Iran, giura Rohani, un moderato contro la crisi

Inizia l’era post Ahmadinejad

Si tiene oggi il giuramento del tecnocrate moderato Hassan Rohani come nuovo presidente iraniano. Delegazioni di undici paesi parteciperanno al suo insediamento nella sede del Majlis (Parlamento) a Teheran. Né le autorità di Israele né degli Stati Uniti sono state invitate: con i due paesi l’Iran non ha relazioni diplomatiche. Per la Gran Bretagna parteciperà l’ambasciatore a Teheran. Il ministro degli Esteri inglese William Hague aveva parlato di un «possibile miglioramento graduale delle relazioni bilaterali». Sarà presente in rappresentanza di Mosca il portavoce della Duma Sergei Naryshkin. Mentre a rappresentare l’Unione europea è stato invitato l’Alto rappresentante per la politica Estera e di Sicurezza Javier Solana.

Grande assente alla cerimonia di insediamento è l’ex presidente riformista Mohammed Khatami. Durante la cerimonia, Rohani potrebbe annunciare la composizione del nuovo governo, secondo molti, composto principalmente da tecnocrati e riformisti. Per questo, nei giorni scorsi, politici conservatori hanno emesso una nota che suona come un velato avvertimento per il tecnocrate. Il documento, pubblicato dal quotidiano conservatore Khayan, fa riferimento ad un possibile ritorno di personalità riformiste nel suo futuro governo. Si fanno i nomi dei riformisti Mohammad Ali Najafi all’Educazione e Mohammad Javad Zarif agli Esteri.

La presidenza di un moderato potrebbe riaprire i negoziati sul nucleare

Hassan Rohani è stato eletto a sorpresa al primo turno delle elezioni presidenziali del 14 giugno scorso. Un successo che ha incoraggiato il movimento riformista, ma non direttamente le richieste della presidenza di Mohammed Khatami (1997-2005). Rohani non è un nuovo Khatami ma un politico pragmatico e moderato, più vicino ai tecnocrati dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani che non ai movimenti alternativi.

Ha fatto già discutere la dichiarazione, rilasciata lo scorso venerdì da Rohani, in cui parla, in continuità con la retorica di regime, di Israele come di una «ferita» e di «un corpo estraneo da estirpare». Nel suo primo incontro con la stampa, dopo la sua elezione, Rohani era apparso più prudente, aveva parlato di Siria, nucleare e rapporti con gli Stati Uniti. «Stop all’ingerenza Usa negli affari interni dell’Iran», aveva chiesto Rohani, aggiungendo che i rapporti tra i due paesi sono «complicati da una vecchia ferita». In merito alla Siria, il neo-eletto presidente si era detto contrario a ogni intervento militare, aggiungendo che «la crisi sarà risolta dal voto dei siriani (previsto per il 2014, ndr)». Ed è passato al contenzioso sul programma nucleare. La speranza di Rohani è di raggiungere un accordo garantendo maggiore trasparenza, senza assicurare alcuna concessione sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio. Il moderato ha definito «inique e ingiustificate» le sanzioni imposte contro l’Iran in merito al programma nucleare.

In occasione del passaggio dei poteri da Ahmadinejad a Rohani, tenutosi sabato, la guida suprema Ali Khamenei, che nei giorni scorsi si era espresso per la repressione della comunità baha’i iraniana, ha assicurato che il Paese cresce nonostante le sanzioni internazionali. Dal canto suo, il neo presidente iraniano Hassan Rohani ha promesso «nuovi passi» per arrivare alla «revoca» delle sanzioni internazionali contro il nucleare. Ma i primi segnali non sono incoraggianti, sebbene oltre cento esponenti del Congresso degli Stati Uniti abbiano firmato una petizione in cui chiedono al presidente Barack Obama di impegnarsi di nuovo con l’Iran in merito al suo programma nucleare. In particolare nel documento si legge che Obama dovrebbe «cogliere l’occasione per perseguire nuovi negoziati bilaterali e multi-laterali una volta che Rohani arriva al potere». La lettera esprime il sostegno per usare tutti i mezzi diplomatici al fine di far ripartire i colloqui sul nucleare.

