Giovani, precari ma felici senza tessera sindacale

Fieramente autonomi

«Siamo partiti da una domanda semplice. Ci siamo detti: se andiamo a intervistare, qui a Milano, giovani lavoratori professionisti (architetti, psicologi, giornalisti, promoter finanziari e altro) tutti con salari bassi e contratti atipici, vi troviamo l’espressione di un bisogno di rappresentanza sindacale?». A parlare è David Benassi, docente di Sociologia economica all’Università di Milano Bicocca, autore di una ricerca sulle nuove organizzazioni sindacali e la necessità di rappresentanza dei lavoratori ad alta qualificazione a Milano.

“A me piace negoziare il mio contratto da solo, sono un individualista. A me piace sapere che quello che ho me lo sono costruito io. Sono sempre stato competitivo a livello professionale poi, come ho sempre detto, fra sei mesi sono in stazione Centrale a suonare il violino” (44 anni, consulente informatico, p.iva)

Il team di Benassi ha intervistato un campione rappresentativo di 50 lavoratori con contratto atipico, tra i 32 e i 49 anni e ad alta qualificazione professionale. Tutti milanesi, abitanti «della città che solitamente anticipa le tendenze in corso». Per scoprire che tra di loro, il bisogno di rappresentanza sindacale, proprio non c’è: «La maggioranza degli intervistati è lontana mille miglia dalla questione della rappresentanza. Anzi, la guarda con diffidenza. Una cosa che a noi ricercatori è sembrata assurda. Perché se fino a 20 anni fa un avvocato aveva alti guadagni, begli studi in centro e diritti riconosciuti, oggi i nuovi professionisti sono persone che guadagnano 1000 euro al mese, lavorano dieci ore al giorno, non hanno ferie, né maternità, né una scrivania in uno studio. Ma l’idea di associarsi per migliorare le condizioni di lavoro in loro non fa breccia».

Le possibili motivazioni

Il mondo delle libere professioni, precisa Benassi, «è sempre stato un mondo molto orgoglioso della propria indipendenza e lontano dai sindacati. Ma oggi le condizioni del mercato del lavoro sono cambiate, e siamo di fronte a una proletarizzazione delle cosiddette arti liberali, per reddito, prestigio sociale e possibilità di accesso alla professione».

“Se vuoi fare il libero professionista devi avere la partita Iva, non hai alternative. Non credo fermamente nella condizione del dipendente e del posto fisso. Non l’ho mai cercato e sono stato contento quando non me l’hanno offerto”(31 anni, architetto, p.iva)

E allora perché manca la volontà di fare rete per ottenere quello che resta confinato all’immaginario delle arti liberali? Una la ragione principale, secondo Benassi. «È cambiata la struttura produttiva. Oggi non c’è più necessità di grandi masse di lavoratori da inserire in modelli produttivi standardizzati. Le professioni sono frammentate, diverse. E questo rende complicato elaborare richieste unitarie». Ma non solo. «Nel mercato del lavoro post industriale anche la mancanza di condivisione dello spazio di lavoro e di prossimità fisica tra colleghi ostacola la mobilitazione e la rappresentatività organizzata». E se i social network e internet sono utili a contattare le persone e a scambiare informazioni, «la partecipazione via web risulta instabile e di corto raggio». 

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Ma non solo. Pesa anche «l’adattamento a una retorica generale sulle virtù dell’autonomia, dell’indipendenza, dell’essere imprenditori di se stessi che ha dominato il dibattito politico degli ultimi anni. «Una retorica dell’autopromozione, della flessibilità e della capacità individuale di implementare il proprio network professionale. Oltre alla costante attenzione dei singoli alle opportunità di sviluppo della carriera personale a scapito delle questioni economiche e dei diritti». Tendenze che portano il singolo «a muoversi nel mercato in autonomia, a vivere le difficoltà lavorative solo come problemi personali, e a discutere le condizioni contrattuali vis a vis con il datore di lavoro.

“Così hai due possibilità: continuare a fare quello che stai facendo in cambio di una piccola sicurezza economica oppure puoi rimetterti in gioco provando a fare qualcos’altro in cui credi, magari senza certezze economiche ma con tutta la voglia di fare e di crederci veramente” (33 anni, giornalista, collaborazione occasionale)

E in un contesto in cui domina l’idea di non essere soggetti passivi nel mercato del lavoro, «dove il posto fisso è da sfigati», il sindacato di massa, visto tradizionalmente come il difensore dei lavoratori dipendenti, «viene svilito e delegittimato».
 

Le organizzazioni sindacali. Quale offerta?

Eppure i lavoratori intervistati hanno espresso il bisogno di un certo tipo di tutela. Bisogni che le strutture di rappresentanza tradizionali come Cisl e Cgil, o nuove organizzazioni, come San Precario o Acta, potrebbero raccogliere, a patto che siano in grado di rinnovarsi uscendo dal conservatorismo che li attanaglia. «La maggioranza degli intervistati ha risposto di avere bisogno di formazione continua e supporto su aspetti normativi e logistici. I promoter finanziari, ad esempio, hanno chiesto un aggiornamento continuo sulle norme fiscali». Ma emerge anche la necessità di rispondere alla solitudine degli inizi, quando si avvia una professione. 

