Favignana, l’isola della tonnara che non c’è

L’ultima mattanza nel 2007

FAVIGNANA (TRAPANI) – Il mare di Favignana è sempre cristallino. Anche accanto al porto, dove all’alba e al tramonto i banchi dei pescatori si riempiono dei colori di triglie, gamberi, totani, cefali e branzini. Appena si sbarca dai traghetti che da Trapani portano nella principale delle tre isole Egadi (le altre sono Levanzo e Marettimo), la parola che bombarda il turista nelle vie del centro è una: “tonno”. C’è “La casa del tonno”, la “Salumeria del tonno”, la “macedonia di tonno”, “il tonno che ha vinto il premio del 2011” e anche il bar che fa l’aperitivo a base di tonno. O meglio, l’“aperitivo mattanza”. Peccato però che la mattanza, qui, non si faccia da ben sei anni. L’ultima, dicono tutti, «è stata scarsa».

Il porto di Favignana

Una pescheria di Favignana

Per chi non sapesse cos’è la mattanza, si tratta di un metodo tradizionale di pesca del tonno attraverso le tonnare, costruzioni “scientifiche” di reti che permettono di avvicinare i tonni più grandi, per arpionarli e portarli nelle barche. Quando i tonni, esemplari di oltre cento chili, vengono colpiti, il mare si colora del rosso del sangue dei pesci. È uno spettacolo cruento, amato dai tanti che fino a qualche anno fa fittavano a suon di euro gozzi e gommoni solo per assistere alla caccia, e odiato dagli animalisti che oggi brindano alla fine della tipica pesca favignanese.

Seguendo la corrente atlantica, tra maggio e giugno i branchi di tonni oltrepassano lo stretto di Gibilterra, arrivano nel Mediterraneo e risalgono verso le coste della Sicilia. In quel periodo, il mare attorno le Egadi è ideale per la procreazione e la deposizione della uova, con una temperatura di 17-18 gradi centigradi.

Già a metà aprile, i pescatori iniziavano a calare in mare tra Favignana e Levanzo un sistema complesso di reti fatte di “camere” dalle quali, una volta entrati, i tonni non possono più uscire. Le “camere” comunicano tra loro attraverso delle reti mobili dette “porte“. Con un sistema di apertura e chiusura delle camere e sfruttando la naturale tendenza dei tonni a girare in senso antiorario, i pesci vengono spinti verso la “camera della morte”, che è l’unica ad avere la rete anche sul fondo. Da lì non potranno più uscire. Quando i pesci arrivano nella camera della morte, le barche si dispongono in modo da chiuderli dentro un quadrato. I tonnaroti (si chiamano così i pescatori che fanno la mattanza) cominciano a issare la porta della camera. Man mano che tirano la rete, il quadrato si stringe. A guidare la pesca dal centro del quadrato c’è il rais (il capo), a bordo di una barca chiamata sciabica. In quel quadrato si vedono sbattere le code dei pesci e l’acqua diventa rossa a suon di colpi di arpione. Nel frattempo, parte la Cialoma, una serie di antichi canti tra sacro e profano che danno ritmo alla mattanza. 

Il modellino della tonnara nello stabilimento Florio, durante la visita guidata

La mattanza

I tonnaroti tirano in barca un tonno arpionato

Tra le viuzze di tufo del centro di Favignana, gli ex tonnaroti si riconoscono a vista. Nei negozi di alimentari le fotografie storiche li ritraggono nei momenti di pesca, nell’atto di tirar su «bestie anche di 600 chili». Qui sono come delle star. Molti di loro sono biondi, come solo il biondo siculo di origini berbere sa essere. Riccio, tendente al rossiccio, con gli occhi verdi come il mare dell’isola senza sole.

Uno dei più famosi, che su un cartellone pubblicitario proprio di fronte al porto fa da testimonial a una marca di un tonno, è Clemente Ventrone. Lui è uno di quelli che più si è battuto per salvare la mattanza, che per millenni ha costruito l’identità delle tre isole. Ventrone, con altri tonnaroti, nel marzo del 1997 costituì la cooperativa “La Mattanza”, che gestiva la tonnara di Favignana legata per secoli prima al nome della famiglia Florio e poi (più di recente) a quella genovese dei Parodi. 

