Viva la FifaCon la Legge Fornero nascono i calciatori apprendisti

Previsti 600 ingaggi nei prossimi 3 anni

La riforma Fornero sbarca nel calcio. A cominciare dalla Lega Pro, la vecchia cara serie C, che nei prossimi tre anni vedrà scendere in campo diversi calciatori apprendisti. L’obiettivo della terza serie del pallone italiano è creare nuovi posti di lavoro sfruttando l’impianto normativo voluto dall’ex ministro del Governo Monti, unendo il risparmio sugli emolumenti e una migliore alternanza scuola/calcio per i giovani che calcano i campi di provincia sognando i grandi stadi. Ma l’applicazione della riforma rischia di cozzare contro una realtà fatta di squadre che falliscono e una conseguente riduzione dei posti di lavoro.

Sulla carta, il progetto dovrebbe risolvere diversi problemi. L’adozione della riforma è nata dalla stipula dell’accordo collettivo tra l’Assocazione Italiana Calciatori (Aic) e Lega Pro. Tre sono gli obiettivi di tale accordo. Il primo è quello di creare 600 nuovi posti di lavoro nel calcio, sfruttando quanto prevede la Legge Fornero, ovvero un apprendistato della durata di 3 anni: una volta finito, le società di calcio possono decidere se assumere o meno un calciatore. Una nuova forma di assunzione che cambia quella in vigore fino allo scorso anno, secondo la quale un giovane calciatore può accedere a un contratto da professionista dopo 15 presenze.

Il secondo obiettivo dell’introduzione della riforma nel calcio è quello di seguire meglio un giovane nel suo percorso di formazione dentro e fuori dal campo. Sono molti i giocatori che, non avendo accesso ai settori giovanili delle grandi squadre che tramite i tutor li aiutano nello studio, una volta ritenuti abili e arrucolati per le partite in lega Pro decidono di lasciare i banchi di scuola. Un obiettivo che tende a dare maggiori responsabilità ai calciatori, ma anche alle squadre, che quindi dovranno occuparsi anche della loro istruzuone con del personale apposito.

Il terzo obiettivo è quello di risparmiare. Si può fare, soprattutto puntando sulla decontribuzione: la Legge Fornero infatti prevede sgravi fiscali per le aziende che assumono giovani. Tra decontribuzione ed emolumenti, il risparmio può essere del 20 per cento. Non solo. Le società possono accedere ai contributi derivanti da un fondo istituito nel 2000 e che ha ancora in cassa circa 8,5 milioni di euro. A questi, vanno aggiunti i soldi che la Lega Pro riceve dai diritti tv: il 50% di questi è considerato “premialità” e va distribuito ai club sottoforma di incentivi per spronarli all’utilizzo proprio dei giovani. Peccato che questa norma sia cambiata. Si passa dal criterio dell’utilizzo dei giovani entro i 21 anni a quello dell’età media: 25 anni per la Prima Divisione, 26 per la Seconda, in attesa della fusione tra le due divisioni prevista per il prossimo anno.

Già, perchè la situazione della vecchia serie C è tutt’altro che rosea, a livello sia economico che quindi occupazionale. E l’adozione della riforma Fornero potrebbe non cambiare le cose. I promessi 600 posti di lavoro in 3 anni corrispondono alla realtà? La situazione attuale dei club sembrerebbe dire il contrario. A partire dalla stagione 2014/15, esisterà una sola Lega Pro, con la conseguente riduzione del numero delle squadre da 11 a 96. Riduzione alla quale vanno aggiunti i fallimenti dei club che ogni anno colpiscono le squadre della terza serie. Solo quest’estate ne sono scomparse quattro.

La questione occupazionale in Lega Pro è preoccupante. Sono tanti i ragazzi che tra i 24 e i 25 anni si ritrovano a spasso e spesso con un basso grado di istruzione. Ma il problema riguarda anche giocatori più in avanti con gli anni, tanto che lo scorso agosto l’assessore allo sport della regione Lombardia, l’ex canoista Antonio Rossi, si era mosso in loro aiuto, cercando l’appoggio del presidente dell’Aic Damiano Tommasi: «Mi metterò in contatto appena possibile con Tommasi per verificare la possibilità di realizzare iniziative comuni rivolte ai calciatori lombardi rimasti senza contratto. Alcuni ex giocatori diventano allenatori ma ci sono anche altri ruoli e incarichi che si possono ricoprire rimanendo nel mondo del calcio».

Tommasi conosce bene il problema. Per tutta l’estate è stato impegnato in un’altra battaglia, quella contro il presidente della Lega Pro Macalli proprio sulla questione della premialità ai club. Una battaglia ingaggiata sulla questione dell’età media, non accettata dall’Aic, e che ha visto il movimento calciatori a rischio sciopero. Una norma votata dalla Lega Pro proprio per alzare il livello occupazionale ma che secondo Tommasi «crea discriminazioni nei confronti dei calciatori e false aspettative sui giovani, impoverendo il livello tecnico della categoria a discapito dello spettacolo e della meritocrazia».

L’unica cosa certa, al momento, è che a pagare è l’intera categoria. Tra club che falliscono, stadi scomodi e disinteresse generale del pubblico. Un calo iniziato con l’avvento delle pay–tv e la spettacolarizzazione del grande calcio, fino ai numeri degli ultimi tempi. Lo scorso anno, in Prima Divisione girone A la media era di 1.424 spettatori (–115 rispetto all’anno prima), nel girone B di 2.453 (–143 rispetto al 2011). Per non parlare della Seconda Divisione: 711 spettatori di media nel girone A, 824 nel girone B. anche in questo caso, numeri in calo rispetto all’anno prima.

Twitter @aleoliva_84

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