Silvio non ci ha insegnato a fare a meno dello Stato

Vent’anni di Berlusconi

Le partecipazioni statali hanno forgiato il capitalismo italiano, ne hanno fatto una pianta di serra. Sono stati in pochi, pochissimi, a pensare di sopravvivere senza bisogno di volgere a proprio vantaggio lo strapotere dell’attore pubblico. Del resto, quando si cresce all’ombra di un moloch che ti sovrasta, l’unica speranza che si riesce a conservare è quella di ammansirlo e volerlo a proprio vantaggio. Anziché dire a muso duro «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» al decisore politico, la classe imprenditoriale italiana, per la più parte, s’è acconciata a blandirlo, a corteggiarlo. Lo statalismo non ara solo il terreno alla corruzione: rende normale la collusione. Invertendo i fattori della celebre citazione di Gerald Ford, gli imprenditori italiani hanno pensato che un governo grande abbastanza da toglierti qualsiasi cosa tu abbia, doveva essere anche grande abbastanza da darti qualsiasi cosa tu volessi.

È bene non sottovalutare l’effetto che settant’anni di partecipazioni statali hanno avuto sul carattere degli italiani. Sturzo profetizzava che
Il fascismo abolì la partecipazione popolare all’amministrazione e al potere della cosa pubblica rendendo il cittadino estraneo agli interessi comuni; gli statalisti economici di oggi paralizzano lo spirito di iniziativa, il desiderio di iniziativa economica, il senso del rischio, lo spirito di guadagno, per fare del cittadino un funzionario di piccoli e grandi enti, con la sola ambizione della promozione, del trasferimento, della gratifica.

MARCO ALFIERI: Vent’anni di niente, passati a parlare di Silvio B.

Un monarca sogna un popolo di soldati, una burocrazia un popolo di funzionari. Gli stessi imprenditori italiani si sono, in una certa misura, «funzionarizzati». Hanno imparato a navigare nei corridoi del potere, piuttosto che nel mercato aperto. Hanno cercato di conquistare favori, piuttosto che consumatori. Come ricorda Francesco Giavazzi, siamo arrivati a stimolare nel modo più sbagliato anche la ricerca industriale, col «regalare soldi a un imprenditore solo perché questi è riuscito a inserire il nome della sua azienda in qualche elenco ministeriale».

È naturalmente opportuno non generalizzare. «Gli imprenditori italiani» naturalmente non esistono: ciascuno di essi ha la sua storia. In quelle storie, però, troppo spesso si riaffaccia la stessa trama: la frequentazione del potere come viatico verso il successo.

RICCARDO CHIABERGE: Berlusconi ha negato al Paese la vera destra liberale

Da alcuni punti di vista, questo atteggiamento trova in Silvio Berlusconi il suo interprete più coerente. Berlusconi era un outsider, un uomo d’impresa di strepitoso talento che ebbe modo di farsi largo dal nulla in un ambiente economico difficile, così rigorosamente presidiato dagli insider, quale quello italiano. Ebbe intuizioni geniali: l’edilizia residenziale, la televisione privata. Seppe immaginare consumi nuovi, che sfuggivano del tutto ai suoi colleghi, magari meglio attrezzati quanto a capitali, ma più sguarniti di idee.

Ma per diventare Berlusconi, nell’Italia di quegli anni, Berlusconi non poté fare a meno di qualche «spintarella». Coltivò l’amicizia e la complicità degli uomini politici, ne trasse favori, «comprò» così la propria libertà d’azione.Una volta diventato primo ministro, è abbastanza evidente che non gli sia mai sovvenuta l’idea di sovvertire il sistema: di instaurare le condizioni necessarie allo svolgersi del processo di mercato su un terreno di gioco migliore di quello su cui aveva giocato lui. Piuttosto, Berlusconi si è comportato precisamente come, qualche anno prima, si aspettava facessero i suoi interlocutori dall’altra parte della barricata.

Il Berlusconi politico ha promesso più e più volte un cambio di passo, una «rivoluzione liberale» al Paese. E tuttavia non ha mai rifiutato le logiche del vecchio sistema. Ha nominato manager amici al timone delle aziende di Stato, piuttosto che dismetterle. Nel 2008 mise assieme una rete di imprenditori simpatizzanti e uomini d’azienda in qualche modo dipendenti dai pubblici poteri, con l’immancabile complicità bancaria, per farsi bello di una privatizzazione tutta italiana di Alitalia, che mai avrebbe ceduto ai francesi di Air France.

