L’imprevedibile elogio della Celi alla Santanché

Una provocazione per la sinistra

«Onorevole Santanché, io e lei non abbiamo nulla in comune e idee molto diverse: ma devo dire che la ammiro, perché ammiro le donne intelligenti e di carattere». Quando ieri durante la puntata di In onda una satirica antiberlusconiana di lungo corso, e un volto di Raitre come Lia Celi ha pronunciato queste stupefacenti parole di elogio, più di uno, tra i suoi fan che la seguivano da casa, su Twitter e su Facebook, ha fatto un salto sulla sedia. Persino il marito della Celi Roberto Grassilli – satirico anche lui – ha chiamato interdetto: «Ma cosa ti è venuto in mente?». Qualcuno si è anche disperato, qualcun altro ha chiesto: «Perché?».

Dopo tanti sarcasmo, infatti, era giunto a sorpresa un momento-verità. Nella sua tesi paradossale la Celi, icona della sinistra pop, e conduttrice di una apprezzatissima striscia quotidiana sulla mitica Telekabul, l’ha argomentata così: «Lei è una donna che si batte fino all’ultimo sangue per le idee che difende. Non potrebbe passare dalla mia parte, e provare a difendere con la stessa passione le idee del Pd… Che ne dice?».

Tutti sanno quale groviglio di sentimenti contrapposti susciti la Santanché tra i suoi spettatori. Quanti odi accenda tra quelli di sinistra, e anche tra le fila di molti dirigenti del Pdl che cadono spesso vittime dei suoi strali. E infatti la Celi argomentava: «Ho ammirato il modo in cui su Twitter, in una sola settimana, lei ha mandato a quel Paese sia Cicchitto che Gasparri: sa dirmi perché non lo fa mai anche qualcuno del mio partito?». La Santanché aveva appena precisato che i due dirigenti pidiellini gli sembravano “maschietti” (ma in una intervista a Il Fatto Beatrice Borromeo aveva trascritto “macchiette”) e tuonato con piglio irrevocabile: «Nel Pdl non ci sono più falchi e colombe: siamo tutti Silvio Berlusconi. Cinque Silvio Berlusconi nel governo, trecento Berlusconi in Parlamento. Tutti pronti a dimettersi. Anzi, se vuole saperlo – concludeva la Santanché – i ministri a quest’ora dovrebbero essersi già dimessi».

La regina della satira via Twitter, quindi, non condivideva certo la linea di Daniela Santanchè, ma di sicuro il suo piglio, il suo tono, la sua capacità anche propagandistica (soprattutto mediatica) di occupare la scena e di imporre un punto di vista nella battaglia interna ed esterna. Fino a una settimana fa la Santanché sosteneva una linea, a tratti minoritaria, adesso la linea la dà, probabilmente anticipando le prossime mosse del Cavaliere, spiegando addirittura «che nemmeno l’interdizione dai pubblici uffici gli può impedire di candidarsi».

Forse, e dico forse, anche da questo inimmaginabile endorsement si può trarre una lezione. La Celi, penna affilatissima dello storico Cuore di Michele Serra, non ha solo compiuto un gesto di rischiosa galanteria politica, un cavalleresco omaggio tra avversari, ma ha dato voce a uno stato d’animo inconfessabile a sinistra. L’idea che “i nostri” sono spesso confusi e incerti, mentre quando scendono in campo le amazzoni del Cavaliere, si battono sempre fino all’ultimo respiro. Quando giocano i campioni della sinistra democratica, c’è sempre qualcuno che tira indietro la gamba, quando lottano le erinni azzurre non c’è tregua per nessuno.

Le donne di Berlusconi combattono sempre parola per parola, ripetono tutte le stesse iperboli, da mesi – ormai – si muovono come una compatta falange. A In onda le abbiamo viste sfilare, di giorno in giorno, una per una, con tutte le loro variazioni di tono e di accento: c’è la grinta ossessiva della caterpillar Michela Biancofiore (che ha fatto arrabbiare Pippo Civati: «Bastaa! È tutta la sera che dici stupidaggini!»), c’è il pugno di ferro in guanto di velluto di Mara Carfagna, c’è la tigna di Laura Ravetto, c’è il tono pedante di Maria Stella Gelmini. E poi, ovviamente, c’è lei, la grande pitonessa. Che ieri era coadiuvata persino dal cagnolino di casa – Mia – una cockerina intenta ad abbaiare nei passaggi salienti di sostegno al Cavaliere: «È un cane Berlusconiano», ha commentato la Santanché visibilmente soddisfatta.

Per fortuna, per una volta, alla Pitonessa avevamo opposto la lettiana Paola de Micheli, piacentina, «ragazza tosta di campagna» (è un’autodefinizione), una che non molla un centimetro. Altrimenti, più di una volta, avremmo rischiato di sconfinare nel monologo. Anche perché, se non sai fermarle, le Erinni del Cavaliere ripetono a disco rotto i loro grandi Classici: 1) Non si può processare un uomo che ha preso dieci milioni di voti, 2) Berlusconi è innocente, 3) Che cosa sono mai centoventi milioni di euro di evasione per il primo contribuente italiano, con nove miliardi di euro, 4) Se non si cancella l’Imu il governo cade subito, 5) Contro il Cavaliere è in atto una guerra giudiziaria che dura da venti anni, 6) La magistratura è in mano a una corrente comunista e così via… Giustamente la De Micheli ad un tratto ha sbottato: «Senta Daniela, cominciamo con il chiarire che, di milioni di voti, Berlusconi non ne ha presi né nove e né dieci, ma solo sei!». L’elogio paradossale della Celi, quindi va preso come una provocazione, o come un campanello di allarme. Urge trovare Erinni di sinistra, maschietti agguerriti. O perlomeno ragazze di campagna per contrastare il grande coro azzurro.  

Twitter: @lucatelese

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