Strumenti per riformare il fisco? Ci sono, vanno usati

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Le tasse, si sa, non piacciono a nessuno. Mentre i mass media e i politici, spesso a sproposito, ne parlano per esecrarle o esaltarle, gli Italiani appaiono sempre più disincantati e rassegnati. In questo quadro è ormai divenuto costume abituale lamentarsi dell’eccessiva pressione fiscale, così come del tempo, senza discutere dell’impostazione della fiscalità pubblica. Quasi che per la società italiana – o almeno per quella parte che paga effettivamente le tasse – il fisco sia una questione tecnica, che riguarda pochi esperti e di cui quindi ci si possa disinteressare. Fino alla successiva campagna elettorale.

In effetti è sorprendente che il dibattito pubblico su un tema così importante sia tanto incolore, asfittico e confinato agli slogan elettorali o alla vacua retorica dei salotti televisivi. Tutti chiedono di ridurre le tasse e di combattere l’evasione fiscale, partiti e governi promettono riforme mirabolanti, ma tutto resta fermo. E, del resto, ogni riduzione fiscale che non sia accompagnata da analoga riduzione della spesa pubblica (da non confondersi con i cosiddetti tagli lineari che tanti danni hanno fatto e fanno) è destinata a trasformarsi… in altre tasse, palesi o occulte che siano.

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In questo contesto ogni discussione circa la “manovra finanziaria” (l’insieme di misure di politica economica per mantenere l’equilibrio fra entrate e uscite dello Stato) è accompagnata da annunci di possibili nuove “tasse di scopo”. Con quest’espressione dal suono gentile s’intende una tassa addizionale finalizzata al conseguimento di un obiettivo specifico o alla realizzazione di una determinata opera pubblica. Ovvero lo Stato o un ente locale possono aumentare una tassa esistente (ma lo Stato può anche crearne una ad hoc), il cui gettito è destinato a un progetto concreto e, auspicabilmente, sensato e verificabile nei suoi esiti. A oggi si contano circa 45 tasse di scopo create da Comuni, Province e Regioni.

Il presupposto è molto semplice e, all’apparenza, apprezzabile: il contribuente paga di più, ma vede realizzato un qualcosa di utile alla collettività. I cultori della tassa di scopo pensano che in questo modo i cittadini siano meno infastiditi, anche, se in realtà, si tratta di un mero aumento del prelievo fiscale sotto mentite spoglie.

È interessante notare che la tassa di scopo, lungi dall’essere una novità, rappresenta un inconsapevole ritorno al passato. Nel XVI e XVII secolo, i teologi spagnoli della Seconda Scolastica, rifacendosi al pensiero di san Tommaso d’Aquino, elaborarono i canoni del giusto e legittimo esercizio della fiscalità da parte del sovrano: chi imponeva una tassa doveva averne l’autorità; doveva esservi una giusta causa di pubblica utilità che motivasse la tassazione; le tasse dovevano essere commisurate alla capacità contributiva dei sudditi e la loro ripartizione proporzionale alle risorse di ciascuno; il gettito di ogni imposta doveva essere speso unicamente per lo scopo per il quale era stata riscossa; e infine, una volta venuto meno lo scopo per cui era stata introdotta, la tassa doveva essere abolita.

Vi furono per tutta l’età moderna intensi dibattiti per definire il grado di consenso dei sudditi alla fiscalità straordinaria, vale a dire a quel genere di tributi eccezionali (dovuti per lo più alla guerra) che necessitavano dell’approvazione delle assemblee di ceto (gli Stati generali in Francia, le Cortes in Castiglia, il Parlamento in Sicilia ecc.), che per antica consuetudine erano le uniche depositarie del diritto d’istituire nuove tasse. Un punto fermo fu raggiunto in Inghilterra con il Bill of Rights (1689), la dichiarazione dei diritti che il Parlamento fece sottoscrivere ai nuovi sovrani dopo aver cacciato il re Giacomo II Stuart con una rivoluzione incruenta: fu allora sancito il principio che la tassazione senza consenso del Parlamento era da considerarsi illegale. A questo stesso principio si richiamò del resto lo slogan “no taxation without representation” coniato negli anni ’60 del XVIII secolo dai coloni americani contro la loro tassazione decisa dal governo di Londra senza che nessun rappresentante delle colonie sedesse nel Parlamento britannico.

Il vero punto di svolta – almeno a livello teorico – venne in Europa solo con la Rivoluzione francese. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) stabilì che i costi del mantenimento della forza pubblica e dell’amministrazione dovessero essere sostenuti dai cittadini, chiamati a contribuire in ragione delle loro ricchezze. In particolare l’articolo 14 sanciva il principio che i cittadini o i loro rappresentanti avevano diritto di verificare la necessità della contribuzione pubblica, di consentirvi liberamente, di controllarne l’impiego e di stabilirne l’importo, le modalità di riscossione e la durata temporale. Vi era dunque un’idea di tassazione legata alle concrete esigenze della società e dello Stato, e sottoposta al controllo dei rappresentanti del popolo.

Le costituzioni liberal-democratiche del XX secolo hanno fatto propri questi principi, anche se la crescita degli apparati burocratici e, nel secondo dopoguerra, la nascita e lo sviluppo in Europa del Welfare State hanno contribuito a dilatare la spesa pubblica e, di conseguenza, a diluire il nesso fra tassazione ed erogazione di servizi ai cittadini.