Forse in omaggio alla buona considerazione che aveva delle proprie capacità, Berlusconi non ha provato a mettere in testa agli italiani che fosse necessario riscoprire un senso del limite nell’esercizio dei poteri pubblici. Al contrario, l’ha negato con decisione. Non c’era limite al bene che lo Stato poteva fare, finché – naturalmente – egli occupava la poltrona di presidente del Consiglio. L’unico limite che riconosceva era quello di non godere di un consenso sufficientemente ampio, che gli avrebbe consentito di usare appieno del potere dello Stato.

Vale la pena ricordare un episodio rivelatore che risale al 1994, all’inizio della parabola politica berlusconiana, quando si tendeva a presumere che il Cavaliere fosse realmente votato a cambiare l’Italia, prima di essere frustrato e poi conquistato dalle dinamiche del potere romano.
Un problema che ricorre ciclicamente, nelle cronache italiane, è quello dei minatori del Sulcis. Questo bacino carbonifero venne scoperto negli anni trenta dell’Ottocento dal generale La Marmora, ma è diventato un tema della politica nazionale con Benito Mussolini. La politica antiliberoscambista del fascismo ricercava l’autosufficienza e per questo anche in fatto di carbone l’Italia doveva produrne il più possibile, per arrivare a soddisfare i propri bisogni, anziché comprarlo all’estero. (…)

A Mussolini si deve la fondazione di Carbonia e quella dell’azienda monopolistica Carboni italiani, cui si sarebbero succedute Carbosarda, l’Enel e poi Carbosulcis. È un caso classico dell’effetto valanga causato dal truccare i segnali di mercato. I lavoratori vennero illusi, dalla scelta protezionista, di stare svolgendo un lavoro produttivo. Anche dopo la fine del regime, si preferì proseguire sulla via del monopolio pubblico – per continuare a proteggere il Sulcis dal cambia- mento – con l’effetto di consolidare le aspettative dei lavoratori sardi, per quanto incoerenti con la realtà. È difficile dire se sia nato prima l’uovo o la gallina, l’illusione di massa di essere pro- tetti dal mutamento economico oppure l’utilizzo della «tutela» di quelle produzioni a fini elettoralistici, la loro trasformazione in rendite che la politica si impegnava a garantire in cambio del consenso.

Per questo motivo, piuttosto che risolvere i problemi, la scelta fu quella di lasciarli rotolare: meglio tirare a campare. Fino al 1994, quando l’Enel pose il governo innanzi al fatto che la principale compagnia energetica nazionale, allora posseduta dall’Iri, riteneva più economicamente sensato importare carbone dal Sudafrica.
Che cosa fece Berlusconi, innanzi ai picchetti dei minatori? Spergiurava d’aver preso a modello la signora Thatcher, che con il capo dei minatori inglesi, Arthur Scargill, condusse un’estenuante guerra di logoramento. Il Cavaliere lo si logorava con poco. Ricorda un testimone oculare: «Per l’amore del consenso che è una delle sue principali caratteristiche, uscì da Palazzo Chigi, andò a incontrare personalmente i minatori in agitazione e, naturalmente, venne incontro in buona parte alle loro richieste. Era un segnale irrefutabile che l’Italia non avrebbe imboccato la strada che ci era stata promessa e che – in materia di politica economica – la nascente seconda repubblica non sarebbe stata molto diversa dalla prima».

L’inconcludenza di Berlusconi, modernizzatore sulla carta e per vent’anni sostanzialmente garante dello status quo ante, è stata spesso spiegata con il conflitto d’interessi. Esso è da certi punti di vista la manifestazione più macroscopica del problema di cui abbiamo discusso in queste pagine. In uno Stato che non conosce senso del limite, un imprenditore «scende in campo» perché l’impegno politico diretto appare la strada più sicura per difendere i propri possessi. Ma di tutti i camerieri al servizio degli elettori, Berlusconi è stato di gran lunga il più abile. Le sue antenne non hanno eguali nel cogliere i fruscii del consenso.
Il problema che Berlusconi pone alla cultura del mercato, quindi, è drammaticamente serio. La sua parabola ci suggerisce che gli italiani apprezzano ascoltare qualche parola di apertura sulla libertà economica, ma, «funzionarizzati» come sono stati da settant’anni di statalismo, si accontentano delle parole. L’elettorato si sazia dell’intenzione di perseguire le riforme e accetta di buon grado le scuse più varie, allorché non si materializzano. Ma in realtà non è pronto a rinunciare a quel che resta del «sistema fondato sull’impresa pubblica», perché sente, a vario titolo, di beneficiarne.

