La diga etiope, prossimo scoglio dell’Egitto in panne

Il mega progetto

Scontri di piazza e instabilità politica sono soltanto alcuni dei problemi dell’Egitto di oggi. Il governo ad interim succeduto a quello dell’ex presidente Mohamed Morsi oltre a traghettare il Paese fuori da una difficile recessione economica dovrà trovare una soluzione alla grande diga che l’Etiopia sta costruendo vicino al confine con il Sudan e che minaccia di bloccare il flusso del Nilo, una risorsa essenziale per la sopravvivenza del Paese. 

La Grand renaissance dam (Grd), questo il nome del mega progetto voluto dal governo etiope, ha un costo stimato di 4,7 miliardi di dollari e la sua realizzazione è stata assegnata da Addis Abeba all’italiana Salini Costruttori. L’intervento sarà finanziato direttamente dal governo etiope attraverso l’emissione di obbligazioni da collocare sul mercato interno e con un contributo di 1,8 miliardi di dollari da parte del governo cinese. Secondo diverse stime, a pieno regime, la Grd avrà una capacità produttiva di energia elettrica pari a 5000 Mw/anno e secondo i piani dell’Etiopia agirà da catalizzatore sull’economia di un Paese dove il 30 per cento delle persone vive sotto la soglia di povertà, l’80 per cento non ha accesso diretto all’elettricità e il pil pro capite annuo è di 1.200 dollari, tra i più bassi del mondo.

Una volta completata la Grd dovrebbe garantire una crescita annuale del Pil tra il 3 e il 5 per cento per almeno dieci anni. La paura del Cairo è che la diga rallenti la portata del Nilo verso l’Egitto e danneggi un settore agricolo che dà lavoro a quasi un terzo della popolazione egiziana. Così quando qualche settimana fa il vicepremier etiope ha tagliato il nastro per celebrare l’avvio dei lavori, l’Egitto è andato su tutte le furie. Morsi, ancora presidente, ha convocato una seduta di emergenza per discutere possibili risposte e ritorsioni «alla provocazione etiope».  Alcuni dei politici e dei generali presenti alla seduta hanno suggerito di bombardare la diga, altri di attaccarla per prevenire il suo completamento e lo stesso Morsi ha dichiarato che «nessuna opzione è fuori discussione»  e che «ogni goccia del Nilo sarà difesa con il sangue». Frasi dure che non lasciano prevedere nulla di buono.

Oggi lo sfruttamento delle acque del Nilo è regolato da un accordo firmato nel ’29 sotto l’egida di Londra quando il Regno Unito era ancora la potenza coloniale della regione. Secondo il trattato, rimasto da allora immutato, Egitto e Sudan hanno diritto di controllo sul 90 per cento delle risorse del Nilo e il potere di veto su qualsiasi nuovo intervento volto a modificare il percorso e la portata del fiume più lungo d’Africa. Il problema è che nessuna delle principali sorgenti del Nilo si trova nei Paesi privilegiati dagli accordi del ’29. E sono anni che gli altri Paesi della regione – sopratutto Etiopia e Uganda dove sono collocate le due principali sorgenti – reclamano un cambiamento degli accordi e una ripartizione più equa di una risorsa preziosa che i locali chiamano «oro blu».
  
Ma la disputa sulle acque del Nilo non è però necessariamente un gioco a somma zero. Al di là di nazionalismo e orgoglio,  Egitto ed Etiopia saranno costretti a trovare un compromesso e a valutare i possibili benefici di lungo periodo che la diga potrebbe portare ai due Paesi. Come? Secondo Bloomberg, mostrando prima di tutto di voler ratificare quanto le autorità di Addis Abeba hanno già più volte ribadito: che la diga non sarà usata per alimentare un nuovo sistema di irrigazione, ma soltanto per la produzione di energia elettrica. In cambio di questa garanzia il governo egiziano dovrebbe ammettere che la
Grd non è necessariamente una condanna per il settore agricolo del Paese e al contrario che la sua costruzione può essere l’occasione per riconvertire le colture del Paese concentrandosi su raccolti a maggior valore aggiunto e minor utilizzo d’acqua: per esempio frutta invece di grano.

I possibili punti di incontro tra i due Paesi non finiscono qui. Per essere in funzione, a pieno regime, la diga deve bloccare 74 miliardi di metri cubi d’acqua dietro le sue mura. L’Etiopia ha dichiarato che vuole raggiungere questo obiettivo entro il 2017; potrebbe invece ritardare la tabella di marcia di qualche anno in modo da dimostrare la propria buona volontà e dare più tempo all’Egitto di adattarsi al ridotto flusso del Nilo. E ancora, Addis Abeba sembra disposta a offrire all’Egitto, Paese che importa il 90 percento circa dell’energia che consuma, la possibilità di comprare parte della produzione della diga a un prezzo di vantaggio. L’Egitto dovrebbe inoltre considerare che se la diga porterà davvero a un rilancio dell’economia etiope, il Paese diventerebbe un importante mercato di sbocco per la sua industria in affanno.  

Punti in comune per un compromesso dunque esistono. I toni di guerra di queste ultime settimane possono far paura, ma non sono garanzia di un disastro imminente. Nonostante il nuovo governo ad interim egiziano sia debole, la piazza rabbiosa e la crisi economica impellente, una soluzione pacifica nell’interesse di tutti è alla portata di mano.

Twitter: @albertomucci1

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