Nonostante ciò, la Camera dei Rappresentanti a Washington ha approvato nuove sanzioni contro l’Iran, prima della pausa estiva, che prevedono limiti ancor più stringenti all’industria petrolifera iraniana, già oggetto di pesanti sanzioni, così come per altri settori come quelli minerario e automobilistico. Questo «complica ancor di più» la ricerca di una soluzione diplomatica al dossier nucleare, ha subito tuonato il ministero degli Esteri iraniano

Ma il tema di primaria importanza per Rohani resta la crisi economica. La scorsa settimana in un intervento in Parlamento Rohani ha riferito sullo stato dell’economia. «Per la prima volta dopo la guerra Iran-Iraq abbiamo trascorso due anni consecutivi di crescita economica negativa», ha avvertito Rohani, che ha fatto della lotta contro la crisi il primo punto della sua campagna elettorale. Non solo, il futuro presidente ha stigmatizzato l’impressionante crescita del tasso di inflazione, che tocca il 42%, valore superiore di 10 punti alle stime fornite dall’amministrazione Ahmadinejad.

Ma censure e arresti continuano

L’altro tema all’ordine del giorno è il rilascio dei leader riformisti Mir Hussein Moussavi e Mehdi Karroubi. I sostenitori di Rohani continuano a fare pressioni sul neo-eletto presidente perché presenti in Parlamento, come primo atto del suo mandato, la richiesta di rilascio dei due politici agli arresti dal febbraio 2011, quando sono scoppiate le proteste in Medio Oriente e i manifestanti sono scesi in piazza Azadi a Teheran.
Anche l’ex presidente Mohammed Khatami ha chiesto ad Ahmadinejad di rilasciare tutti i prigionieri politici come ultimo atto del suo mandato per dare un segno positivo all’opinione pubblica iraniana, critica nei confronti dell’esponente radicale. Secondo i conservatori in particolare, Mehdi Karroubi potrebbe essere rilasciato se sottoscrivesse una lettera di richiesta di scuse e pentimento per le sue iniziative anti-regime. La moglie del politico ha però risposto negativamente alla richiesta ricordando che si tratta di un arresto illegale. Dal canto suo, anche il deputato conservatore Ali Motahari, che ha denunciato di essere spiato da agenti non identificati, si è espresso in favore del rilascio dei due riformisti.

Ma il controllo di regime non si placa, nonostante il neo-eletto presidente avesse parlato di un possibile rilassamento dei controlli. Il ministro dell’Informazione Hassan Nami ha annunciato l’inaugurazione del servizio di email nazionale. Nami ha parlato di una migliore comunicazione tra governo e cittadini: ogni cittadino iraniano avrà d’ora in poi il suo indirizzo email, assegnato dallo Stato. L’iniziativa ha provocato una levata di scudi di molti attivisti che hanno denunciato l’ennesimo tentativo di interferire nella sfera privata dei cittadini.
Infine, la giornalista riformista in prigione Fariba Pajouh è tenuta in isolamento senza accuse ufficiali, dopo due settimane dal suo arresto, lo scorso 10 luglio. Dopo l’avvio della sua detenzione, quattro ufficiali hanno perquisito la sua casa, confiscato computer e telefono satellitare, e hanno trasferito la reporter nella prigione di Evin. Pajouh lavorava per il quotidiano riformista vicino a Karroubi Etemad-e Melli.

La controversa era Ahmadinejad finisce qui. Il populismo lascia spazio a tecnocrati vicini ai riformisti, che questo possa segnare una nuova apertura dei costumi e diritti per i giovani iraniani è tutto da vedere. Ma il primo passo sarà un tentativo di distensione sulla questione nucleare che sta ad Europa e Stati Uniti cogliere.
 

Twitter: @stradedellest

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