La moda italiana sta bene, ma i padroni sono stranieri

Proprietà e produzione made in Italy

«Milano è la capitale mondiale della moda».
«Milano fa schifo».
«L’imperativo è fare sistema».
«Le migliori firme del made in Italy stanno fuggendo dall’Italia».
«L’obiettivo è salvare il made in Italy e le piccole e medie imprese che rappresentano il cuore di questa industria, fiore all’occhiello dell’economia nazionale».

Se si dovesse stilare un breve elenco delle frasi più comuni – cioè dette più volte e più volte riportate sui giornali – relative al ruolo di Milano, e più in generale dell’Italia, nel settore moda-abbigliamento, la lista non potrebbe prescindere dalle espressioni citate poche righe fa. Frasi dette e ridette che inquadrano alla perfezione un sistema nel quale convergono interessi diversi e forze diverse, un sistema che impatta sull’economia nazionale con un fatturato che supera i 50 miliardi di euro (dato 2012, fonte: Sistema Moda Italia). E combatte a denti stretti contro una flessione dei consumi interni, che lo scorso anno ha sfiorato il 10%, puntando tutto sui mercati esteri.

Cosa sta succedendo nella moda italiana? I fatti di cronaca – più o meno finanziaria – che hanno occupato le pagine dei giornali negli ultimi 20 giorni hanno riportato all’attenzione due questioni sulle quali il sistema moda-abbigliamento sembra essersi arenato: i gruppi stranieri ci rubano le aziende; Milano ha perso lo scettro di capitale della moda.

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Partiamo dall’inizio: l’8 luglio 2013 Lvmh, conglomerato del lusso che fa capo a monsieur Bernard Arnault e fattura 28,1 miliardi di euro l’anno, ha acquistato l’80% di Loro Piana, azienda biellese leader nella produzione di tessuti e capi in cachemire. Il tutto, l’avrete già letto in ogni dove, per 2 miliardi di euro. Scandalo: la cessione da parte di Sergio e Pierluigi Loro Piana della quota di maggioranza della propria azienda al colosso francese ha lasciato agli italiani l’amaro in bocca. Le considerazioni sono (quasi) sempre le stesse: un altro caposaldo del manifatturiero italiano che sceglie l’estero – in una trasposizione industriale della tanto lamentata “fuga dei cervelli” che da decenni affligge il Belpaese – un altro marchio che ci viene “rubato” dai francesi.

Ecco un primo tema da sviscerare: la moda italiana che fugge. Ad oggi, in effetti, sono molte le storiche etichette made in Italy che fanno parte dei grandi gruppi stranieri: del portfolio Lvmh fanno parte Fendi, Emilio Pucci, Acqua di Parma, Bulgari (acquistato nel 2011 con uno scambio azionario che ha reso i Bulgari proprietari del 3,5% di Lvmh); il gruppo Kering (ex PPR, fa capo a François-Henri Pinault), invece, possiede Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi.
A queste realtà vanno aggiunte Valentino, che nel 2012 è stato acquistato dalla famiglia reale del Qatar attraverso il fondo privato Mayoola for Investments, e Gianfranco Ferré, oggi di proprietà del Paris Group di Dubai e, nonostante questo, ancora in una fase di incertezza almeno quando si parla di rilancio effettivo.

Posto che il 60% della moda di alta-gamma a marchio francese viene prodotta in Italia – lo scorso anno Louis Vuitton ha inaugurato uno stabilimento per la produzione di scarpe di lusso a Fiesso d’Artico, in Veneto – i catastrofisti che pronosticano uno spostamento sempre maggiore dell’asse made in Italy verso l’estero sembrano dimenticare tutta la moda che, invece, rimane italiana: se Prada, quotata ad Hong Kong, non è forse il miglior esempio da fare, di questa categoria fanno parte a tutti gli effetti il gruppo Armani – che non solo gode di un’ottima liquidità, ma che per ora, in barba ai rumor, con i suoi 7,4 miliardi di ricavi nel 2012 rimane saldamente nelle mani dello stilista; Versace, che è passato da un fatturato di 268 milioni di euro con un Ebitda negativo per 2,4 milioni di Euro nel 2009 a 408,7 milioni di euro di ricavi nel 2012. Salvatore Ferragamo e Brunello Cucinelli, due realtà diverse accomunate dalla scelta di quotarsi a Milano con risultati più che positivi.
Da ultimi – non certo per importanza – il Gruppo Tod’s (di cui fanno parte Hogan, Tod’s, Fay, Schiaparelli, Roger Vivier) e Only the Brave (Diesel, Marni, Maison Martin Margiela, Viktor&Rolf), anch’esse realtà differenti che, tuttavia, rappresentano agglomerati italiani della moda italiana in continua espansione. Che la moda italiana abbia preso la via dell’emigrazione, insomma, è vero ma non del tutto.

