Ma i cantautori hanno ancora qualcosa da dire?

Vecchioni, De Gregori & C

«Vivo il tempo mio, ma sono un ascoltatore del passato». Niccolò Agliardi, classe 1974, cantautore, è in macchina con un ragazzino diciassettenne proprio nell’istante in cui, al telefono, gli chiediamo di ragionare di vecchie canzoni.

«È partita in questo momento L’amore qualunque di De Gregori», esclama divertito dalla coincidenza, «sono certo che B. – il ragazzino, ndr – non sappia di preciso chi è De Gregori, ma la canzone gli piacerà». E perché gli piacerà? «Perché è più psichedelica di una pastiglia». 

Parlano ancora i vecchi cantautori a chi è giovane oggi? Riuscirebbe Venditti a farsi ascoltare da un ragazzo che vive «la stagione dei suoi guai» nel 2013? Agliardi racconta di trovarsi in Puglia, sul set di una Fiction Rai per cui sta scrivendo le musiche. È circondato – dice – «da una marea di ragazzini», anche se non può rivelare niente di più del progetto. E uno di loro, appunto, sta viaggiando con lui.

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Ponte tra generazioni, Agliardi ha iniziato a scrivere testi di canzoni ascoltando i grandi nomi della musica italiana: De Gregori, Vecchioni, Fossati. Si è laureato in Lettere con una tesi sui luoghi reali e immaginari delle canzoni di De Gregori, è stato assistente dei tour di De André e Vecchioni. Nel 2005 è uscito il suo primo album, 1009 giorni e negli anni successivi ha accostato alle sue canzoni la scrittura di testi per altri nomi altisonanti della musica italiana: Eros Ramazzotti, Mietta, Laura Pausini e di recente Emma. Canzoni con una linea melodica forte e un’attenzione costante alle parole.

«Ognuno ha la sua verità, anche i rapper colgono la loro. Ed è soprattutto a loro che sono affezionati i ragazzi che oggi hanno meno di vent’anni. Fabri Fibra, Marracash, Killa. Spopolano». Nelle loro canzoni domina – racconta il cantautore che li ha conosciuti facendo il giudice a Spit, trasmissione di battaglie freestyle su Mtv Italia – «un’ansia fisica e ideologica che è la cifra dominante del tempo presente». Il tempo in cui «il futuro è un mistero». 

«Il rap non giudica, fotografa», ha detto in una recente intervista Fabri Fibra. «Oggi preferisco parlare di me, in fondo è la cosa più originale che si possa fare», ha dichiarato invece Moreno, il vincitore di Amici, in testa alle classifiche con l’album Stecca

Tra un testo come questo e uno di Vecchioni, ci passa un mondo. Una distanza che Agliardi spiega così. «Oggi è difficile avere grandi ideali perché è difficile avere nemici. C’è solo una grande incertezza. I vecchi cantautori avevano le Brigate Rosse, gli anni di piombo. C’era un nemico pubblico. Oggi c’è solo vuoto».

«Alla mia generazione faceva meno paura il futuro perché avevamo delle basi su cui costruire. Oggi non è così. Il terreno sotto i piedi è sconnesso, e si fa fatica a costruire». E forse non è un caso che alle melodie distese di ieri si siano preferiscano i ritmi sincopati del rap.

Agliardi resta convinto che al diciassettenne B. i vecchi autori piacerebbero. E se dovesse proporgli una manciata di canzoni per il viaggio in auto, non ha dubbi su quel che sceglierebbe. Una manciata di brani capaci di superare la distanza generazionale con «la concretezza delle emozioni» (C’è tempo, Ivano Fossati), «la capacità di sperare» (L’isola che non c’è, Edoardo Bennato) e «la visionarietà» (Prospettiva Nevsky, Franco Battiato). 
Ma chiuderebbe con un testo che parla di loro, ragazzini che «non devono essere inquinati dal presunto sapere delle generazioni precedenti».

Eccola qui questa manciata di vecchie canzoni, dedicate a B., 17 anni, appassionato di musica rap.

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