Perché siamo ancora ostaggio delle banche?

Scelto per voi dal New York Times

A circa cinque anni dalla bancarotta di Lehman Brothers, che ha avviato la crisi finanziaria globale, non siamo affatto più sicuri. Istituti di credito grandi, opachi e complessi continuano a prendersi enormi rischi che danneggiano l’economia. Da Washington a Berlino, i lobbisti del setore hanno bloccato in ogni momento essenziali riforme. I loro sforzi per confondere le idee e la loro compravendita di influenze non sono certo una novità. È però vergognoso quanto facilmente i nostri leader politici sono capitolati e quanto velocemente le lezioni della crisi siano state già dimenticate. 

Non avremo mai un sistema finanziario globale sicuro fino a quando le banche saranno forzate a basarsi maggiormente sui soldi dei loro proprietari e azionisti per finanziare i loro prestiti e investimenti. Dimenticate le tecnicalità, e concentratevi su questa semplice regola. Forse ricordandosi dell’imminente quinto anniversario della crisi finanziaria, i regolatori hanno recentemente adottato alcuni provvedimenti che vanno in questa direzione. A giugno, un comitato globale di regolatori, di stanza a Basilea, in Svizzera, ha proposto alcuni cambiamenti sul metodo con cui le banche valutano la loro leva finanziaria, una misura di quanto denaro preso a prestito possono impiegare per gestire la loro attività. 

Il mese scorso, le autorità federali hanno proposto di andare oltre le regole minime che gradualmente saranno introdotte da Basilea III. Recentemente il presidente Obama ha rimproverato i regolatori di andare troppo a rilento nell’implementazione del Dodd-Frank act, l’enorme mole di norme che nel 2010 avrebbe dovuto prevenire un’altra crisi finanziaria ma nei fatti ha rimandato molte delle decisioni più difficili. 

Non lasciatevi confondere da questo straordinario attivismo. La regolamentazione in corso di discussione lascia poco spazio alle celebrazioni

Da Wall Street alla City di Londra arriva il medesimo lamento: chiedere alle banche di basarsi meno sui prestiti comprometterà la loro capacità di concedere prestiti a famiglie e imprese. I banchieri sostengono falsamente che il capitale (denaro non impiegato) è denaro improduttivo chiuso in cassaforte. In realtà vogliono piazzare nuove scommesse al tavolo da poker mettendo i contribuenti a rischio. 

Quando depositiamo dei soldi in banca, stiamo facendo un prestito. JP Morgan Chase, la banca più grande d’America, al 30 giugno scorso aveva un attivo pari a 2.400 miliardi di dollari e debiti per 2.200 miliardi: 1.200 miliardi in depositi e 1.000 miliardi in debiti di altra tipologia (riferibili a fondi di mercato monetario, obbligazionisti, altre banche, et similia). Per quanto abbia superato la crisi, nessun istituto che è così indebitato può essere considerato davvero sicuro. 

Le prime sei banche americane – le altre sono Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley — hanno asset complessivi per 8.700 miliardi di dollari. Soltanto una minima parte è impiegata per fare prestiti. JP Morgan Chase ha utilizzato alcuni depositi in eccesso per fare trading su derivati complessi a Londra, perdendo oltre 6 miliardi di dollari l’anno scorso in malo modo, come è noto

Il rischio, preso con responsabilità, è essenziale per l’innovazione e la crescita. Escludendo il settore bancario, raramente le aziende in salute presentano percentuali di indebitamento superiori al 70% dell’attivo. Molte aziende floride chiedono poco denaro a prestito. Al contrario, gli istituti di credito solitamente hanno debiti pari a oltre il 90% degli asset. I debiti di JP Morgan Chase, 2.200 milairdi di dollari, sono il 91% dei 2.400 miliardi di attivo (secondo le regole contabili europee la percentuale salirebbe al 94%). 

