“Da Google alla start up, lavoro nella Silicon Valley”

Parla Anna Gatti, manager di una startup

All’inizio sembrava il paradiso dei lavoratori. Negli uffici italiani arrivavano leggende di giovani che trovavano investitori per realizzare le proprie idee, prati verdi accanto alle scrivanie, donne manager che riuscivano a essere perfette a casa e al lavoro. Negli ultimi tempi, però, sono arrivate le critiche. Il famoso spirito della Silicon Valley non convince più tutti.

Prima ci sono stati i dietrofront. Come quello di Marissa Mayer, ceo di Yahoo (assunta con un pancione di sei mesi), che ha detto stop a flessibilità e telelavoro. E quello di Google, che ha cancellato il benefit che permetteva ai dipendenti di dedicare il 20% delle ore lavorative a idee innovative (per intenderci: così è nata Gmail). 

Non sono mancate le inchieste giornalistiche che hanno mostrato come accanto alla struttura dei sogni di Googleplex, gli homeless (i senzatetto) siano cresciuti del 20%, e con loro vere e proprie tendopoli. Non ultimo, è arrivato il monito di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, prima a Google, che ha invitato le donne a darsi una mossa (il titolo del suo libro è Lean In, tradotto in Italia Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire), che ha denunciato sul New Yorker denunciando la cultura maschilista della valle.

L’ennesima critica è stata recapitata da Forbes, nell’articolo “Why Silicon Valley’s Work Culture Is Killing Us”, “Perché la cultura del lavoro della Silicon Valley ci sta uccidendo”, che denuncia come con la storia del welfare aziendale e della flessibilità nella valle delle valli californiana «il lavoro sia diventato una religione e la vita privata qualcosa da schiacciare dentro». La proposta è quella di mettere delle regole. Come: “Non mandare email alle 10 di sera”.  

Mappa delle principali aziende presenti nella Silicon Valley, California

Ma davvero il modello Silicon Valley è in crisi e sta fallendo? «Non sono d’accordo», risponde da San Francisco Anna Gatti, alla guida di una startup per l’e-commerce dopo esperienze da manager tra Google, YouTube e Skype. Mamma e manager, lei la Silicon Valley la frequenta da quasi 15 anni. E dice: «Bisogna focalizzarsi mentre si è al lavoro e darsi una disciplina senza perdere tempo. Così non rinuncio alle cose importanti, come la cena con mia figlia. Almeno quattro vole alla settimana».

Come sei arrivata nella Silicon Valley e qual è stato il tuo percorso finora? 
Sono arrivata nella Silicon Valley nel 1999 per finire il programma di PhD iniziato in Bocconi all’università di Stanford, dopo una laurea in Economia aziendale all’Università Bocconi di Milano. Dopo un post-doc a Stanford, mi hanno offerto una posizione come ricercatrice all’Università di Berkley. Nel 2002 sono stata contattata dall’Onu per un lavoro a Ginevra, all’Organizzazione mondiale della sanità. Poi mi sono stancata di Ginevra, mi mancava lo spirito della Silicon Valley. Ho deciso di tornare. Mi hanno assunto a MyQube, fondo di venture capitalist che investe nelle startup. Dopo un paio di anni cercavo una esperienza più operativa. Ho fatto colloqui a Google e mi hanno assunto come capo di Consumer Operation International. Il passaggio successivo è a YouTube, come capo della parte internazionale di Online Sales and Operations. Dopo qualche anno, Skype, dove ero direttore di monetizzazione. Dopo che Microsoft ha comprato Skype, sono uscita e ho creato la mia startup, che si occupa di intelligenza artificiale per fare personalizzazione di e-commerce. È una bella sfida.

Cos’è lo spirito della Silicon Valley di cui parli?
La Silicon Valley è un’area dove c’è la voglia di spingersi oltre i limiti. Davanti a un problema si cerca la soluzione migliore. Le persone si siedono e pensano “the best solution to any problem”. Ci sono persone disposte a parlare della tua idea, ad aiutarti a realizzarla. Non ci sono pregiudizi. Sai che puoi sperimentare. Non pensi “non ci provo se no faccio una brutta figura”. Se credi in qualcosa qui puoi farlo: “You can change the world”. La respiri per strada questa cosa. Qui è nata Tesla, qui ci sono le startup per le spedizioni nello spazio, il 3D printing del Dna.

Come vive una mamma manager nella Silicon Valley?
Sono soddisfatta per stile di vita, qualità e professionalità. Sono una single mother e mia figlia è completamente integrata nella mia vita. Lei viaggia con me per lavoro o piacere da quando aveva quattro settimane. Qui durante la gravidanza si lavora fino a due settimane prima del parto. A me non è pesato. Sono una manager, non faccio lavoro fisico di fatica. A YouTube ho preso una responsabilità maggiore con il compito di creare una una nuova funzione quando ero incinta di 7 mesi. Al colloquio di lavoro, dissi che avrei preso tutti e sei i mesi di maturità che Google offre (la legge americana garantisce sei settimane). E loro mi risposero che mi avrebbero aspettato. La mia bimba è nata il 18 febbraio, io ho lavorato fino al 7.

