervenire in difesa del quartiere di Khalidiya. Alcuni ufficiali fuoriusciti del regime di Assad, intervistati dal quotidiano Asharq al Awsat, hanno accusato i vertici dell’Esercito libero della caduta di Khalidiya che è «stata causata dal mancato invio di armi alle brigate che combattono a Homs». A loro dire «molte armi vengono immagazzinate dai capi ribelli lungo la zona di frontiera tra Turchia e Siria e non vengono distribuite in modo equo». Gli ufficiali hanno inoltre rivelato che «dietro questa sconfitta ci sono anche le divisioni interne ai ribelli, perché le brigate di Talbisa e Rastan non hanno fornito aiuto quelle di Homs per divergenze tra i due gruppi».

Queste fonti denunciano la presenza di «numerosi furti di armi tra i ribelli che avvengono senza che i vertici militari facciano nulla». Una delle considerazioni più interessanti fatte dagli ex ufficiali di Assad passati con l’opposizione è che «la corruzione presente prima tra le fila dell’esercito di Damasco si è trasferita ora tra le fila dei rivoluzionari. La direzione dell’Esercito libero è finita nelle mani di alcune famiglie, ognuna delle quale ha il diritto di nominare un proprio membro come ufficiale senza avere alcuna esperienza né competenza». A provare questa tesi sarebbe il fatto che «nelle ultime battaglie perse abbiamo assistito sempre al ritiro dei ribelli che finivano per restare senza armi, cosa che ha provocato la morte di centinaia di membri dell’Esercito libero».

L’avanzata delle truppe di Assad su Khalidiya avviene infatti dopo circa due mesi dalla conquista di al Qusayr, che era rimasta nelle mani dei ribelli siriani per circa un anno. A questo va aggiunta la caduta della zona di Telkalakh che sarebbe stata consegnata dalla direzione dell’Esercito libero alle truppe lealiste senza alcuno scontro. Eppure i vertici dell’Esercito libero sembra non vogliano affrontare questo problema, al punto da negare di aver perso definitivamente Khalidiya e contrapponendo a queste notizie delle piccole vittoria di poco valore strategico come la conquista di una caserma ad Aleppo o un attentato contro le truppe di Assad a Damasco. Nulla invece i ribelli dicono sulla fase di stallo che si registra sul fronte nord orientale, dove il conflitto scoppiato tra le milizie curde, alleate dell’Esercito libero, e quelle del Fronte di Salvezza e dello Stato islamico di Iraq e Sham, sigle legate ad al Qaeda, hanno di fatto fermato da mesi i combattimenti contro le truppe di Assad, permettendo alle forze di Damasco di concentrarsi su Homs. Per il regime di Damasco non è ancora giunto il momento di conquistare la zona petrolifera di al Raqqa, caduta lo scorso marzo nelle mani dei gruppi jihadisti, e dove si ritiene sia stato rapito padre Paolo Dall’Oglio.

È in quella provincia che la popolazione curda si è ribellata all’imposizione della sharia con la forza degli uomini di al Qaeda, che chiedevano il giuramento di fedeltà ai propri emiri. Da circa tre settimane in quell’area le milizie curde combattono gli uomini di al Qaeda, cacciati da Tel Abiyadh lungo il confine turco, e provocando la morte di decine di uomini da entrambe le parti. A poco sono valsi gli appelli dell’Esercito libero a concentrare le proprie forze contro le truppe di Damasco, che osservano da lontano compiaciuti gli scontri intestini tra i gruppi ribelli.

Twitter: @Boccolini

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