Basilea III consentirà alle banche di prestare fino al 97% dell’attivo. La regolamentazione proposta negli Usa, che Wall Street sta combattendo, consentirà ancora alle grandi banche, che hanno la forma giuridica di holding, di prestare fino al 95% (sebbene le modalità di misurazione degli attivi siano spesso materia di dibattito). 

Se il patrimonio netto è pari soltanto al 5% dell’attivo, anche una piccola perdita del 2% dell’attivo potrebbe, alla fine, comportare una fuga dei depositi. I creditori potrebbero rifiutarsi di rinnovare i nuovi prestiti, costringendo l’istituto a smettere di prestare oppure a vendere i suoi asset in fretta. Se troppe banche si trovassero insieme in condizioni di stress finanziario, ne risulterebbe una crisi sistemica. 

Le banche prudenti non dovrebbero prestarsi denaro a vicenda, a meno che qualcun altro non ne sopporti il rischio. Ma i depositanti assicurati e i creditori che si aspettano di essere ripagati dalle autorità, se non dalle banche, sarebbero d’accordo nel concedere prestiti a condizioni interessanti, lasciandole godere i benefici di un aumento del rischio mentre gli altri – voi, i contribuenti – condividerete soltanto i rischi qualora le cose si mettano male. 

Le garanzie implicite derivanti dal supporto pubblico hanno perversamente incoraggiato le banche a prestare, prendendo rischi crescenti e diventando “troppo grandi per fallire”. I recenti scandali – i 6 miliardi persi da JP Morgan e quello del riciclaggio di Hsbc, per chiudere il quale l’istituto ha raggiunto un accordo extragiudiziale da 1,9 miliardi – e l’inopportuna vendita di polizze associate alle carte di credito che ha comportato il raggiungimento di un altro accordo extragiudiziale da 2 miliardi di dollari da parte delle grandi banche, suggeriscono che i maggiori istituti sono troppo grandi per essere amministrati, normati e controllati. 

Niente suggerisce che le banche non avrebbero operato come in passato se avessero finanziato, ad esempio, il 30% del proprio attivo con il patrimonio netto, un livello considerato perfettamente normale, se non addirittura basso, per le aziende in salute. Ancora oggi questa semplice idea è considerata radicale, addirittura eretica, nella bolla a tenuta stagna delle banche. 

I banchieri e i regolatori vogliono convincerci che l’elevato livello di denaro preso da loro a prestito è accettabile perché esse sono in grado di misurarne il rischio e i regolatori sanno come misurarlo. I fallimenti di entrambi si sono manifestati nel 2008, ciò nonostante i regolatori continuano a ignorare la lezione. 

Se le banche fossero in grado di assorbire ben più delle loro perdite, i regolatori dovrebbero preoccuparsi di meno di come misurare il rischio, perché gli istituti avrebbero migliro incentivi a gestire i loro rischi e prendere decisioni d’investimento opportune. Per questo innalzare i requisiti regolatori del patrimonio netto sostanzialmente è il migliore primo passo possibile per rendere le banche più sane e sicure. 

La transizione verso un migliore sistema finanziario potrebbe essere gestita rapidamente. Di solito, le azinede si basano sui propri utili per crescere e investire, senza bisogno di indebitarsi. Gli istituti di credito dovrebbero comportarsi alla stessa maniera. 

Gli istituti di credito potrebbero inoltre vendere più azioni per rafforzarsi. Se una banca non riesce a presuadere gli investitori a comprare le sue azioni a qualsiasi prezzo esse siano, perché i suoi attivi sono troppo opachi, instabili o sopravvalutati, fallisce un elementare “stress test”, lasciando intendere che sarebbe troppo debole senza aiuti statali. […]

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(Traduzione a cura di Antonio Vanuzzo)

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*Anat R. Admati, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, autrice con Martin Hellwig, di “The Bankers’ New Clothes: What’s Wrong With Banking and What to Do About It.”