Caro Napolitano, le larghe intese sono fallite

J'accuse dell'ex leader referendario

Non so se la decadenza di Silvio Berlusconi provocherà lo sfracello minacciato. Probabilmente no, perché in questa ignobile partita a poker alla fine il Cavaliere comprende che il suo personale interesse è non rompere il giocattolo ma lasciare in piedi il governo. Ma comunque vada una cosa è certa: la strategia delle larghe intese è finita. Lo era da un pezzo, ma ora è irreversibile, ed è bene prenderne atto al più presto se vogliamo salvare il salvabile.

Nelle intenzioni di Giorgio Napolitano, il vero regista dell’operazione, il governo Letta doveva servire a evitare il collasso finanziario in attesa che qualche evento esterno (ripresa europea) ci facesse riprendere fiato. Era un obiettivo di galleggiamento: nessuno ha mai pensato che si potessero fare vere riforme strutturali. E difatti, come hanno detto sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Mario Monti ci ha provato e non è riuscito, Enrico Letta non ci ha nemmeno provato. Nel frattempo la tregua avrebbe consentito il varo delle riforme istituzionali che nella prossima legislatura ci avrebbero garantito una vera governabilità.

A distanza di sei mesi il bilancio è disastroso sul piano economico e finanziario. Naturalmente ha influito pesantemente la irresponsabile reazione di Berlusconi alle sentenze. Ma diciamo la verità, ci voleva molto a prevederlo? Non era chiaro che la reazione sarebbe stata questa, come è sempre avvenuto? E come si può pensare che funzioni un governo in cui una delle due forze principali è in lotta aperta e durissima con le altre istituzioni e con il sistema politico in generale?

Delle riforme istituzionali non si parla più. Ma qui il discorso è diverso e va fatto con brutale chiarezza. Perché se la situazione economica non è stata affrontata con la dovuta determinazione, le riforme istituzionali al contrario sono state affrontate con ferrea determinazione, ma per insabbiarle, per non farle mai, mettendo a rischio serio anche la più semplice e la più elementare, la sostituzione del porcellum con una legge che ravvivi il Parlamento e consenta governabilità. In un paese che sta precipitando, il ministro del Pdl Gaetano Quagliarello ha varato un ridicolo meccanismo che dovrebbe darci le riforme tra due anni. Quando alla Camera Roberto Giachetti (Pd) ha fatto votare una mozione che metteva immediatamente all’ordine del giorno la riforma elettorale per garantire che in caso la situazione precipitasse non si rivotasse con il Porcellum, Enrico Letta ha avuto la faccia tosta di dichiarare che così si metteva il carro avanti ai buoi e si comprometteva il risultato.

Onorevole Letta, dove è oggi quel carro? Con la complicità di un sistema mediatico ossequiente, una classe politica cinica e bugiarda ha condannato l’Italia a una lunghissima ingovernabilità.

Dico queste cose con angoscia e indignazione perché solo se ci rendiamo conto degli errori disastrosi possiamo trovare il coraggio di cambiare rotta. Alcuni possono farlo, e hanno il dovere di farlo. Ce l’ha il presidente Napolitano prima di tutto, al quale gli eventi hanno attribuito un ruolo diverso da quello istituzionale, e ne hanno fatto la guida politica del paese. Se ci ha indirizzato verso una rotta sbagliata ha il dovere morale, prima ancora che politico, di cambiarla. Ce l’ha il Partito democratico. Dopo che Berlusconi ha ridotto il centro destra a un deserto, un governo del solo Pd è l’unica prospettiva realistica. Deve assumersi le sue responsabilità, dire a chiare lettere al paese che vuol governare da solo, proporre una legge elettorale che dia governabilità ed andare al più presto ad elezioni. Il balletto sulla data e le risse interne sono penosi. Mi pare che per ora solo Matteo Renzi dica queste cose. Eppure è quello che gli italiani aspettano…

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