Nel nostro Paese, dopo la riforma “federalista” del Titolo V della Costituzione (2001) la concessione dell’autonomia impositiva agli enti locali ha finito per causare l’aumento esponenziale del carico fiscale. Le tasse di scopo, prive di ogni carattere temporaneo, sono ormai solo uno dei travestimenti della fiscalità locale. Il meccanismo è semplice: Comuni, Province e Regioni fanno fronte con nuovi balzelli alla riduzione dei trasferimenti dallo Stato centrale e agli aumenti delle spese, legati sempre meno all’erogazione di servizi e viceversa sempre più finalizzati alla perpetuazione di rendite e posizioni di potere, di singoli o di gruppi.

Occorre dunque avviare una seria riforma del sistema fiscale che ripristini il legame fra pagamento delle tasse e buon funzionamento delle pubbliche amministrazioni a tutti i livelli. In altri termini il contribuente non può essere chiamato a pagare più volte per lo stesso servizio o scopo. Se il servizio sanitario di una Regione è portato al collasso da sprechi, corruzione e ruberie, non ci si può limitare ad aumentare il prelievo fiscale, ma occorre intervenire con rapidità e durezza sui responsabili politici e amministrativi. È tempo di riaffermare il principio che la fiscalità pubblica (locale e “generale”) deve fondarsi su una gestione trasparente, responsabile e corretta. E su sanzioni rapide ed efficaci per politici e amministratori che mal gestiscono il denaro pubblico.

Bisogna poi incentivare i comportamenti fiscali virtuosi dei cittadini e disincentivare quelli non virtuosi. Senza astruse demagogie le verifiche fiscali vanno basate sul volume di spese del singolo contribuente. A questo proposito, è evidente che lo Stato italiano ignora dove sia la ricchezza e quindi tassa – in maniera del tutto spropositata – solo quanti sono “visibili” (dipendenti e pensionati, proprietari di case). Allo stesso modo è urgente cancellare la congerie di tasse occulte che le amministrazioni pubbliche fanno gravare come macigni su ogni tipo di attività economica (su questo punto rinvio all’articolo di Sergio Paleologo sul giornale “Linkiesta”).

Gli strumenti tecnici per una seria riforma del sistema fiscale ci sono: occorre volerli usare. Il fatto che da decenni si parli della riforma del catasto senza concludere nulla la dice lunga. È evidente che i rappresentanti del popolo sono molto più sensibili al peso delle molte lobby e disposti a garantire un trattamento di favore a società, corporazioni e gruppi d’interesse. La credibilità di ogni proposta politica in campo fiscale passa solo da qui.

Quanto alla trasformazione della fiscalità locale in un insieme di “tasse di scopo” permanenti, la strada è percorribile solo a patto di non prendere per il naso i contribuenti. Essi infatti possono solo sentirsi vessati ed esasperati se sono chiamati a pagare tasse per la sanità, la pulizia delle strade, la raccolta dei rifiuti, l’illuminazione pubblica e i trasporti, salvo trovarsi nell’impossibilità di accedere a prestazioni sanitarie pubbliche (ormai più della metà degli Italiani ricorre alla sanità privata a pagamento), a vivere in quartieri con l’immondizia che si accumula fuori dai cassonetti, senza illuminazione e trasporti decenti e con le scale mobili della metropolitana che vengono spente nelle ore serali, con buona pace di anziani, bambini piccoli, disabili ecc. (accade a Roma nel quartiere in cui vivo).

D’altra parte occorre che i cittadini abbiano chiaro che non si possono avere servizi pubblici (amministrazione, sanità, istruzione ecc.) senza pagare tasse per finanziarli. Perché chi non paga le tasse danneggia doppiamente la collettività: in quanto sottrae risorse ai servizi e per giunta riceve in cambio servizi cui non ha contribuito. Salvo poi lamentarsi della voracità del fisco! 

*Nato a Milano, vive a Roma da oltre un decennio. Dopo aver conseguito il Dottorato di ricerca in Scienze storiche (1997), è stato docente di ruolo nelle scuole medie statali prima di approdare all’Università degli Studi di Teramo. Qui ha insegnato storia economica, storia dell’opinione pubblica e storia della cultura europea alla Facoltà di Scienze della comunicazione. Dal prossimo anno accademico terrà un corso di storia della comunicazione politica. Studioso di storia del XVI e XVII secolo, è autore del volume L’oro e la tiara. La costruzione dello spazio fiscale italiano della Santa Sede (1560-1620), Bologna, Il Mulino, 2003. Ha curato con Gianvittorio Signorotto del volume Lo Stato di Milano nel XVII secolo. Memoriali e relazioni, Roma, Ministero per i Beni e le Attività culturali, 2006 (Pubblicazioni degli Archivi di Stato. Fonti XLVI) e con Matteo Sanfilippo, Gli archivi per la storia degli ordini religiosi. I. Fonti e problemi (secoli XVI-XIX), Viterbo, Sette Città, 2007. Ha infine ricostruito la storia del simbolo della “milanesità” nel saggio Il biscione, in Simboli della politica, a cura di F. Benigno e L. Scuccimarra, Roma, Viella, 2010, pp. 137-189.

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