“Il sindacato non è pronto perché non ha mai tenuto in considerazione i contratti precari. Questo mi è stato chiaro fin dalla prima riunione: ero io che dovevo spiegare loro come funzionava un contratto a progetto” (35 anni, cocopro, editor)

Per capire la distanza tra queste istanze e le organizzazioni sindacali presenti sul territorio, l’Università Bicocca ha estratto un campione di 16 strutture di rappresentanza da 70 organizzazioni mappate nella realtà milanese. Tra di esse vi compaiono quelle “trasversali” (la Cgil con lo sportello Nidil, ad esempio) che si occupano degli autonomi o atipici di tutte le categorie professionali. Vi compaiono le sezioni giovani dentro gli ordini professionali di categorie già regolamentate. E infine strutture nate per rappresentare categorie nuove e ancora prive di rappresentanza (come i designer industriali o i consulenti finanziari indipendenti). 

“Il Nidil (Cgil, ndr) non lavora per formalizzare una condizione di precarietà ma per superarla; difendiamo e tuteliamo l’atipico tendenzialmente cercando di far superare questa condizione di precarietà e diventare un lavoratore dipendente” (Nidil)

Ma i risultati sono negativi su tutti i fronti. I sindacati tradizionali vedono gli atipici come una anomalia da superare, puntando all’assunzione a tempo indeterminato. Non sanno leggere la nuova dinamica dei lavori e la frammentazione della mobilità professionale e occupazionale. Cosa che scoraggia la maggior parte degli intervistati, fiera della condizione di libero professionista non subordinato.
Le sezioni giovani degli ordini professionali vivono invece in perenne contrasto generazionale con i più anziani, che mantengono la gestione dell’associazione e non lasciano spazio ai giovani professionisti vicini alle nuove condizioni del mercato del lavoro. Entrambi, associazioni trasversali e ordini professionali, continuano a dedicare molte più risorse ed energie alla difesa dei lavoratori dipendenti piuttosto che a professionisti e atipici.
Infine i nuovi nati, associazioni come Rerepre (Rete redattori precari) o Adci (Art directors club italiano) caratterizzati da un «approccio pragmatico di supporto», con proposte interessanti «di formazione, supporto legale e consulenza», ma tuttavia basati per lo più su lavoro volontario e spontaneo dei militanti, privi delle risorse economiche e organizzative necessarie per mobilitare con continuità i lavoratori. 

Un canale di contatto con i giovani professionisti – chiude allora Benassi – non può essere diverso dal supporto ad hoc e continuato, «in forma di consulenza e aiuto pragmatico di fronte alle difficoltà». Ma con risorse economiche e organizzative sufficienti, capaci di fare dei sindacati vecchi e nuovi uno «strumento di confronto e di costruzione di identità frammentate».

Le citazioni sono tratte dalle interviste contenute nel rapporto preliminare della ricerca Lavoratori non standard e rappresentanza che l’Università Bicocca presenterà alla Sesta conferenza annuale ESPAnet Italia 2013

Twitter: @SilviaFavasuli

La replica di NIdil CGIL 

In merito all’azione di NIdiL (che è, lo ricordiamo, la categoria della CGIL nata nel 1998 per rappresentare i lavoratori atipici e precari, firmataria fra l’altro del CCNL per i lavoratori in somministrazione e di numerosi contratti collettivi per i lavoratori parasubordinati) è doveroso fare una precisazione: NIdiL CGIL non considera affatto tutti i lavoratori autonomi dei “precari” da trasformare in lavoratori dipendenti.

La definizione di “precarietà” è a nostro modo di vedere rivolta a quei lavoratori impiegati impropriamente con contratti “atipici”, ma che di fatto svolgono le funzioni dei lavoratori dipendenti. La stessa legge 92/12 di riforma del mercato del lavoro ha individuato dei criteri precisi per stabilire se un collaboratore è genuinamente autonomo, o se ci si trova di fronte a un’elusione di lavoro dipendente da parte dell’azienda: se le mansioni sono meramente esecutive e ripetitive, o se il progetto coincide con l’oggetto sociale del committente non si può parlare di autonomia.

Per semplificare: un operatore di call center o lo scaffalista di un supermercato non possono essere considerati lavoratori autonomi e vanno assunti. Se al contrario ci si trova di fronte a una reale autonomia NIdiL non opera mai per imporre una trasformazione in lavoro dipendente. Anzi: in quel caso il compito del sindacato è di dare comunque maggiori tutele (rafforzando ad esempio l’equiparazione dei compensi ai minimi contrattuali e includendo gli atipici nelle garanzie dei CCNL), senza però pregiudicare l’autonomia.

È del resto quanto è stato fatto, ad esempio, negli accordi siglati di recente con Ifoa e con le ONG: dopo aver stabilito chi sono i “finti” autonomi e quelli genuini si contratta la stabilizzazione per i primi e tutele adeguate per gli altri. È questa la modalità di lavoro che NIdiL persegue ormai da diversi anni. 

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