Esselunga e quella burocrazia che aiuta la corruzione

L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

Perché l’Italia non cresce, o peggio “cresce” a tassi negativi? Le ragioni sono tante, ma una pesa più di ogni altra. L’ha spiegato molto meglio di economisti e politologi un imprenditore, il patron di Esselunga Bernardo Caprotti in una lettera al Corriere della Sera.

Caprotti ha affermato che il mestiere del retailer, cioè portare insalata, colluttorio, carta assorbente e patatine fritte prima sui banchi dei supermercati e poi nelle case degli italiani, “nel nostro stranissimo paese è politico. Perché? Perché sono «politici» i due più grandi operatori nazionali”. Il riferimento è al mondo della cooperazione, che ha con alcuni partiti (o quel che ne resta) un antico legame. Il problema però non risiede nella forma giuridica della cooperativa (di per sé, legittima come qualsiasi altra) quanto nell’estensione degli ambiti oggetto di decisione pubblica, oggetto diretto dell’influenza di taluni attori “vicini” a quelle aziende.

Dall’antica Roma ci è giunto una celebre formula (corruptissima re publica plurimae leges), a indicare che dove c’è corruzione si è costretti a fare tantissime leggi. Oggi abbiamo però compreso che è vero anche l’inverso e cioè che che più sono le leggi, più ingarbugliato è il sistema giuridico, e più è probabile che alcuni operatori si “specializzino” nell’oliare gli ingranaggi opportuni.La differenza fra chi sa oliare e chi non sa farlo si riflette nella facilità di rapporto con le pubbliche amministrazioni, e quindi nella possibilità di varare o meno nuovi progetti. Caprotti, che ci ha messo 43 anni per riuscire ad aprire a Firenze, ha sospeso in Italia ogni nuova iniziativa.

Questa “giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti” rende “politica” anche l’insalata. Come ogni tanto scopriamo che sono “politici” anche degli apparentemente banali lavori di ristrutturazione, come è sempre “politica” l’apertura di nuovi esercizi, che devono inserirsi in quella pianificazione urbanistica che è sempre anche pianificazione “economica”, come talora è “politica” la commercializzazione di nuovi prodotti, il cui destino viene deciso non dal mercato ma dai legislatori. Pensate soltanto al drammatico aumento, nel giro di una notte, della tassazione indiretta delle sigarette elettroniche, qualche mese fa.

È questo il brodo di coltura della corruzione. La corruzione, infatti, consiste nell’acquisizione di favori politici con mezzi leciti: essa avrà benefici attesi tanto più grandi, quanto maggiore è il raggio d’azione dello Stato.  Per tornare a crescere, avremmo bisogno di meno politica. Di un’Italia in cui l’insalata sia insalata, una ristrutturazione una ristrutturazione, un nuovo prodotto un nuovo prodotto: e non materia inerte, cui solo la bacchetta magica del legislatore può dare vita.

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