Fra l’incertezza potenzialmente feconda del processo di mercato e la stabilità di uno statalismo quasi senza più risorse, la seconda alternativa continua ad apparire più rassicurante. Accettare che economia e politica debbano essere separate, allora, è una minaccia; non solo per chi preferisce una Rai inefficiente e pubblica a un potenziale, agguerrito concorrente di mercato.

Il conflitto d’interessi è stato tradizionalmente interpretato come un problema di tessitura del consenso. Ma «gli italiani che hanno votato per lui [per Berlusconi] sapevano benissimo che deteneva quei mezzi [di comunicazione]», riconobbe Indro Montanelli. In realtà la questione è più sottile e più seria assieme. Là dove l’intervento dello Stato è pervasivo, il conflitto d’interessi è onnipresente. Silvio Berlusconi è stato il nostro ritratto di Dorian Gray: le sue parole ci lasciavano intuire che l’Italia poteva cambiare, le sue azioni ci rassicuravano circa il fatto che ciò non sarebbe avvenuto.
Questa è una questione prepolitica: è un problema culturale. In Italia continuiamo a non comprendere che il mercato è un processo: una storia la cui fine non è stata ancora scritta. Per noi «mercato» significa, nella migliore delle ipotesi, il complesso degli attori privati attivi in un certo settore in un certo momento, con i quali il decisore pubblico può stipulare accordi, «scambiare» sostegno e favori.

Qualcosa è cambiato negli ultimi vent’anni, ma non è cambiata, non si è evoluta, la cultura della classe dirigente. La politica ha dovuto rinunciare ad alcune delle sue pretese più insostenibili: si è dovuta acconciare a privatizzare e liberalizzare, là dove il «regime economico fondato sull’impresa pubblica» manifestamente non reggeva più. Ha raccordato alcune norme alle nuove disposizioni europee. Ha scelto, di tanto in tanto, di dare spazio al privato – perché ciò appariva strumentalmente utile per raggiungere un altro fine sociale.

Non abbiamo trovato, non ci siamo messi d’accordo, su quale sia il limite alle possibilità d’intervento dei pubblici poteri. Uomini politici di sinistra e di destra si sono trovati d’accordo sulla formula «il mercato fin dove è possibile, il governo quando è necessario». Si tratta della riverniciatura del programma riformista di Bad Godesberg, «concorrenza sin tanto che è possibile, pianificazione quando necessario». Lasciamo stare il paradosso per cui ciò che era «nuovo» nella Germania del 1959 appare tale anche nell’Italia degli anni Duemila. Nell’una e nell’altra versione, questo slogan parrebbe essere quanto di più ragionevole la politica ha da offrire. La sintesi di quella che di per sé è una sintesi: la terza via, un po’ di Stato e un po’ di mercato.

In politica, le parole sono ricami. Guardiamo alla stoffa. Quando si dice «il mercato fin dove è possibile», si sta dicendo che qualcuno, presumibilmente un essere umano in carne e ossa che fa parte dei governanti pro tempore di un paese, decide «fin dove» è possibile lasciare spazio a un sistema di mercato. Questa formula non afferma un principio, ma il suo contrario. Essa non è che un travestimento, conferisce la solennità della regola al gioco di Caligola. Pollice alzato, pollice verso: qui è «possibile» il mercato, qui è «necessario» l’intervento governativo.

La prima repubblica è morta ingloriosamente, ma nei vent’anni che le sono seguiti non abbiamo cercato un senso del limite. Nessuno ci ha spiegato che dovevamo deciderci: che ci sono cose che è non solo opportuno, ma importante e giusto, che lo Stato non possa fare, che allo Stato deve esser vietato di fare. In un paese in cui l’onnipotenza dello Stato è un «dato» per destra e sinistra, non c’è da stupirsi se né l’una né l’altra hanno saputo riformarlo in profondità.

Twitter: @amingardi

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* Alberto Mingardi è Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni 
Il presente articolo è tratto da: Alberto Mingardi, L’intelligenza del denaro – Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, Marsilio, 2013, 21€ (ebook in promozione a 4,99€)