Come si organizzi la tua giornata lavorativa?
Devi essere molto focalizzata. In Italia si butta via molto tempo. Si prende il caffè con i colleghi e si perdono 15 minuti. Sono 15 minuti che toglierei al gioco con mia figlia. Bisogna aumentare l’efficienza, devi essere disciplinata, ci sono cose che voglio fare e le faccio. Non organizzo meeting di mattina prima delle 9 perché voglio accompagnare mia figlia a scuola. Allo stesso modo ho deciso che devo cenare a casa con mia figlia almeno quattro volte alla settimana. E lo faccio. Certo, c’è una tata che mi aiuta e che vive praticamente con noi. Ma sono molta rigorosa sul rispetto dei tempi, delle responsabilità e delle persone.

C’è chi ha scritto però che lo stile di vita della Silicon Valley ha fatto del lavoro una religione, a scapito della vita privata.
Non condivido quelli che criticano lo stile di lavoro della Silicon Valley, dicendo che il lavoro è una religione e la vita privata è solo qualcosa da incastrare dentro. Se voglio alle 10 di sera rispondo alle email, come chi scrive il post su Facebook prima di andare a letto. Se dalle 18,30 alle 21 non ho guardato assolutamente il computer perché ho voluto giocare con mia figlia, posso anche mandare una email alle dieci di sera. Ma non mi aspetto che mi rispondano alle 23. A Google si facevano dei meeting internamente per parlare di queste cose. Si diceva di non mandare le email a mezzanotte ai nuovi assunti, perché magari si sarebbero sentiti in dovere di rispondere subito. È una cosa di cui si discute sempre nelle aziende sane come Google. Questo modo di lavorare lo vedo più come un’opportunità che come un sacrificio. Ho lavorato nel team di Sheryl Sandberg, oggi direttore operativo di Facebook. Come italiana vedo enormemente la differenza tra l’Italia e la Silicon Valley. È una comunità che è nata su basi produttive e innovative. È un’area che nasce con il microchip.

In che modo si organizza il lavoro nella Silicon Valley?
Qui tutto si basa sulla performance. Gli orari di lavoro sono di otto ore, 9-18 o 8,30-17,30. Poi magari ci si ferma mezzora in più. Ma dopo le 18,30 è difficile che le persone siano in ufficio. Si possono avere meeting di lavoro alle 7,30 di mattina, anche per una questione di fusi orari. Quello che conta sono le performance e gli obiettivi. Ma la differenza fondamentale è un’altra. 

Quale?
Ma la differenza fondamentale è che qui il lavoro non è concepito come lavoro. Quello che tu fai non è lavoro, è la tua passione. Così come in una conversazione si può parlare di libri, cibo o viaggi, qui si parla dei progetti. Il business lo fai al barbecue. Così come un giornalista legge il New York Times alle dieci di sera, lo fa per lavoro o per passione? In Silicon Valley si trasferiscono le persone più ambiziose da tutte le parti del mondo. Qui c’è molto driver. Ci sono persone che vogliono migliorarsi. Io potevo fare benissimo la professoressa universitaria in Italia, come mi avevano proposto, invece sono volata qui. 

E il mito del welfare aziendale? È tutto vero?
Ho lavorato per aziende incredibili come Google. Ma ovviamente non tutte le aziende sono così. A Google nel mio ufficio c’era una piscina bellissima. Quando ero incinta, prima di lavorare facevo un’ora di nuoto. C’erano i miei colleghi che portavano i cani. Googleplex è il posto del welfare aziendale per eccellenza. 

Eppure, come ha ricordato anche Sheryl Sandberg, le donne nel top management sono poche. Così come gli ispanici. La Silicon Valley è davvero così meritocratica?
La Silicon Valley è meritocratica. Certo, resta ancora molta differenza tra uomini e donne. Ma rispetto all’Italia è il paradiso della donna per le opportunità professionali. In termini assoluti l’uomo ha più facilità. Questo secondo me è anche una tendenza biologica. Noi esseri umani siamo abbastanza isomorfi, rassicurati dai nostri simili. In un team di tre maschi, assumeranno piu’ facilmente un altro maschio perché pensano di capirlo meglio. Così come accade tra donne. Non c’è la parità. Ovviamente questi atteggiamenti si possono e devono cambiare. È un tema di cui si discute molto nella Silicon Valley. Questa situazione è dovuta sia al fatto che gli uomini ottengono una posizione di comando più facilmente, sia perché le donne non hanno imparato a negoziare con il capo gli aumenti, le promozioni. Quando si offrono posizioni di responsabilità a una donna, spesso pensa “se poi mi sposo, rimango incinta”, gli uomini no.  

@lidiabaratta

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