Alla guida della cooperativa dei tonnaroti, c’era Gioacchino Cataldo, ultimo rais della tonnara di Favignana per undici anni (di cui 33 da tonnaroto). Uomo di poche parole, una vita passata a cacciare tonni. Tanto da indebitarsi per portare avanti la mattanza, «come presidente della cooperativa e come rais», dice orgoglioso dopo una giornata in mare. È lui che conta i tonni pescati: 772 nel 1997, poi 1.250, 1.240, 750, 740 e 750 nel 2002. Ma c’era bisogno di un investimento, oltre ai prestiti fatti dai tonnaroti. Così nel 2003 la cooperativa “La Mattanza” passa nelle mani dell’imprenditrice romana Chiara Zarlocco. La favola però dura poco. Cataldo e altri vanno via «perché non condividevamo più le scelte». L’ultima mattanza è quella del 2007. Complice anche la scarsità di tonni rispetto al passato, per via dei pescatori giapponesi che fanno man bassa nell’Atlantico prima che i pesci raggiungano il Mediterraneo. A marzo del 2009, scade anche la convenzione tra il Comune di Favignana e la cooperativa, e il contributo annuale per la pesca del tonno non viene più versato. Nel 2013 Chiara Zarlocco si candiderà in Sicilia al Senato per la Lega Nord, ma non verrà eletta. 

«Ci siamo fidati della persona sbagliata», dice Gioacchino Cataldo. «Una cosa è certa: se la mattanza è finita, la colpa non è dei tonni». E lo ripetono con lui tutti i negozianti, che d’inverno vivono a Trapani e d’estate sbarcano sull’isola. Continuano a esporre sugli scaffali le bustine di bottarga, le confezioni di ficazza (salame) di tonno, i barattoli di patè di tonno. Di quei tonni che vengono pescati in mare, ma non nella tonnara. «Tonno italiano», è l’ultima sigla che gli resta da esibire con il turista. 

«Per noi il tonno era come il maiale, non si butta via niente», dicono. «Certo, quando c’era la mattanza era un’altra cosa. Dava lavoro a tante persone qui sull’isola. Ma per farla ci vogliono i piccioli (i soldi). Sa quanto costa tra reti e barche? Ci vuole un milione di euro, serve qualcuno che investe. Ma l’ultima è stata disastrosa. Così sono andati via e da allora non c’è più niente». 

Eppure l’identità dell’arcipelago e della vicina Trapani, che con l’arrivo di Ryanair sono diventate meta di vacanze dei tanti turisti del Nord Italia, continua a vivere intorno ai tonni. Con qualche messaggio fuorviante per i consumatori, visto che su alcuni barattoli di vetro si trova ancora scritto “tonno di tonnara”. Ma le ancore che prima tenevano le reti in mare per cento giorni all’anno oggi sono ferme al sole sulla sabbia bianca. 

Quelle reti non esistono più. Restano solo i modellini esposti in una mostra al Palazzo municipale e nei vecchi magazzini restaurati dello stabilimento Florio, ormai gioiello di archeologia industriale restaurato con un investimento di oltre 14 milioni di euro. «Qui il tonno entrava vivo e usciva in scatola», ripete la guida. Quello stabilimento per anni ha dato lavoro agli abitanti dell’isola, che oggi sono circa 3mila (residenti). Le donne sistemavano il tonno nelle scatolette con l’olio d’oliva. Gli uomini erano addetti ai lavori più pesanti. Ora, i tonni, restano per lo più vivi in quel mare cristallino. Almeno loro, sono felici per la fine della mattanza. 

La targa nello stabilimento Florio della storica mattanza del 1859, quando vennero pescati 10.159 tonni

Le latte del tonno in scatola Florio

“La camera della morte”, una stanza dello stabilimento Florio, dal nome della rete della tonnara

Le barche dei tonnaroti, ferme nei magazzini dello stabilimento Florio

@lidiabaratta

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