L’altra notizia che sta popolando le pagine dei giornali (anche le prime pagine, a dire la verità) è la querelle che ha come protagonisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana e il Comune di Milano, nella persona di Franco D’Alfonso, assessore al Commercio, e, di riflesso, del sindaco Giuliano Pisapia. I passaggi fondamentali della vicenda sono due: l’assessore D’Alfonso che dice «Non daremo spazi agli evasori celebri» e Dolce e Gabbana che – condannati a un anno e 8 mesi ciascuno dal tribunale di Milano al termine del processo di primo grado per l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi – hanno «chiuso per indignazione» per tre giorni tutte le vetrine milanesi a insegna Dolce&Gabbana oltre al bar, all’edicola e al ristorante di loro proprietà. Il tutto al grido (via twitter) di «Milano fa schifo».

Senza entrare nel merito della vicenda, sempre che di merito ne abbia qualcuno, la questione da affrontare è la seguente: Milano, da ex regina delle passerelle pret-à-porter, oggi soffre. Soffre per la competizione internazionale che ha visto a Parigi affiancarsi New York e a New York. Londra. E che, negli ultimi anni, ha portato moltissime griffe italiane a sfilare a Shanghai e Beijing: se Maometto non va alla montagna, sembrerebbe essere il messaggio, la montagna (le aziende) può andare tranquillamente da Maometto (i nuovi facoltosi compratori). Milano fa schifo? Milano è periferica? Milano perde nomi in calendario?

Nelle ultime stagioni, in sinergia con il Comune, le istituzioni della moda hanno cercato di applicare la famosa logica del “fare sistema”. L’ultimo capitolo della vicenda – che, tuttavia, non vede al lavoro un’unica istituzione, ma mette insieme Camera Nazionale della Moda Italiana (sfilate di Milano) , Pitti Immagine (Firenze), AltaRoma (Roma), Micam (scarpe), Mipel (prodotti di pelletteria), Altagamma (beni di lusso in generale) – è stata la riorganizzazione interna della Cnmi con un board di presidenza nuovo di zecca che vede in prima linea alcuni tra i top player del settore: Patrizio Bertelli (Prada),Diego Della Valle (Tod’s), Angela Missoni (Missoni), Ermenegildo Zegna (Zegna), Giovanna Gentile Ferragamo (Salvatore Ferragamo) e Stefano Sassi (Valentino).

Le nomine hanno rincuorato gli addetti ai lavori, ma hanno inevitabilmente portato con sé polemiche di vario genere. La prima e più importante è quella che riguarda l’assenza di Giorgio Armani e dei Dolce&Gabbana: né lo stilista piacentino né il duo siculo-milanese hanno aderito alla Cnmi e per diverse ragioni. «Se parliamo di Milano come importante hub della moda internazionale, occorre necessariamente che i nomi più importanti del settore mantengano o recuperino, come unica occasione di presentazione delle loro linee, la Milano Fashion Week» ha detto Giorgio Armani in risposta a Patrizio Bertelli, che lo aveva invitato ad aderire alla Camera pena l’esclusione dal calendario ufficiale della settimana della moda milanese. Vecchi dibattiti, qualche ripicca, e problemi di competitività che rimangono da risolvere: la moda italiana è, in fondo, anche questo.

Twitter: @MartaCasadei

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